Nel settembre 1973 il mondo assiste sgomento al colpo di Stato in Cile. Salvador Allende viene assassinato, il generale Pinochet instaura una dittatura militare. La notizia rimbalza su tutti i giornali internazionali, scuotendo profondamente la sinistra europea.
In Italia, Enrico Berlinguer osserva quegli eventi con particolare attenzione. Il segretario del Partito Comunista Italiano capisce che quanto accaduto a Santiago può insegnare molto alla politica italiana. E così, quello stesso mese, affida a tre articoli pubblicati su “Rinascita” una riflessione destinata a cambiare la storia della Repubblica.
La proposta che divide il partito
Nell’ultimo dei tre articoli, Berlinguer lancia la sua proposta: il “compromesso storico”. Un’alleanza tra comunisti, socialisti e democristiani per impedire derive autoritarie e affrontare insieme i problemi del Paese. L’Italia vive anni difficili: lo stragismo insanguina le piazze, aleggia la psicosi del golpe, la crisi economica morde. Servono riforme, serve stabilità.
Non tutti nel Pci apprezzano questa linea. Luigi Longo, in particolare, guida la fronda interna contro una proposta considerata troppo moderata, troppo compromissoria. Ma Berlinguer è convinto: meglio la gradualità che il rischio di fare la fine di Allende.
Gli anni di piombo premiano la moderazione
La storia sembra dargli ragione. Nel 1974 le bombe tornano a esplodere: Piazza della Loggia a Brescia, il treno Italicus. L’Italia ha paura, cerca sicurezza. La natura rassicurante del compromesso storico attrae consensi.
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