Recensione: “L’eredità”, Maupassant e l’arte di svelare la miseria umana

Recensione: "L'eredità", Maupassant e l'arte di svelare la miseria umanaLeggere una novella di Guy de Maupassant – una qualsiasi – è come pescare in una gigantesca scatola di cioccolatini di marca. La lussuriosa soddisfazione del palato è preventivamente garantita dal nome dell’Autore.

E di deliziosi cioccolatini, che si sciolgono rapidamente in bocca per titillare maliziosamente le papille gustative del lettore, Maupassant ne ha confezionati più di trecento nell’arco della sua purtroppo breve vita (1850 – 1893).

Non ci sarebbe niente da aggiungere, se non che Maupassant siede tra i grandi della letteratura europea del XIX secolo come sommo autore del genere novella.

Siamo ancora nell’800, signori, e il racconto si chiama ancora novella. Novella è una parola forse un po’ demodée, ma ben si adatta ancora oggi alle perle letterarie di Maupasant e meglio ne rappresenta (meglio di racconto, voglio dire) la capacità attrattiva sul lettore che si appresta a scartare l’involucro del cioccolatino letterario appena sfornato. Novella come novità, appunto.

Fuor di metafora, L’eredità (1884) –  che la giovane casa editrice Carbonio ci ripropone in una bella edizione del novembre 2024, arricchita da una preziosa introduzione di Bruno Nacci, che ne ha curato anche la traduzione – non smentisce la fama di Maupassant e si iscrive tra le più riuscite delle sue oltre trecento novelle, scritte in meno di venti anni di frenetica attività letteraria.

Ne L’eredità ci sono tutti i pochi ed essenziali ingredienti della scrittura di Maupassant: il cinismo, il pessimismo mutuato da Schopenhauer, l’avversione per una società piccolo borghese governata e manovrata dall’aspirazione a sedere su un gradino più alto della scala sociale. E c’è lo stile secco, essenziale, modernissimo, che ti fa dimenticare di essere ancora nel secolo XIX e credere di essere ai giorni nostri. Perché ai giorni nostri la società piccolo borghese è ancora quella, aggrappata alle convenzioni sociali e ad ambizioni di bassa lega economica.

Così che i quattro (soltanto quattro) protagonisti-marionette della breve vicenda ci provocano repulsione e al contempo ci muovono a una sorta di penosa empatia, perché in nulla sono dissimili dalle marionette che spesso dobbiamo riconoscere in noi e nei nostri vicini di caseggiato e di identità socioculturale.

Tutto ruota intorno a un’eredità lasciata da una zia milionaria alla nipote squattrinata e maritata a un impiegatuccio ministeriale. Eredità nientemeno che di un milione di franchi (che somiglianza con il milione del signor Bonaventura!), ma condizionata alla procreazione da parte della nipote di un figlio entro tre anni dall’apertura del testamento. Se ciò non avverrà, il milione del signor Bonaventura sarà, a cura del notaio depositario del testamento, devoluto in opere di carità.

Vi è facile immaginare quel che succederà nella frenetica corsa alla procreazione del figlio, senza la quale il tanto agognato milione se ne andrà in fumo. Ne nascerà una sordida, isterica, subdola (aggiungete tutti i peggiori aggettivi che vi vengono in mente) partita a carte non troppo coperte, anzi scopertissime e senza esclusione di colpi, tra marito (impotente?), moglie (che rinfaccia al marito l’impotenza), suocero (che ambisce soltanto ad andare in pensione, una volta che la figlia sarà milionaria) e un collega del marito che si presterà a… fare da stallone, per essere poi gettato nel cestino della carta straccia una  volta raggiunto l’obbiettivo.

Tutto questo in poco meno di un centinaio di pagine, attraverso una scrittura avara di aggettivi, di esclamazioni, di commenti. Soprattutto di giudizi. Un puro e semplice resoconto della miseria umana. Sin dall’inizio – o meglio: sin da quando il notaio legge il testamento e scopriamo l’inghippo – ci rendiamo conto che a Maupassant non interessa soffermarsi sul carattere dei personaggi e su quel che pensano, sui loro moventi eccetera, ma esclusivamente (come ha acutamente osservato Alberto Savinio nel tratteggiare lo stile di Maupassant) arrivare al traguardo. E il lettore viene travolto da questa fretta di arrivare e non si accorge di come la scatola di cioccolatini che sta assaporando si stia velocemente svuotando.

Ecco, questo è L’eredità, questo è quel che ho provato leggendola d’impeto e con avidità di goloso impenitente.

E mi permetto di concludere con una confidenza, che farà sicuramente storcere il naso a qualcuno. Nel corso della lettura sono stato tentato più volte di leggere ad alta voce alcuni passaggi della novella imitando quella nasale di Paolo Villaggio. Mi è riuscito benissimo: Lèopold Lesable è diventato Ugo Fantozzi, Charlotte Cachelin si è trasformata in un’acida signorina Silvani, il collega-stallone Maze ha assunto le vesti del bel geometra Calboni, e nella squallida giungla dei colleghi d’ufficio di Lesable ho riconosciuto il ragionier Filini, quello miope come una talpa, con gli occhiali a culo di bottiglia.

Non prendete l’accostamento come impertinenza, vi prego. Il mio vuole essere un riconoscimento alla modernità di Maupassant e, perché no, alla grandezza di Paolo Villaggio. Maupassant, nella sua bella tomba a Montparnasse, non se ne avrà certo a male.             

 

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