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Paola Settimini e il suo nuovo documentario: “Opera lirica patrimonio dell’umanità”

Paola Settimini, spezzina direttrice artistica del La Spezia Film Festival e co-autrice di numerosi documentari, affronta la sua prima prova “solitaria” approcciando il mondo dell’opera. Tra richieste di riconoscimento e personalità forti, anche alcuni tentativi di innovazione: opere ridotte per i bambini, opera partecipata o l’esperienza di Daniele Piscopo la cui Accademia di Carrara sta portando in scena Gianni Schicchi, spettacolo per il quale gli studenti hanno interamente realizzato l’opera, comprese le scenografie. Non si tratta solo di fidelizzare il pubblico esistente ma di conservare le professionalità legate all’opera.

Abbiamo incontrato la regista a margine delle riprese.

Perché un documentario sull’opera?

Da italiana sono orgogliosa di questa forma d’arte, che viene rappresentata in tutto il mondo. Penso che sia veramente importante che l’opera venga riconosciuta per l’importanza che riveste sia per la cultura del nostro Paese che per quella che ha saputo diffondere nel mondo.

Di qui la volontà di partire dalla proposta del riconoscimento dell’opera come patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO

Qualche anno fa, nel 2013, l’Associazione Cantori Professionisti d’Italia e altri promotori hanno lanciato l’idea della candidatura dell’opera lirica italiana, l’Arte del Belcanto, alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale istituita dalla Convenzione UNESCO.  Mi sono sentita da subito di sostenere pienamente questa iniziativa.

Nel tuo documentario tu coinvolgi anche i sovrintendenti, che non sono artisti. Perché questa scelta? 

I sovrintendenti hanno un ruolo fondamentale all’interno dei teatri: sono loro che, insieme ai direttori artistici, decidono moltissime cose. E’ in base al loro lavoro che le cose funzionano (o non funzionano): ricoriamoci degli scioperi e delle problematiche sorte, ad esempio, qualche anno fa alla Scala di Milano. Da quando c’è Alexander Pereira le cose vanno decisamente meglio. E non lo dico per denigrare il suo predecessore, naturalmente. La cultura, purtroppo, viene sempre penalizzata in Italia e questo rende le cose davvero difficili. Quindi, per la peculiarità del loro ruolo e per l’importanza che rivestono, era fondamentale coinvolgerli. Sono inoltre un punto di riferimento per tutte le attività extra, compresi i rapporti con le associazioni che ruotano intorno ai teatri d’opera.

Tu citavi l’opera come prodotto italiano, ma giustamente citavi un sovrintendente straniero. C’è stato un acceso dibattito, riguardante anche i musei, sull’opportunità di assegnare ruoli del genere a persone non italiane. Quale è la tua posizione?

Non è affatto una questione di nazionalità. Penso che piuttosto si debba parlare di merito. Citavo Pereira che, a mio modestissimo parere da non addetta ai lavori, sta facendo molto bene, come dicevo. E’ un grande professionista dalla notevole esperienza, basti ricordare che prima della Scala ricopriva quel ruolo all’Opera di Zurigo. I dirigenti stranieri non sono assolutamente una minaccia.

E veniamo a coloro che stanno sul palco: gli artisti. Come hai scelto i protagonisti delle tue interviste? 

I cantanti lirici non hanno solitamente una grande fama, con alcune notevoli eccezioni come ad esempio Anna Netrebko o Vittorio Grigolo, che abbiamo visto recentemente ad Amici. Niente di paragonabile alla popolarità dei cantanti pop, comunque. Prima di procedere con la selezione sono andata a vedere molte opere, in Italia e all’estero e poi ho scelto in base alle indiscusse qualità, cantanti d’eccellenza che fanno grande l’opera, si esibiscono in tutto il mondo e sono un vanto per il nostro Paese. Chiaramente non ho tralasciato alcuni cantanti stranieri.

L’opera è un genere innegabilmente classico, ha attraversato tuttavia numerose crisi ed è attualmente un prodotto di nicchia. Quali possono essere, secondo te, i metodi per convincere nuovo pubblico a vedere questo genere di spettacolo?

Credo si debba innanzitutto sgomberare il campo dall’idea che l’opera sia un prodotto d’élite. L’opera è un prodotto molto popolare, perché tutto il teatro nasce per il popolo, e sempre attuale. Nell’opera si raccontano i sentimenti degli uomini e quelli non cambiano nel tempo. Cambiano al massimo alcuni concetti, ad esempio non esiste più il delitto d’onore, ma rimangono immutate le passioni: tutti abbiamo incontrato uno Jago nella vita! Gelosia, passione, amicizia, fedeltà e infedeltà: tutto questo si trova nell’opera ed è assolutamente attuale. Un altro pregiudizio è che l’opera sia inaccessibile a causa dei prezzi dei biglietti, ma questo non è vero. Certo, la prima della Scala rimane un evento esclusivo e costoso, ma ci sono molte altre occasioni in cui si può vedere un’opera a poco prezzo. E’ quindi una questione di scelte, se andare cioè al ristorante oppure al cinema, all’opera, a teatro.

Come credi che si possa avvicinare il pubblico a un linguaggio come quello dell’opera, fatto di tempi lenti, in un periodo storico nel quale il pubblico predilige la velocità, il ritmo? Anche perché la soglia dell’attenzione si è notevolmente ridotta….

Mi sono posta anche io questa domanda, ma poi vedo teatri sold out sia in Italia che all’estero. Forse è cambiato il pubblico, sono spariti i loggionisti, quelli che applaudono o fischiano, ma non credo che l’abbassamento della soglia dell’attenzione colpisca l’opera più di quanto faccia, ad esempio, con il teatro di prosa o con il cinema. Chi va a teatro, a vedere un film o all’opera ha fatto già una scelta consapevole e per questo non viene più di tanto colpito da cali di attenzione perché è già, in un certo senso, educato. Ecco perché credo che chi voglia andare per la prima volta all’opera debba documentarsi almeno un minimo, ad esempio scoprendo che molte di esse si basano su opere letterarie importanti.

Quando potremo vedere il documentario?

Completerò il documentario a fine agosto, mancano ancora pochissime interviste ma stiamo già procedendo con la selezione dei materiali. Subito dopo aver finito il lavoro, comincerà il percorso della promozione e dei festival, a partire già da settembre. Vorrei sottolineare che in questo lavoro mi assiste una studentessa dell’ultimo anno di liceo, Gaia Fossati, che ha già vinto numerosi premi e che si è distinta anche al La Spezia Film Festival vincendo nella sezione dedicata ai giovani.

E poi cosa farai?

Sai, ho notato che nella regia teatrale c’è un monopolio maschile. Non mi dispiacerebbe dirigere la regia in teatro, magari proprio di un’opera. Partendo da una ridotta, però….

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