So (sappiamo?) poco o nulla dell’autore del romanzo I bambini della Terra selvaggia (Carbonio Editore), se non che è olandese ed è un giovanotto di cinquant’anni. E che, con il libro che qui si commenta, ha conquistato i lettori della sua terra, i mitici Paesi Bassi.
Già, forse sappiamo poco di Auke Hulst semplicemente perché conosciamo poco o nulla proprio dei Paesi Bassi, che abbiamo sin dall’infanzia non più che mitizzato attraverso facili stereotipi da libri per l’infanzia: i mulini a vento, i papaveri, le terre sottratte al dominio del mare, il racconto del bambino che tappa con il ditino la falla nella diga e resiste eroicamente finché non arrivano gli aiuti. Et cetera.
Letterariamente, all’equivoca o non fedele conoscenza dell’Olanda ha dato una mano – almeno per quanto riguarda il sottoscritto, che appartiene a una generazione in vista del tramonto – il famosissimo romanzo Pattini d’argento, che di olandese ha forse soltanto i pattini del titolo, visto che è stato scritto da un’autrice yankee doc.
Tanto premesso per chiarezza e onestà espositive, riconosco con piacere che i non molti – pochissimi, in verità, lo confesso – romanzi di autori olandesi che hanno incrociato la mia lunghissima carriera di lettore compulsivo, non solo non mi hanno mai deluso, ma al contrario hanno contribuito a far entrare aria fresca e frizzante nel mio salotto di lettura, alleggerendo il greve stagnare di atmosfere letterarie classicamente europee o classicamente amerikane o classicamente ispaniche.
I bambini della Terra selvaggia ne è stata una piacevolissima conferma.
Se amate sfogliare gli album delle foto di famiglia, nei quali riconoscete a stento gli zii e i nonni e i vostri fratellini minori a culetto scoperto, se dai suddetti album vi fate soggiogare per abbandonarvi al piacere e al dolore sadomaso della nostalgia e dei rimpianti, persino dei rimorsi per gli eventi che vi sono scappati di mano e che le vecchie foto in bianco e nero crudamente vi ricordano, se insomma di solito vi succede tutto questo maneggiando gli album delle foto di famiglia, allora questo è un romanzo più che adatto alla vostra sensibilità.
Prendete quattro fratellini in età a scalare (due maschi e due femmine, più piccine dei fratelli) lasciati molto a se stessi, un padre morto prematuramente per un incidente, una madre irresponsabile ed emotivamente fragile, incapace di esercitare la potestà genitoriale (caso classico di intervento dei servizi sociali); ficcate questa sgangherata non-famiglia in un ambiente in disequilibrio, fatto di boschi incontaminati ma assediati da periferie degradate dallo sfruttamento dei gas naturali custoditi dal sottosuolo; fatela interagire con gli altri abitanti: bambini, adolescenti in preda alle prime fregole sessuali che si interrogano sull’anatomia dell’altro sesso, maschi adulti che entrano più o meno subdolamente nel raggio sentimentale della madre instabile, a rendere ancora più instabile e complicato il rapporto tra madre e figli, costringendo i figli a farsi carico prematuramente e innaturalmente di ruoli e iniziative da capofamiglia; prendete tutto questo, insieme ad altri numerosi ingredienti letterari, e ottenete il saporito e geniale piatto letterario elaborato dal bravo Auke Hulst su base fortemente autobiografica.
I pochi che mi leggono sanno che mi astengo sempre dall’esporre la trama dei romanzi che commento a loro beneficio: non è nelle mie corde. Ma, anche se volessi, in questo caso non sarei proprio in grado di farlo. Un po’ per mia biasimevole incapacità; un po’ perché il romanzo di Hulst si rifiuta di essere ricondotto e intrappolato nei binari di una trama. Perché, avanzando nella lettura (abbandonandosi alla lettura: è un consiglio), appare sempre più chiaro che l’intento di Hulst non è quello di raccontare una storia, ma quello molto più coraggioso di immergersi nel proprio passato per riconoscerlo, scomporlo in tanti pezzettini e tentare di spiegarlo, assumendosi consapevolmente il rischio dell’espiazione.
E in ciò contagiando l’ignaro lettore, costretto a trasformarsi in depositario, solidale, di una arruffata, aggrovigliata confessione, nel corso della quale emerge – a mio parere come assoluta e reale protagonista del romanzo – la madre irresponsabile e inaffidabile, e non, come può formalmente apparire, suo figlio Kai (dietro il quale si nasconde l’autore).
Madre alla quale Auke Hulst non dà neppure un nome. E questa omissione la dice lunga su quanto debba essere costata a Hulst la stesura del romanzo.
Buona, affettuosa e dolorosa lettura, dunque.
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