Tra i fondatori della scuola di Jena in piena epoca romantica tedesca, assieme a Fichte, i fratelli Schlegel e Novalis, Ludwig Tieck è una figura particolare.
Morì a 80 anni fu poeta e letterato ma anche traduttore, è considerato un fondatore dell’anglistica tedesca – a lui si devono le traduzioni di Shakespeare – critico letterario e figura di spicco del romanticismo. Formidabile la sua traduzione del Don Chisciotte di Cervantes.
La novella Il superfluo della vita (Carbonio Editore, traduzione e introduzione a cura di Paola Capriolo) fa parte delle cosiddette Novelle di Dresda ed è stata scritta nel 1839, considerata anche dal suo autore una delle sue opere più riuscite; se il Romanticismo tedesco nacque come reazione all’Illuminismo e al Materialismo, esaltando l’importanza delle emozioni in una profonda esplorazione dell’animo umano fino a giungere quasi a una simbiosi con la natura, è lecito rimanere spiazzati nella lettura di questa gustosa novella? Solo in parte secondo me.
Nella stagione romantica che si avviava verso il declino Tieck si inserisce nel nuovo filone letterario che rifuggiva gli eccessi, rivolgendo il suo interesse al paesaggio borghese piuttosto che ai boschi abitati da creature fatate e alle rupi che smuovevano gli animi. Un realismo che avrà in Thomas Mann uno dei suoi massimi esponenti e che vede in Tieck uno dei primi ironici autori.
Paesaggio borghese che coincideva con salotti e letteratura di consumo in cui il genio di Tieck si rivela nelle battute oltreché nelle situazioni comiche e nelle riflessioni dei personaggi sulle questioni fondamentali della vita.
Ma di cosa parla questa piacevole novella? Clara, inquieta fanciulla di nobile famiglia, si sposa segretamente con Heinrich di origine borghese, e lo fa contro il volere dei genitori. Quindi, va a vivere con il marito in una piccola e scomoda soffitta, nella quale la povertà diventa una cosa sola con il loro amore, perdendosi negli occhi l’uno dell’altra.
L’isolamento dei due amanti praticamente assoluto, il gelo che disegna motivi floreali alle finestre, i dialoghi che sfiorano il surreale – si vive senza tovaglioli e senza tovaglie – il giubilo e l’esultanza con cui i giovani amanti vivono la loro storia d’amore assoluta e condita di chiacchiere e riflessioni, spiazza il lettore che si smarrisce spesso tra illusione e realtà.
Siamo nel primo realismo tedesco ma l’autore ha i piedi ben piantati nel romanticismo ed è come se volesse giocare con il lettore cambiando le carte in tavola, non è una foresta dove i due amanti assaporeranno l’assoluto ma una umile magione che ne prende le sembianze.
Heinrich per il freddo è costretto a segare la scala di accesso all’appartamento per alimentare la stufa, accentuando ancora di più il senso di isolamento e facendo a un certo punto dire a Clara: «Pare di vivere in una fiaba delle mille e una notte.»
E proprio come in una fiaba giunge un colpo di scena inatteso; sarà la ricomparsa di un libro prezioso, sottratto ad Heinrich anni prima, il coup de theatre che ribalterà la situazione e riporterà i due giovani amanti a un’esistenza borghese, non prima di aver meditato, durante il lungo inverno, sul senso della vita umana, sul suo mistero, sui bisogni e sul superfluo.
In conclusione, nonostante potrebbe apparire una storia poco avvincente, io l’ho trovata molto divertente e di piacevole lettura, anche ricordando qualche idea sulla decrescite felici di qualche anno fa.
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