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Recensione: La moglie di Hopper – La terra stretta

Recensione: La moglie di Hopper - La terra stretta Recensione: La moglie di Hopper - La terra strettaLa moglie di Hopper
di Christine Dwyer Hickey
tradotto da Sabrina Campolongo, Alessandra Patriarca
Illustrato da Valentina Villa
Edizioni PaginaUno

Lo dico subito, per fugare in via preventiva qualsiasi possibile equivoco: “La moglie di Hopper” è uno di quei romanzi che si leggono con facilità e felicità di lettore, un piatto letterario leggero e gustoso, il cui mix di sapori persiste a lungo sul palato dopo aver chiuso con soddisfazione e una buona dose di affezione il libro sull’ultima pagina.

Ciò chiarito, mi sento anche di poter dire – rivolgendomi a chi per caso non conoscesse Edward Hopper – che, per gustare al meglio il bel romanzo di cui dobbiamo ringraziare la Dwyer Hickey e l’editore italiano che ce l’ha fatta conoscere, la sua lettura dovrebbe essere preceduta da una scorpacciata di quadri dello stesso Hopper (non sto invitandovi a un costoso viaggio per raggiungere uno dei musei americani che ospitano le sue opere: è sufficiente sfogliare uno dei numerosi e corposi volumi illustrati pubblicati in Italia).

Perché il romanzo dell’autrice irlandese (Dublino, 1960) è fortemente intriso delle atmosfere, dei colori, delle ombre e dei contrasti di luce abbacinante che ritroviamo nei dipinti di Hopper. Sembra, il libro della Dwyer, una replica, una trasposizione in prosa delle opere pittoriche di Hopper.
Persino i personaggi del libro sembrano mutuati dai quadri del capostipite del realismo americano del ‘900: ritroviamo la donna solitaria di “Automat”, seduta al tavolino di un bar mentre osserva, del tutto assente, la tazzina del caffè; quella, nuda, di “Eleven”, seduta in poltrona davanti a una finestra aperta su un panorama che non si vede e che si presume squallido; i due pedoni di “Don’t Come Knocking”, che attraversano un incrocio urbano deserto, chiusi in se stessi e reciprocamente estranei. E, proprio perché hopperiani, i personaggi della Dwyer, al pari di quelli dei quadri di Hopper, vengono appositamente relegati al ruolo di semplici figure.

Figure che vengono tra loro accostate per accennare relazioni caratterizzate dall’evanescenza e dalla convenzionalità, relazioni che non sanno tramutarsi in rapporti umani e che denunciano la sostanziale solitudine di ciascuno.

E nel romanzo, come nei quadri di Hopper, le figure umane sono incastonate in contesti ambientali dominanti, assolutamente prevalenti: dall’oceano e le sue spiagge (siamo a Cape Cod, luogo hopperiano per eccellenza) ai chioschi di carburante illuminati da luce spettrale, dalle sale da pranzo alle camere da letto delle ville neocoloniali, dalle strade deserte del centro alle tavole calde con i loro odori e suoni.
È, insomma, il mondo sfuggevole e malinconico, assolato e desertico, dei quadri di Hopper, nel quale lo stesso pittore e la di lui consorte si muovono stancamente, afflitti da reciproche incomprensioni e ruggini antiche, costretti a interagire casualmente con il vicinato, per costruire con il vicinato un rapporto di competizione e di superficiale, se non del tutto falsa, amicizia, nel tentativo di alleviare i propri problemi di coppia.

È tanto abile, la Dweyer, nel relegare e mantenere i coniugi Hopper nelle vesti di figure, anti-personaggi confusi con uno stuolo di altri anti-personaggi, che addirittura non vengono mai presentati e chiamati con i loro nomi : ci sono “lui”, “lei”, “sua moglie”, “suo marito”; e a volte, nelle scene e negli stessi dialoghi (oh, quant’è abile la Dweyer nei dialoghi!), il lettore ci mette un po’ a capire chi sta agendo o parlando.

Perché la Dweyer non racconta una storia, né tanto meno la vita o un pezzo di vita della moglie di Edward Hopper. Il titolo dell’edizione italiana non deve trarre in inganno e forse è utile ricordare che il titolo originale è: The Narrow Land (che in italiano suona: La terra stretta), a confermare che la protagonista del romanzo non è la signora Hopper, ma quella stretta penisola che si insinua come un lungo uncino nell’Atlantico e che va sotto il nome di Cape Cod.

Dunque, non una storia.
Dunque, non una trama, bensì una sapiente, leggera e intrigante ragnatela di rapporti superficiali – sostenuti da dialoghi che a volte si intrecciano fino ad annullarsi o a perdersi nell’incomprensione reciproca (vale ripeterlo: oh, quant’è abile la Dweyer nei dialoghi!) – per una breve estate degli anni ‘50 del secolo scorso, in una striscia di terra circondata dal mare, tanto stretta e abituale che ciascun abitante o frequentatore estivo non può sottrarsi al destino di venire a collidere con i fatti altrui e, forzatamente, di doversene interessare.

E in questo intreccio quasi forzato di relazioni superficiali, indotte solo dall’abitudine, o meglio: dal bisogno di rompere gli schemi dell’abitudine, chi ne fa le spese ed esce sconfitto (per diventare tacito accusatore del perbenismo della famiglia tipo americana) è il piccolo Michael, ragazzino tedesco orfano di guerra e ospite di una famiglia benefattrice di Princetown. Ma qui mi fermo, per lasciare a voi la gioia e il gusto di grattare sotto la crosta di questo bellissimo quadro hopperiano in prosa e scoprire quel poco di essenziale trama che riserva all’apparato emozionale del lettore.

Buona lettura, dunque.

Quanto a me, l’appetito vien mangiando.
Perciò vado a leggermi “Tatty. Un’infanzia dublinese” (PaginaUno, 2017) e “Farley” (PaginaUno, 2019).

Vi saprò dire.

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