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Recensione: "4 a 3. Italia - Germania, la partita del secolo" - Un match che racconta l'ItaliaIl calcio in Italia, si sa, è come una religione. I calciatori sono semidei, a volte deità assolute, che calcano con i loro divini scarpini il sacro suolo dei templi denominati stadi. Il tifo, del resto, è per definizione una fede e come tale viene vissuta dalla quasi totalità del popolo del Belpaese.

Lo sport del pallone, tuttavia, ha cambiato forma nel tempo; fino agli anni Ottanta il calcio era quello della domenica, al massimo affiancato dal mercoledì di coppa. C’era la schedina con tutte le partite dentro e gli altri giorni servivano solo per commentare gli avvenimenti accaduti in precedenza o quel che ci avrebbe aspettato nell’immediato futuro.
Poi le esigenze televisive hanno trasformato la fruizione dello sport in evento pressoché quotidiano, il susseguirsi degli incontri è talmente veloce da impedire il sedimentarsi della sacralità di alcuni match.

In 4 a 3 (Edizioni HarperCollins) Maurizio Crosetti, che di sport se ne intende e sa scrivere, affronta la partita del secolo, quella cioè che ha contrapposto Italia e Germania nella semifinale dei Mondiali di Messico 1970, specchio di quell’epoca di calcio centellinato ed epico. Ebbene sì, la semifinale ha un ricordo più vivido della finale, nella quale l’Italia fu travolta dallo tsunami brasiliano, incassando quattro gol.

La partita del secolo fu interminabile, concludendosi alla fine del secondo tempo supplementare, ma allo stesso tempo seguitissima, nonostante l’impietoso fuso orario l’avesse relegata quasi alla mezzanotte ora italiana. Si tratta di uno dei più fulgidi esempi di quella sacralità cui accennavamo in precedenza.

Dicevamo che il calcio, religione laica del nostro Paese, affonda profondamente da sempre nella nostra società e quel 17 giugno 1970 è rimasto nella memoria collettiva di chiunque l’abbia vissuto e anche di tutti coloro che, appassionati di calcio, non hanno potuto fare a meno di imbattersi in quello straordinario racconto.

Inevitabile, quindi, che Crosetti, anziché lanciarsi nell’ennesimo resoconto-telecronaca dell’incontro, si concentri invece nell’intersecare gli eventi del match con quelli della propria vita, quasi i ricordi si mescolino in un vissuto unico e inscindibile. E ciò non solo non disturba il lettore, non configurandosi un’invasione di campo (per restare in metafora), ma anzi sembra solleticare il nostro personale in un momento di socializzazione del vissuto, dall’effetto liberatorio e catartico.

E così, sempre nel solco dell’umanità che accompagna il racconto mitologico, i veri protagonisti, i componenti la formazione scesa in campo e l’intera rosa, panchinari compresi, vengono raccontati proprio a partire dalla storia, del percorso personale che li ha portati in volo verso il Centroamerica e poi all’interno dello stadio Azteca. Rivera, Riva, Boninsegna svettano su tutti, ma c’è spazio anche per altri nomi fortemente evocativi: Mazzola, Facchetti, De Sisti e lo stesso Ricky Albertosi, che si arrabbierà molto con RIvera per un suo errore proprio nei tempi supplementari.
Allo stesso modo, Crosetti analizza anche gli avversari, senza mai pensarli nemici, ma anzi sottolineandone la grandezza anche nella sconfitta. Non manca poi il giusto riferimento ai comprimari, le cui storie sono narrate con la stessa cura di quelle dei grandi, perché, come in un film capolavoro, tutti i personaggi devono, coralmente, contribuire alla storia.

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