Diamo il benvenuto a Massimo Stona,nostro ospite per questa intervista. La prima domanda non può essere che questa: come ti sei avvicinato alla musica?
Fin da ragazzino ho scoperto la musica con la M maiuscola, con i dischi di mio padre. Già a 7-8 anni ascoltavo (non sapendo nemmeno chi fossero, ovviamente) Beatles e Pink Floyd tutto il giorno. Poi dopo è arrivato il grunge, è arrivata la musica internazionale, che ho vissuto in maniera cosciente. A metà degli anni 90 ho preso in mano per la prima volta una chitarra e da lì in poi il mio mondo è cambiato.
Beh immagino. Tu fra l’altro hai già pubblicato due album, dico bene?
Anche di più, però i più recenti e più importanti sono gli ultimi due.
Quindi sei già un affermato cantautore. Come è arrivata la collaborazione con Guglielminetti, che è un nome importante?
Sì, è una persona che per me è stata fondamentale: Guido Guglielminetti, produttore bassista di Francesco de Gregori. In realtà è arrivata casualmente, l’ho contattato per altre cose musicali, non avevo intenzione di proporre sul momento del mio materiale inedito. Poi in realtà si è arrivati a parlare di quello e lui ha ascoltato alcune mie composizioni che gli sono piaciute. Da allora abbiamo cominciato a collaborare ed è nato il primo album del 2018, Storia di un equilibrista e grazie a lui sono anche nati brani come Santa Pazienza e poi successivamente Io Sono Marco, i due brani più mi rappresentano fino ad oggi.
Ci vuoi raccontare di questi due brani? Come sono nati? E cosa rappresentano oggi per te?
Santa Pazienza in realtà era un… un demo al pianoforte con un altro testo. L’ho messo in un cassetto da parte, dopo un po’ di tempo l’ho tirato fuori. Nel frattempo avevo scritto questo testo, Santa Pazienza. Ho voluto provare a incollare la musica e la melodia che già avevo con questo nuovo testo, poi l’ho spedito a Guido e lui mi ha risposto con una mail, “questo è un pezzo della Madonna”! Lì ho capito che potevamo essere sulla strada giusta.
Per quanto riguarda invece Io Sono Marco, ho letto un bellissimo romanzo di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, da cui poi è stato anche tratto un film altrettanto bello di Gabriele Muccino, Tutto il mio folle amore. che racconta la storia di un padre e di suo figlio autistico che intraprendono un viaggio negli Stati Uniti. Mi sono innamorato di quella storia, ho voluto approfondire l’argomento dell’autismo, ho conosciuto tantissime altre storie di persone e famiglie alle prese con questo problema. Quindi mi sono immaginato la storia di questo bambino, Marco, di dieci anni che non può raccontare e descrivere quello che vive e le proprie emozioni. Per cui ho voluto provare a essere la sua voce: così è nata Io Sono Marco. Ancora oggi è un brano che mi dà parecchie soddisfazioni, perché era molto difficile per me affondare un tema così delicato, eppure a quanto pare sono riuscito ad arrivare a toccare il cuore delle persone.
Credo che per un artista questa sia la cosa più bella…
Assolutamente sì, prima di eventuali premi o di o altro. Il fatto di ricevere spesso messaggi ancora oggi, a distanza di cinque anni, di persone che mi chiedono, vogliono sapere, mi fanno i complimenti per il brano, mi fa molto piacere. E poi vengo chiamato e coinvolto spesso anche in manifestazioni o situazioni legate al mondo dell’autismo.
Parlavi della tua formazione di ascoltatore di musica, amante della musica. Quali sono secondo te gli artisti o i generi che ti hanno maggiormente influenzato?
Di sicuro in qualche modo il folk: una chitarra, un’armonica e il classico rock mi hanno formato e caratterizzato. sia per quello che riguarda la musica internazionale che la musica italiana. Tra la musica italiana, posso citare appunto con sicuramente De Gregori, Bennato, Dalla, la scuola classica del cantautorato italiano. Negli anni 90-2000, invece, ascoltavo il grunge, il rock, Bruce Springsteen, gli Eagles. Quel tipo di sonorità nella musica attuale che faccio io si sentono molto lontanamente, però qualcosa ancora rimane.
Arriviamo al tuo ultimo lavoro, che è che uscito recentemente. Ha un titolo molto malinconico, Ci faremo bastare i ricordi.
Sì, disilluso, amaro, ovviamente provocatorio. Vorrei non poter dire una frase così, però il mondo di oggi lo vedo pericoloso, non bello, ci sta facendo pagare un conto salato. Questo mi ha portato a guardarmi intorno appunto, ripeto, in maniera amara e a dire che non in questo momento non c’è molto altro, vorrà dire che ci faremo bastare i ricordi. Ovviamente in realtà io spero esattamente nel contrario, perché sarebbe bellissimo poter vivere il presente in totale pace, armonia e serenità. Purtroppo ancora nel 2025 non si riesce e quindi questo titolo amaro è venuto fuori a caratterizzare un po’ tutte le tracce del disco.
Il primo brano che hai estratto si chiama Confucio, perché hai scelto proprio questo brano?
Confucio è un brano che parla di assenza, di mancanza di comunicazione, parla di chi alza la voce solo perché ha la voce grossa e quindi vuole essere più forte di te e prevaricarti. L’ho scritto proprio pensando alle situazioni politiche internazionali degli ultimi mesi, anni, quindi dall’Ucraina alle guerre alle situazioni attuali. Parlo di mancanza di connessione, di disumanizzazione: quello che vedo intorno a me è una mancanza di umanità che sta cominciando un po’ a dilagare e questo mi preoccupa molto. Confucio arriva in maniera ironica, sfruttando il famoso detto di Confucio di attendere la vera pazienza, il karma, che prima o poi il cadavere del tuo nemico passerà lungo il fiume. Quindi è un invito alla pazienza, ad attendere momenti migliori. in un’epoca invece dove la velocità, la fretta e la nevrosi invece la fanno da padroni. In un mondo in cui dovremmo essere iperconnessi e, volendo, guidati o comunque aiutati dall’intelligenza artificiale, vedo invece dei grandi passi indietro, purtroppo.
Spendiamo una parola per questa copertina, così suggestiva, di Ci faremo bastare i ricordi.
È opera di un bravissimo artista grafico tedesco, che si chiama Spencer Robens e che ho conosciuto casualmente sul web. Ho visto delle sue opere che mi sono subito piaciute e ho capito che poteva essere la persona adatta per creare l’artwork dell’album, che ha una sonorità molto vintage, analogica, particolare, per cui anche le immagini dovevano avere quel tipo di sensibilità, dare quel tipo di sensazione. Quindi sono riuscito a contattarlo, gli ho spiegato, gli ho raccontato le mie esigenze e soprattutto i temi trattati nell’album. Gli sono subito piaciuti e quindi è nata una bellissima collaborazione di cui sono fiero perché Robens è un artista che ha collaborato con artisti come i Led Zeppelin, quindi per me è una cosa bellissima poter dire che la copertina di un mio disco è fatta da lui.
Per concludere, hai già mente o hai già programmato qualche live?
Sì, sto già iniziando a fare un percorso live per l’estate. Sul mio sito ufficiale massimostona.com sto inserendo man mano i vari impegni che stiamo programmando anche per l’autunno-inverno, una fitta rete di date. Quindi continuate a seguirmi sul mio sito ufficiale o sui social, come Instagram e Facebook, per avere tutti gli aggiornamenti del caso.
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