Recensione: “Il bistrò delle delizie” – Ci sono due Salih in Salih

Recensione: "Il bistrò delle delizie" - Ci sono due Salih in SalihIl bistrò delle delizie
di Tuğba Doğan
Tradotto da Nicola Verderame
Editore Carbonio

La giovane voce della scrittrice Tuğba Doğan “sa” di Istanbul. Attraverso la scelta delle sue parole, il tono del suo raccontare, si delineano lentamente tutte le sfaccettature del carattere ombroso di Istanbul. Così, “Il bistrò delle delizie” ci accoglie al suo tavolo circondato di gente malinconica.

Tutto ha inizio con un presagio che ha la stessa sapidità di antiche leggende: “Le vespe piombarono sulla fossa davanti a noi, appena scavata, che attendeva il feretro. Quell’invasione durò massimo un minuto”.

Si dirama così un cono di luce su un luogo affascinante e ipnotico: Istanbul, la città sospesa tra Oriente ed Occidente, la sola al mondo costruita su due Continenti, la finestra sul Bosforo.
Lo stile fresco che scaturisce spontaneo dall’autrice, ha radici in una cultura millenaria e complessa, rapisce il lettore e lo conduce con delicatezza alla scoperta di tutte le meraviglie disseminate tra una parola e l’altra, tra un piatto e l’altro sapientemente preparato e servito nel piccolo accogliente bistrò, dove Afitap, con cura assoluta prepara la cena di addio di Salih. Perchè Salih ha scelto di partire.

Uno strappo, il distacco dalla propria terra succede sempre a una profonda crisi e quasi sempre ha origine da essa. Va in frantumi un precario equilibrio costruito faticosamente nel tempo… crisi… strappo.
La scelta di partire non è mai facile e da questo non si può prescindere: la vita di chi parte subisce radicali mutamenti esterni che risuonano inevitabilmente nell’interiorità della persona.
Intorno al tavolo gli amici di Salih. La sua vita materializzata lì, su quei volti. Sono pezzi del passato che se ne va, mentre l’incerto futuro avanza.
Un futuro “sfumato” che lascia apparentemente liberi di scegliere i percorsi attraverso cui scoprirlo, rendendosi conto, solo alla fine, che quei percorsi conducono fin dove il tuo passato vuole farti arrivare.

Lento e graduale il racconto si inoltra in un processo centrifugo con ben racchiuso in sè la reale motivazione che ha spinto Salih alla partenza. Così la spiegazione banale dispensata alla curiosità generale, sbiadisce, scolora…
Ci sono due Salih in Salih, il primo si aggrappa al bisogno di rimanere legati a quel che ha, ai posti in cui vive, alla sicurezza che offre tutto questo, il secondo anela al cambiamento, all’avventura, al non creare legami solidi con cose e persone. Uno dei due Salih vive l’esperienza dello strappo in modo molto più drammatico e angosciante. Con tutto quel sentimento di sconforto e tristezza che è così presente nel cuore del popolo turco. Crollano le certezze di Salih, così come crollarono le antiche dimore dei pascià, le loro splendide ville sul Bosforo invase dal fuoco. Ci sono due Salih in Salih, così come ci sono due Istanbul in Istanbul “la città dalle due anime”, e su questo binomio si regge il suo equilibrio, precario e schizofrenico.

Mentre assaggia i dolci che Afitaf ha preparato apposta per lui, un bouquet variegato di profumi e suggestioni vecchie di millenni, Salih sente venir meno le sue certezze, i suoi propositi.

Ci sono due Salih in Salih, e più precisamente una voce nella sua testa, che lui chiama “gnomo”.
“Non ha funzionato. Non ha funzionato di nuovo. Non sei stato capace di dirlo bene, di farlo come si deve, ecco che non ha funzionato”. -Gnomo è un nome dato un po’ alla leggera, no?-. Ogni volta che raccolgo le forze e sto per fare qualcosa, ed ecco che lui subito sabota tutto…”
E poi c’è quel pezzo di carta nella valigia, un pezzo di carta da cui lo sguardo di Salih fugge, e quelle parole, dette in un tempo verbale sbagliato, coniugate per errore in un eterno presente: “Nithan si uccide”.
E il tempo sbagliato non è solo quello verbale ma è anche quello umano, quello vitale dell’intero universo che racchiude l’esistenza di Salih.

Un eterno malinconico presente che una volta svelato ai vostri occhi, i quali ormai pendono dalle pagine del libro che si uniscono come candide labbra, tornerà più volte a illanguidire il vostro umore e a sussurrare le storie reali, e quelle immaginate di Salih. L’immaginazione è un mezzo potente, l’unico mezzo per sopravvivere. Raccontare significa resistere, non solo far passare il tempo. E immaginare, in un vero e proprio teatro dei sensi dove fumare una sigaretta a volte vuol dire ingannarlo questo tempo o convincersi di averlo fatto, significa continuare a vivere. Come quando al bistrò, arrivate le cinque a un certo punto tutti escono insieme dalla porta di ingresso a fumare e ad attendere che passi il puzzo che viene dalle malandate tubature ormai impossibili da riparare.
Si aspetta che passi… e poi si torna dentro a gustare il più buono Sütlü Nuriye della terra.

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