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Recensione: “Maledetto Modigliani”, un amore, l’arte. E l’acqua

Maledetto Modigliani.

 Maledetto Modigliani | Nexo DigitalAlla base di tutte le forme di vita conosciute c’è lei, l‘acqua. Senza, nulla sarebbe mai esistito, è un’informazione essenziale. Rinunci all’acqua, rinunci alla vita. È, l’acqua, “la stessa materia dei sogni”.

L’acqua si trasforma, è cambiamenti di stato: cristalli, vapore, fiocchi di neve. L’acqua che sgorga dalla fontana in una brocca. Acqua come metafora, elemento simbolico di liberazione che lava via, fonte di vita, l’inizio di tutte le cose. Acqua che ha un suo suono e un suo linguaggio, acqua battesimale.

Acqua è zen, è transizione, acquisisce un valore diverso in base al letto che la contiene. Diventa mare che lambisce i ricordi di una Livorno mai dimenticata, diventa fiume che scorre indifferente in una Francia che accoglie e matura gli acerbi sogni. L’acqua è pericolo, sicurezza e incertezza allo stesso tempo, elemento mistico e mitico.

Quella dolce o quella salata: Jeanne e Modì.
Jeanne Hébuterne, ultima giovanissima compagna di Modigliani, riempie la sua brocca. Versa l’acqua in un catino e vi immerge il suo tenero volto… trattiene il fiato “fino all’ultimo minuto”. Trattiene il fiato tutto il tempo vissuto accanto a lui, Modigliani, che come l’acqua della brocca, è per lei pericolo, sicurezza e incertezza allo stesso tempo.

La sua voce diventa ruscello e scorrendo tra i ricordi, ci parla di lui, il suo Modì.
La vita di Amedeo Modigliani ha attraversato il mare e due nazioni, l’Italia e la Francia, si è svolta in un periodo delicatissimo della storia europea. In una manciata di anni, alla svolta del secolo breve, quando si disegnarono una serie di tragici eventi per le conseguenze che di lì a poco si sarebbero prodotte.

Modigliani era ebreo e da giovane, nella sua città d’origine, si era avviato allo spiritismo, ai principi alchemici e alla Kaballah. Si definiva un ebreo livornese, ma prese coscienza di ciò che significasse esserlo, solo in Francia. Era un artista ostinatamente alla ricerca di una forma pura. Cominciò a cercarla nella durezza della pietra, nell’espressione della scultura di sole teste, poi quando al suo corpo divenne insopportabile respirare la polvere del suo scalpello, la cercò nella pittura quasi esclusiva di ritratti. Ritratti spesso dei suoi amici e delle donne amate. La poetessa russa Anna Achmatova, la giornalista e femminista inglese Beatrice Hastings e lei, “Noce di cocco” dai capelli scuri e dalla pelle d’avorio, Jeanne.

La voce di Jeanne scorre come il tempo. E, il tempo scorre come l’acqua. Acqua che passa sotto i ponti mentre i ponti restano fermi.
L’acqua di andate e ritorni, l’acqua del mare grande e sconfinato che cela nuovi mondi misteriosi dietro la linea dell’orizzonte.
Il mare delle mareggiate, dei nubifragi, che porta caos, si prende la vita e le sue cose.

Modigliani come il mare, è impetuoso, Jeanne si fa rigagnolo. È l’inquietudine del fiume che segue le correnti. Le correnti della vita e quelle dell’arte.
Modigliani, Picasso, Brancusi, Soutine anche lui ebreo, e gli altri giovani artisti di Montmartre e Montparnasse vissero le stesse esperienze artistiche ed emozionali durante i rivoluzionari anni del primitivismo e dell’arte extraeuropea, rimanendo tutti, più o meno, coinvolti in questi due importantissimi movimenti.

