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Recensione: “Avevo occhi grandi e ladri” – Innocenze negate

Tenente di Cavalleria in congedo, Nino Spirlì è scrittore, autore di format TV e soggetti cine-televisivi, tra cui: reality show La Fattoria (creato e ceduto a RTi); fiction Né con te, né senza di te (RaiUNO, 2012); Forum (Canale 5 e Rete 4, Mediaset 1994 – 2011); Per tutta la vita (RaiUno 1998/99); Forum bau (Rete4, 2010), e oltre 20 format tv per SUD. Autore delle telepromozioni e televendite per Publitalia 80 (2005-2012). TEATRO Attore di teatro e regista, Ha recitato con le più prestigiose Compagnie di teatro nazionale. 1990 è chiamato a Parigi dal Centre Dramatique National Theatre du Campagnol: la collaborazione durerà fino al 1996. Nella Capitale francese dirige varie mises en espace e mises en scène, oltre a collaborare alla pubblicazione di commedie di Carlo Goldoni (Une des dernieres soirées de Carnaval – ActeSud Papier) e a codirigere l’Atelier Goldoni Europeen, assieme a Jean Claude Penchenat, Myriam Tanant, Ginette Henry…). 1993 scrive ed interpreta i monologhi teatrali La Reincarnata e Lillo, il Calabrese nel mondo. (Roma e tournée). 1995 dirige in teatro Ryoju – Il Fucile da Caccia, di Yasushi Inoue (Mariella Fenoglio, Raffaella Azim, Mimma Mercurio – Prodotto dal Teatro Stabile di Sardegna e Compagnia Tiberio Fiorilli). 1996 dirige in teatro L’uomo dal fiore in bocca, di Luigi Pirandello, unica versione autorizzata ad essere interpretata da sole donne (Teatro Le maschere, Roma e tournèe – Interpreti Genevieve Rey Penchenat e Caterina Costantini). GIORNALE Opinionista ed Editorialista su Il Giornale, IlGiornale.it (I pensieri di una vecchia checca), Il GiornaleOFF (rubriche SOS Beni Culturali e Senza Santi in paradiso), Il Garantista (I corsivi della vecchia checca). Scrive su Corriere della Calabria (Lo schiaffo) da ottobre 2016 ad aprile 2018. È anche blogger su IlGiornale.it – I pensieri della vecchia checca, dal 2013 È responsabile Regionale Calabria di #CulturaIdentità dal 12 settembre 2018.Avevo occhi grandi e ladri.
Il libro di Nino Spirlì, edito da Minerva, si compone di due racconti, apparentemente eterogenei tra loro:

Il primo racconto, Malacarne e Malumbra, ambientato in un quartiere povero e degradato di Palermo, narra dell’infanzia negata del piccolo Salvatore. Il padre Santo, alcoolizzato, oltre a non provvedere alle necessità della famiglia, sottopone i piccoli e la moglie a continue e gravi violenze, fisiche e verbali.

Il piccolo, definito con sprezzo Malacarne, è costretto a rinunciare alla possibilità di studiare per recarsi segretamente a lavorare e provvedere ogni giorno ai beni di prima necessità per i suoi fratelli e per sua madre. L’incontro con Malumbra, un barbone con il quale nasce una tenera amicizia, cambierà il suo destino.

Il boss ricchione, il secondo racconto è ambientato in Calabria e narra delle vicende di una famiglia mafiosa. È un racconto che a differenza del primo va a ritroso.
Parte dall’epilogo e da lì si dipana la vicenda, che vede una madre capo-clan in azione per preservare l’attività delinquenziale della famiglia e celare al mondo l’omosessualità palese di quel figlio adorato che dovrebbe ereditare alla sua morte, il suo ruolo.

Il linguaggio in entrambi i racconti è ambivalente, a tratti crudo, brutale e a tratti delicato e soave. È soave quando narra delle anime dei due protagonisti, della loro bellezza interiore, della loro vitalità.
È soave quando descrive gli occhi di Malacarne, grandi e ladri, ladri di amore, avidi della possibilità di una vita differente rispetto a quella che vive. È soave quando narra della bellezza eterea del boss e dell’innocenza dei suoi desideri, delle sue cavalcate, degli attimi in cui si accinge a compiere i suoi atti d’amore.

Salvatore e Sebastiano, due innocenze negate.
Due figli che non hanno la possibilità di esprimere inclinazioni e desideri naturali e realizzarli.

Il linguaggio del racconto diventa crudo proprio quando racconta della negazione di queste due personalità operate in un caso da un padre violento, da una vita di stenti, un lavoro malsano e nell’altro, da una madre prevaricatrice, demoniaca, potente.
In entrambi i casi è proprio la famiglia, che dovrebbe essere luogo di innocenza, accoglienza e rifugio e amplificatore di possibilità, a diventare il nucleo dell’orrore e della violenza brutale.
In entrambi i casi l’amicizia diventa il luogo della salvezza e dell’accoglienza; uno specchio che rimanda una luce positiva, un’ immagine di sé differente e proiettata in un presente lontano da violenze e denigrazioni.

Due invisibili diventano amici dei due protagonisti: un servo e un barbone.
Invisibili come possono esserlo le nostre risorse nascoste, intime, segrete; salvifiche nella misura in cui appartengono solo a noi, sono parte di noi e che chi ci ama valorizza e lascia emergere. L’epilogo nelle due storie ha esito differente, ma a nessuno dei due personaggi è negata la salvezza dell’accettazione.

Il filo conduttore dei due racconti è dunque la privazione della libertà di assecondare la propria natura.
Ognuno di noi dovrebbe avere il diritto di essere chi vorrebbe essere.
E la famiglia dovrebbe essere la culla di questa possibilità, non la tomba su cui l’effigie è proprio quell’etichetta dispregiativa, data da certe famiglie e che tenta di definirci, ci segna per la vita e ci determina.

Tenente di Cavalleria in congedo, Nino Spirlì è scrittore, autore di format TV e soggetti cine-televisivi, tra cui:  La Fattoria (creato e ceduto a RTi); Né con te, né senza di te (RaiUNO, 2012); Forum (Canale 5 e Rete 4, Mediaset 1994 – 2011) e tanti altri. Attore di teatro e regista, Ha recitato con le più prestigiose Compagnie di teatro nazionale. Opinionista ed Editorialista su Il Giornale, IlGiornale.it (I pensieri di una vecchia checca), Il GiornaleOFF (rubriche SOS Beni Culturali e Senza Santi in paradiso), Il Garantista (I corsivi della vecchia checca). Scrive su Corriere della Calabria (Lo schiaffo) da ottobre 2016 ad aprile 2018. È anche blogger su IlGiornale.it – I pensieri della vecchia checca, dal 2013.

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