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Recensione: “La Seduzione”, storia di rancore e desiderio

“*Ah lettore: se non ti piacciono le parolacce in letteratura, sei ancora in tempo a lasciar perdere. Abbandona il libro sullo scaffale o, se sono fortunato, sull’espositore dei più venduti; la sezione della poesia è in fondo – sta sempre in fondo – e lì troverai ciò che cerchi. Non ho bisogno di te, non hai bisogno di me.”

A piè di pagina sin dalle prime righe, lo scrittore protagonista de La Seduzione, avverte il lettore. Tuttavia, il tono della narrazione non è mai così scurrile come sembrerebbe dal monito.

L’intreccio è semplice: parla del legame tra Ariel, uno scrittore di successo in piena crisi creativa e David, un giovane aspirante scrittore ridotto in fin di vita da misteriosi aggressori. L’amarezza, il cinismo, l’incombenza inevitabile della decadenza, sono marchio e colophon del racconto che è la storia di un rancore.

Il rancore di chi viene abbandonato dalla vita, dalle possibilità di un amore, di una relazione, dalle sue stesse idee (quelle di fare lo scrittore), dal futuro.

L’aggressione cambia per sempre la vita al ragazzo, che resta storpio e invalido e vede sgretolarsi così tutto il domani immaginato. Tuttavia il giovane inizia a ostentare una innaturale sicurezza e determinazione nel perseguire una personale vendetta verso i suoi aggressori.

Perché bisogna affiliarsi al sistema di pensiero dominante, se non lo fai sei sbagliato e vieni espulso dal gioco: se sei malato e sofferente, diverso nella visione delle cose, se ti senti solo… non lo devi far vedere, perché altrimenti fai paura e invece che essere aiutato, vieni offeso, pregiudicato, prevaricato, schiacciato e abbandonato.

Ma si può fingere di esser sicuri? Si può fingere persino con se stessi di non aver mai incertezze né paure? E una vita senza debolezze è davvero così desiderabile?

Insegnava il Buddha, che non è bene eliminare dalla propria vita il dolore, la sofferenza, la malattia e la vecchiaia, perché togliendo questi elementi costituenti della vita, creiamo una vita ideale e iniziamo a vivere in essa, in una finzione, in cui siamo perfetti, lo possiamo e lo dobbiamo essere e chi non lo è deve essere eliminato, perché ti ricorda che la tua vita è solo una illusione. Già, eliminato, per follia o per vendetta.

Quanto forte può essere la rabbia o il rancore per giustificare la follia e la vendetta?

Si può inoltre distinguere la normalità dalla follia? Lo si può fare forse solo in relazione a un sistema codificato di idee, regole e cultura. Ma è pur sempre una convenzione.

Uno che va in giro ad ammazzare la gente di certo non mette in atto un comportamento “normale”, ma questo non vuol dire che sia “pazzo”: folle è il comportamento in sé, ma il percorso di fondo che lo ha portato ad agire in quel modo, ha una logica, sempre.

Non è tanto l’atteggiamento del momento, quindi, quanto l’escalation psichica che uno percorre fin lì, che bisognerebbe raccontare. Non è possibile neppure dire che le esperienze vissute siano “cause”, perché più e più volte dagli stessi fatti, sono nate risposte diverse.

Questo vuol dire che prima di arrivare a quel gesto di follia c’è una strada tortuosa, dove magari soffriamo e ci sentiamo soli, abbandonati e schiacciati. Vuol dire che prima di arrivare a quel passo, ce ne sono centomila.

Cosa accade perché si ribalti la clessidra e la ragione passi da un individuo all’altro, così come lo scettro del più forte?

Come può un adolescente storpiato da una aggressione senza senso diventare la mano cosciente che muove lo scrittore famoso come una pedina sulla scacchiera del suo progetto di vendetta?

La risposta a questa e tutte le domande poste finora in questa recensione, la quale elenca più domande che risposte, è nel potere della seduzione. Nel disagio indotto dall’abitudine interrotta, nell’insinuarsi sottile, che crea dipendenza malgrado tutto. Perché il desiderio umano nasce proprio così, dal volere il balocco abbandonato da sempre, solo perché ci viene tolto.

In un eterno gioco di finzioni, perché come direbbe David, tutto è finzione, la realtà non esiste.

E non esiste il bene così come non esiste il male.

Il male siamo noi, ogni giorno, nelle piccole azioni: la disattenzione verso il prossimo, la rabbia senza conoscenza e comprensione, le ideologie di superiorità, il sessismo, il razzismo e lo specismo. Ma soprattutto l’accidia, il lasciare che le cose si svolgano, la deresponsabilizzazione.

José Ovejero è uno scrittore spagnolo. È nato a Madrid ma ha vissuto fuori dalla Spagna per gran parte della sua vita. Ha lavorato in una varietà di generi, tra cui poesia, teatro, saggi, racconti e romanzi. Da ricordare anche i libri di viaggio, come Cina per ipocondriaci, vincitore del Premio Grandes Viajeros nel 1998 (in Italia edito da Feltrinelli). Con la raccolta di poesie Biografía del explorador ha vinto il Premio Ciudad de Irún nel 1993. È stato anche insignito del Premio Primavera per il romanzo La vita degli altri (Voland 2008) e del prestigioso Premio Alfaguara de Novela 2013 per L’invenzione dell’amore. I suoi libri sono tradotti in francese, tedesco, portoghese e olandese.

Il suo stile è diretto, senza veli. Descrive perfettamente il sentire umano, in un modo così sincero che quasi ci si sente spiati, scoperti. C’è tuttavia qualcosa di sorprendentemente ironico sotto la pelle malvagia e cinica dei suoi personaggi, perché come scritto poche righe fa: non esiste il bene così come non esiste il male.

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