Recensione: “La sera sulle case” – Interni aristocratici del ‘900

Recensione: "La sera sulle case" - Interni aristocratici del '900La sera sulle case
Eduard von Keyserling
a cura di Giovanni Tateo
L’Orma Editore

Come Thomas Mann, Hermann Hesse, Henrik Ibsen, anche Eduard von Keyserling (1855-1918), pur se molto apprezzato dai suoi contemporanei, avrebbe comunque meritato maggiore notorietà letteraria anche fuori di quella vasta area geografica nella quale si parlava il tedesco e che si spingeva fino all’Austria; lo avrebbe meritato per il suo stile raffinato, l’abilità nel ricreare, attraverso brevi frasi, ambienti e atmosfere e la bravura nel tracciare psicologie e stati d’animo dei suoi protagonisti.
A colmare in parte questa lacuna, la pubblicazione di questo volume a cura di Giovanni Tateo, professore ordinario di Letteratura tedesca all’Università del Salento. Sua è infatti la traduzione del romanzo e la postfazione, nella quale Tateo arricchisce la scarna biografia dell’autore, per natura aristocraticamente riservato, e dà un’ interessante lettura critica del racconto.
Così come Mann e Ibsen rappresentano la dimensione intima e contraddittoria della classe borghese, allo stesso modo Keyserling coglie l’aspetto intimo di quella aristocratica, alla quale egli stesso appartiene, che vive ai margini dell’Impero russo, si esprime in lingua tedesca ed è, inconsapevolmente e irrimediabilmente, sulla via del tramonto a causa del primo conflitto mondiale, ormai alle porte, e della rivoluzione russa che ne decreterà la fine.
La sera sulle case (1914) fa parte della produzione definita racconti dei castelli, perché ambientato nei manieri della Curlandia, l’estrema regione baltica oggi Lettonia, dove vive un’aristocrazia terriera, baroni e conti, in un elitario isolamento, fatto di passeggiate nei giardini,
gite nei possedimenti boschivi, scambi di visite, ricevimenti e battute di caccia. Keyserling ci fa penetrare in questo universo aristocratico e attraverso i suoi occhi, i suoi ricordi e la sua sensibilità, vediamo realisticamente i vasti ambienti nei quali vivono i suoi protagonisti, dal contegno e dal linguaggio sempre misurati e controllati, come richiede il rango cui essi appartengono.
Keyserling dipinge la natura alla stregua di un pittore impressionista, dando al lettore la sensazione di vedere i colori, che cambiano con le ore del giorno e della stagioni, di sentire i profumi e di ascoltare il battito d’ali degli uccelli, che volano di ramo in ramo. Il suo acume letterario è evidente anche nei dialoghi, nei quali si delineano i caratteri e l’interiorità dei personaggi, e dai quali affiorano le divergenze di pensiero fra padri e figli, che vivono la loro condizione umana con ambizioni esistenziali in una inconciliabile opposizione.
La vasta sequenza di stanze che compongono il castello diventa il simbolo di questo “scontro” generazionale, dal momento che essa è protettiva per i padri, che incarnano il rispetto delle regole della tradizione, e claustrofobica per i figli, ansiosi di formazione sentimentale e di esperienze di vita nel mondo reale.
Incompresi dai loro padri, i rampolli preferiscono rifugiarsi, per non morire, nella quiete delleloro vaste tenute, dove hanno la sensazione di sfuggire alla monotonia quotidiana dei riti ancestrali, tanto cari ai loro padri, e dove placano l’ irrequietezza esistenziale, ritrovando negli
echi lontani di vita altrui la loro parvenza di libertà:
“… d’un tratto la foresta si riempì di uno scampanellio squillante e vivace di sonagli. Una fila di slitte passò davanti a Fastrade:…sulla prima…sedeva un signore accanto a una signora, il cui velo bianco si agitava al vento. … Fastrade udì il signore ridere…” (pag.40).
Un romanzo corale nel quale le vite delle quattro famiglie aristocratiche, le cui proprietà sono confinanti, s’incrociano con quelle dei lavoratori al loro servizio nelle loro dimore, nelle stalle, nei giardini e nei boschi, e che sono testimoni silenziosi delle quiete esistenze dei loro signori.
Esistenze solo all’apparenza quiete e riservate, dal momento che non mancano chiacchiere e pettegolezzi fra nobili, a conoscenza di qualunque evento piacevole o drammatico del loro entourage; il che non basta comunque a scuotere l’andamento lento delle loro esistenze.

Questa coralità ruota attorno alla giovane baronessa Fastrade von der Warthe, che fa ritorno, dopo essersene allontanata, disapprovata dal padre, nel castello di famiglia, dove ritrova quell’immobilità che l’aveva spinta ad andar via e alla quale, intimamente e inutilmente, continua a ribellarsi:
“Una cupa tristezza l’aveva resa esausta. … quella vita… le toglieva tutta l’energia necessaria per
continuare a vivere; “… non abbiamo nient’altro da fare che starcene seduti ad aspettare…” (pag.29).

La sua indole da crocerossina la spinge a prendersi cura di chi, secondo la sua sensibilità, necessita di aiuto; fra questi il suo compagno di giochi infantili, Dietz von Egloff, rampollo dei baroni di Sirow, che, fra una perdita e l’altra al tavolo da gioco, sperpera il patrimonio di famiglia. Egloff è uno dei pochi ad esternare il proprio vuoto esistenziale e il crepuscolo, la decadenza e l’inadeguatezza della sua stirpe, che sottolinea nel suo dire con sarcastico e beffardo umorismo:
“… ma non sente come qui, in questa stanza, qualsiasi cosa desti passione o gioia di vivere venga subito smorzata? … assassinata…” (pag.60).

Ma anche Gertrud, una delle figlie dei baroni Port, confessa all’amica Fastrade:
“…Oh, a casa c’era un’atmosfera che non ti dico! Così grigia, così grigia! Mi sembrava di avere delle ragnatele appiccicate alle dita.” (pag.69).

A indicare lo scorrere del tempo è la natura, nell’alternanza delle stagioni, con i loro cambiamenti climatici, cromatici, olfattivi, descritti, come si diceva, con pennellate lievi quanto efficaci.. E il tempo lascia naturalmente i suoi segni anche sugli esseri umani:
“…i bei capelli argentati erano scomparsi e la luce della lampada rischiarava la grande e lucida testa calva” (pag. 27).

Da quanto finora scritto, risulta evidente che Keyserling incarna le diverse correnti letterarie a lui coeve: il realismo, che a tratti deborda nel naturalismo, nell’analisi della decadenza di questa nobiltà rurale baltica, nella descrizione degli ambienti, interni ed esterni, nei caratteri dei protagonisti, nei drammi psicologici di questa umanità relegata in un mondo ovattato ed elitario, prossimo ormai alla fine; il simbolismo di cui ogni ricordo o cosa è impregnata; l’impressionismo che, a seconda dei colori e degli odori della stagione, e delle luci e dei suoni delle diverse ore del giorno, dà al lettore forti sensazioni che coinvolgono i sensi.

Questo romanzo merita assolutamente di essere letto.

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Una risposta

  1. Annunziata Rampulla ha detto:

    Ho letto con grande interesse la recensione “intrigante “ di Francesca Marzilla, gli ambienti e le situazioni proposte invogliano alla lettura dell’opera, grazie del suggerimento.

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