Recensione: “Sangue del mio sangue” – perché la mela non cade mai lontano dall’albero.

Recensione: “Sangue del mio sangue” - perché la mela non cade mai lontano dall’albero.“Ye are Blood of my Blood, and Bone of my Bone.
I give ye my Body, that we two might be One.
I give ye my Spirit, ‘till our Life shall be Done”

(Tu sei sangue del mio sangue e ossa delle mie ossa.

Ti dono il mio corpo così saremo una sola cosa.
Ti dono il mio spirito finché l’anima nostra sarà resa).

Questo è “Sangue del mio sangue” di Ruth Lillegraven, scrittrice poetessa e drammaturga norvegese, tradotto da Andrea Romanzi per Carbonio Editore.

Clara Lofthus, vedova, due gemelli a cui pensare e una fresca nomina a ministra della Giustizia.

“È incredibile. La mia Clara, la figlia di un povero contadino. Nonostante tutto quello che abbiamo passato, nonostante una madre inutile e la scomparsa di Lars, ce l’ha fatta. Adesso potrà sedersi al tavolo del re”.

Ma come conciliare il duplice ruolo di mamma e ministra? Soprattutto se si è una donna che non vuole chiedere aiuto a nessuno né tantomeno avere un servizio di scorta/sicurezza?

“Sono la ministra della Giustizia e della Sicurezza Pubblica. Sono anche una madre sola. Da adesso in poi sarò costretta a tenermi su questo angusto sentiero, a non rischiare nulla. Devo occuparmi del lavoro e dei bambini, e già basta e avanza”.

Lo scoprirà Clara quando tornando a casa dal lavoro un venerdì pomeriggio la troverà vuota, senza i suoi bambini. E allora sarà costretta a farsi le domande giuste, a riaffrontare i fantasmi dell’infanzia e gli avvenimenti più recenti, sarà costretta a guardarsi dritto in faccia se li vuole ritrovare.

“Entro in bagno, apro l’acqua del rubinetto […..] raccolgo l’acqua nelle mani, risciacquo, prendo una salvietta e mi asciugo il viso. Nel momento esatto in cui ripongo l’asciugamano, vedo qualcosa che mi fa gelare il sangue nelle vene. I suoi zigomi, sotto la mia pelle. Lei mi guarda con i miei occhi. Mia madre. La donna che ha ridotto a brandelli la nostra famiglia”.

Così Clara Lofthus, con il solo aiuto del suo autista Stian, ritorna tra i fiordi, nella sua terra natia e ripercorrendo i luoghi della sua infanzia, come Pollicino con le molliche di pane, riesce a seguire il tragitto fatto dai suoi figli fino ad arrivare a trovarli. Ma sarà in grado di gestire ciò che troverà alla fine di questo viaggio “fisico” e “psicofisico” nel suo IO interiore?

“[….] a dire il vero, non sembra che le interessi nulla. Non fa che starsene sdraiata a letto, nella stessa posizione in cui si è accasciata fuori dal fienile, rannicchiata, come una bambina indifesa e smarrita”.

Il romanzo si articola in 75 capitoli più l’epilogo, ognuno dei quali intitolato al personaggio che narra il pezzetto di storia che lo riguarda. Quindi, seppur la protagonista di tutta la vicenda è indiscutibilmente la neo ministra della Giustizia, a mio avviso gli altri personaggi “narratori” possono essere considerati un pò come co-protagonisti poiché è anche grazie al loro punto di vista che il lettore riesce a svelare e comprendere dettagli tutt’altro che secondari. Inoltre, una volta capito chi è chi e che ruolo svolge nella vita di Clara, questa modalità narrativa permette di seguire molto più facilmente il contesto passato e presente.

Un romanzo all’insegna di ciò che si è davvero, ma che non si vorrebbe essere, di atti compiuti seguendo la propria vera natura adducendo ogni volta come giustificazione:

“Occorre fare ciò che è giusto, anche quando ciò che è giusto non corrisponde esattamente a ciò che è consentito fare”.

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