Il 16 novembre 1919 rappresenta una data spartiacque nella storia politica italiana. Per la prima volta dopo la Grande Guerra, gli italiani tornano alle urne in un clima di profonda trasformazione sociale e istituzionale, segnando l’inizio di una nuova era democratica destinata però a durare solo pochi anni.
Un sistema elettorale rivoluzionario
La novità più significativa riguarda la legge elettorale. L’Italia abbandona il sistema uninominale, in vigore dall’Unità, per adottare il metodo proporzionale. Questo cambiamento non è solo tecnico: rappresenta una scelta politica che mira a dare rappresentanza alle grandi correnti ideologiche di massa emerse nel dopoguerra.
Ma c’è di più. Il corpo elettorale subisce un’espansione senza precedenti: votano tutti i cittadini maschi maggiorenni e, tra i minori, coloro che hanno combattuto al fronte. Questa estensione riconosce implicitamente il debito dello Stato verso chi ha versato il proprio sangue per la patria, trasformando il suffragio in un diritto universale maschile.
Il trionfo dei partiti di massa
I risultati elettorali certificano la fine dell’Italia liberale ottocentesca. Il Partito Socialista Italiano raddoppia i propri consensi rispetto al 1913, diventando la prima forza politica del Regno. La sua crescita riflette le aspirazioni delle masse operaie e contadine, infiammate dalla rivoluzione bolscevica e dalle durissime condizioni del dopoguerra.
Accanto ai socialisti emerge il neonato Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, che intercetta il voto cattolico organizzato. Per la prima volta nella storia unitaria, i cattolici entrano in Parlamento con una formazione autonoma e di massa, raccogliendo consensi trasversali nel mondo rurale e tra i ceti medi.
Il crollo dei liberali e l’assenza fascista
Le formazioni liberali, che avevano guidato l’Italia dall’Unità, vedono dimezzarsi i propri voti. Il notabilato locale, abituato a gestire le elezioni attraverso reti clientelari e collegi uninominali, si trova spiazzato dal nuovo sistema proporzionale e dall’ingresso delle masse nella politica attiva.
Un dato passa quasi inosservato ma si rivelerà profetico: i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, presentatisi a Milano, non ottengono nemmeno un seggio. Il movimento mussoliniano, ancora ibrido tra interventismo nazionalista e residui rivoluzionari, non riesce a intercettare il consenso popolare. Serviranno le violenze squadriste del biennio successivo e l’appoggio degli agrari per mutare radicalmente questo scenario.
Un Parlamento ingovernabile
Il risultato elettorale produce un Parlamento profondamente frammentato. Socialisti e popolari, pur maggioritari insieme, non possono allearsi: i primi proclamano la rivoluzione bolscevica come obiettivo, i secondi difendono i valori cattolici e la proprietà privata. I liberali, ridimensionati, non hanno più la forza di governare da soli.
Questa paralisi istituzionale aprirà la strada alla crisi dello Stato liberale. L’impossibilità di formare governi stabili, unita all’escalation delle violenze politiche nel biennio rosso prima e in quello nero poi, condurrà alla marcia su Roma dell’ottobre 1922 e all’inizio della dittatura fascista.
L’eredità di un voto storico
Le elezioni del 1919 mostrano che la democratizzazione della politica italiana, avvenuta troppo rapidamente e senza un’adeguata preparazione delle classi dirigenti, produce instabilità invece che consolidamento democratico. Il suffragio universale maschile e la proporzionale, conquiste avanzatissime per l’epoca, si rivelano strumenti insufficienti senza una cultura politica condivisa e istituzioni solide.
Quella tornata elettorale rimane tuttavia un momento fondamentale: per la prima volta nella storia unitaria, il popolo italiano si esprime liberamente attraverso un sistema autenticamente democratico. Che questa esperienza sia durata così poco non ne cancella il valore storico, ma ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando mancano le condizioni sociali e politiche per sostenerla.
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