Dal Sundance a Torino: il documentario che ha conquistato la critica internazionale
Dopo il trionfo al Sundance Film Festival 2025, “Coexistence, My Ass!” arriva in Italia. Il documentario ha vinto il Premio speciale della giuria per la libertà di espressione. Un riconoscimento che sottolinea il coraggio del progetto.
Infatti, la première italiana si terrà sabato 22 novembre al 43° Torino Film Festival. Il film è in concorso nella sezione Documentari. Successivamente arriverà nelle sale italiane a inizio 2026, distribuito da Wanted.
Inoltre, il documentario rappresenta il nuovo lavoro di Amber Fares. La regista pluripremiata si era già fatta notare con “Speed Sisters” nel 2015. Un debutto che aveva anticipato la sua capacità di raccontare storie complesse.
Pertanto, l’attesa per questo nuovo progetto è alta. Soprattutto tra chi cerca un cinema che sfida le narrazioni convenzionali sul conflitto israelo-palestinese.
Noam Shuster Eliassi: da diplomatica ONU a stand-up comedian contro il sistema
Il documentario segue Noam Shuster Eliassi, attivista e performer israeliana. La sua storia è straordinaria: cresciuta come simbolo del dialogo israelo-palestinese. Ha lavorato come giovane diplomatica dell’ONU prima di cambiare completamente strada.
Infatti, Noam ha scelto la stand-up comedy come strumento politico. La sua frase d’apertura è diventata iconica: “Rimango solo per sette minuti, non per 70 anni”. Un riferimento diretto all’occupazione israeliana che dura dal 1948.
Inoltre, la sua satira pungente smonta le false narrative sulla pace. Usa l’umorismo per costringere il pubblico ad affrontare verità scomode. Senza retorica né buonismi superficiali.
Di conseguenza, i suoi video sono diventati virali nel mondo arabo. Raggiungendo milioni di persone che riconoscono nella sua voce un’alternativa credibile. Al discorso ufficiale sulla coesistenza.
Cinque anni di riprese tra sconvolgimenti politici e violenza crescente
“Coexistence, My Ass!” è stato girato nell’arco di cinque anni. Un periodo segnato da profondi sconvolgimenti politici nella regione. La situazione è precipitata mentre la popolarità di Noam cresceva.
Infatti, il documentario cattura l’evoluzione personale e professionale dell’attivista. Parallelamente al costante deterioramento del contesto politico. Violenza e distruzione si fanno ogni giorno più devastanti.
Inoltre, il film mostra come Noam riesca a muoversi tra gruppi reciprocamente esclusivi. Parla arabo fluentemente, ha amici palestinesi e israeliani. Rifiuta categoricamente le narrazioni “noi contro loro”.
Pertanto, il documentario diventa testimonianza di un periodo cruciale. Dove l’umorismo si trasforma in resistenza politica. E la satira diventa l’unica via per dire la verità al potere.
Amber Fares racconta l’incontro con Noam: “È davvero divertente”
La regista Amber Fares ha incontrato Noam in un bar a Ramallah. L’attivista era in compagnia di amici palestinesi e parlava arabo. “Meglio di me”, racconta la regista con sincerità.
Infatti, Fares rimane colpita dalle qualità uniche di Noam. “Ha la capacità di muoversi con disinvoltura tra gruppi che sembrano reciprocamente esclusivi”. E aggiunge: “Dice la verità al potere in tre lingue diverse”.
Inoltre, la regista sottolinea l’aspetto fondamentale: “Ed è davvero divertente”. L’umorismo non è un vezzo stilistico. Ma lo strumento più efficace per spingere le persone ad affrontare la realtà.
Di conseguenza, Fares ha iniziato a filmare Noam nel 2019. Quando l’attivista si è trasferita a Boston per lavorare al suo spettacolo teatrale ad Harvard. Un percorso che ha preso direzioni inaspettate.
Dal villaggio bilingue alla fama virale: la missione di Noam
Noam è cresciuta in un villaggio bilingue israelo-palestinese. L’unica comunità intenzionalmente integrata del Paese. Un’esperienza formativa che ha plasmato la sua visione.
Infatti, rimane delusa dal tradizionale attivismo pacifista. Troppo retorico, troppo lontano dalla realtà concreta. Si dedica quindi alla stand-up comedy come alternativa radicale.
Inoltre, attira rapidamente l’attenzione di tutto il Medio Oriente. I suoi video satirici diventano virali nel mondo arabo. Raggiungendo un pubblico che cerca narrative diverse da quelle ufficiali.
Pertanto, mentre la sua fama cresce, tutto intorno a lei va in pezzi. Il contrasto tra successo personale e tragedia collettiva diventa insostenibile. Ma Noam continua a spingere il pubblico verso verità difficili.
Un documentario che mostra che un’altra realtà è possibile
“Coexistence, My Ass!” non è solo un ritratto di un’attivista. È la dimostrazione che narrative alternative sono possibili. Meno retoriche e più concrete, come afferma la stessa Noam.
Infatti, il documentario sfida le false narrative sulla coesistenza. Quelle che nascondono la realtà dell’occupazione dietro proclami vuoti. Usando la satira come bisturi per aprire le contraddizioni.
Inoltre, il film cattura l’innato senso dello spettacolo di Noam. La sua capacità di trasformare il palco in spazio politico. Dove l’umorismo diventa strumento di liberazione e verità.
Di conseguenza, l’appuntamento al Torino Film Festival diventa imperdibile. Per chi cerca un cinema che non si accontenta di raccontare. Ma vuole cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.
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