In quegli anni goccia a goccia si costruisce lo stereotipo di un Modigliani bohemien dedito all’hashish, che indugia nell’alcool. Non è un caso se la sua vita, si concluda con un destino rapido e crudele. Costellato da una serie di drammi e dal suicidio della sua amata, Jeanne Hebuterne, che si lascia cadere, incinta, da una finestra della casa del padre qualche giorno dopo la morte dell’artista. Tuttavia, la vera “maledizione Modigliani” è quella di cui è lui stesso la vittima. Come accade al sale sciolto nel mare, leggenda e tragedia si mescolano fino a perdere le tracce dell’una e dell’altra. È difficile distinguere la reale qualità di un artista dalla sua tormentata vicenda esistenziale.
Jeanne è quasi ancora una bambina quando incontra Modigliani la prima volta all’Académie Colarossi, ne resta da subito incantata, intanto cambia forma, si adegua e sa aspettare.

“La goccia che scava la pietra non per la forza ma per la sua costanza” scriveva Lucrezio.

Le pietre che diventano ciottoli, così le forme dei corpi nudi di Modigliani, lisci, morbidi, seducenti, come ciottoli smussati dalle onde del mare. Quel mare della sua Livorno, che si portava dentro la pelle, un moto ondoso del suo essere che trasforma in dolci ovali tutte le donne che raffigura e i cui volti, mutati in ritratti di cariatidi senza tempo, diventano icone della sua arte.
La sua arte così facilmente imitabile e inimitabile al tempo stesso. Un bel rovello per critici e studiosi d’arte, un vero grattacapo che ebbe il suo culmine mediatico con le teste ripescate nei fossi livornesi, una delle truffe più chiacchierate della storia dell’arte.

La mutevolezza dell’acqua è una rappresentazione della condizione dell’artista: la fluttuazione dei desideri e dei sentimenti, la turbolenza della vita o l’assenza di emozione, il livello superficiale e quello profondo come simboli del contrasto o della continuità tra coscienza e mondo inconscio. Così, come nel mito di Narciso, l’acqua e l’arte continuano a offrirsi agli uomini come uno specchio per “riflettere” su sé stessi. Una riflessione sul proprio io e sulla propria anima che svuoterà via via gli occhi sulle tele di Modigliani. Occhi distolti dal mondo e intenti a scrutare l’abissale mare che si cela in ognuno di noi.
L’abissale mare in cui a volte si sprofonda.

24 gennaio, 1920. Si placa l’onda, Modigliani si spegne in un letto d’ospedale. “35 anni fino all’ultimo respiro”…

Nella mitologia l’acqua è anche una via per accedere al regno dei morti. Caronte traghetta le anime dei defunti in un luogo attraversato da corsi d’acqua: l’Acheronte, lo Stige, il Cocito e il Flegetonte. L’acqua, dunque, non abbandona mai l’uomo, neanche dopo la morte.
Così Jeanne non abbandona l’artista amato e lo segue nel suo destino “fino all’ultimo minuto”.

Il mormorio della sua voce lascia il posto alla musica che srotola i malinconici versi della canzone di Piero Ciampi:
“Fino all’ultimo minuto
Ti ho tenuto accanto a me
Fino all’ultimo minuto
Non volevo dirti addio
(…)
Ma tu non ascolti
Quelle voci senza suono
Che si cercano sul mare
E han bisogno di qualcuno
Fino all’ultimo minuto”

A 100 anni da quel giorno, 3D Produzioni e Nexo Digital, gli dedicano il docu-film MALEDETTO MODIGLIANI.
Un documentario nel documentario, dove anche la trasformazione delle attrici in personaggi diventa una storia da raccontare.

Diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli su soggetto di Didi Gnocchi è costellato di interventi illustri, Marc Restellini, Paolo Virzì, Simone Lenzi, Gérard Netter, Antonio Marras, Laura Dinelli, Emilia Philippot, Jacqueline Munck, Klaus Albrecht Schröder.
Il tutto accompagnato dalle musiche originali di Maximilien Zaganelli e di Dmitry Myachin , fino ad arrivare al brano finale di Piero Ciampi “Fino all’ultimo minuto”.

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