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CuriosArte: Il riposo del Cristo scampato alle fiamme.A Napoli nella Chiesa di San Carlo all’Arena in via Foria giace un’opera di commovente bellezza che in pochi conoscono: ricavata da un unico blocco di pregiato marmo è il Cristo Crocifisso di Michelangelo Naccherino, uno dei maggiori scultori trasferitosi a Napoli nel 500.
Adagiato su un tappeto di velluto rosso, ha il corpo segnato da migliaia di fratture e il volto che, in quella posizione, sembra quello di un uomo addormentato, con una espressione tenera e sognante.

Nato per la basilica dello Spirito Santo in via Toledo sparì dalla chiesa durante i lavori di restauro settecenteschi. Fu ritrovato dopo 70 anni, nel 1835. Giaceva nascosto e abbandonato in una cassa posata in un angolo della sagrestia della chiesa.

La scoperta fu ad opera di Tito Angelini, altro grande scultore della scuola napoletana “perché gli parve di grande valore ne informò il Ministro degli affari interni, il quale subito dispose che il Cristo fosse ripulito, e sollevato su di una croce di legno, perché potesse essere esposto al pubblico. Il solo restauro subito fu nelle dita delle mani, perché trovate rotte”.
Trasportato nella chiesa di San Carlo all’Arena nel 1836, dopo l’epidemia di colera, fu collocato sull’altare maggiore. Lì vi rimase per circa cento anni.

Nel 1923 un furioso incendio devastò la chiesa e bruciò il crocifisso di legno che per secoli aveva retto la statua di marmo. Il Cristo crollò al suolo frantumandosi in mille pezzi. Era ormai ridotto a un cumulo di macerie.
Fu un gruppo di fedeli mossi da commozione e fede a raccogliere i frammenti della statua. Con lo stesso amore furono ricomposti i pezzi con gli unici strumenti che avevano a disposizione: colla e amore.
Con pazienza si misero al lavoro come nel kintsugi, quella pratica giapponese che evidenzia le fratture, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto con l’ausilio di un metallo prezioso. E cosa c’è di più prezioso dell’amore?

I lavori di restauro restituirono alla chiesa un Cristo Ferito “Arremeriato”, rimediato, come si dice a Napoli – con tanto di cicatrici che, pur ricordando la terribile disgrazia, ne accentuarono il suo effetto drammatico. Non fu possibile ricostruirne le braccia, il corpo assunse dunque l’apetto di un mutilato, un uomo scampato per un pelo a chissà quale esplosione, di chissà quale guerra. L’espressione del Cristo tuttavia non sembrava più sofferente, come se una volta sceso dalla croce avesse trovato finalmente pace.

Al di fuori del circuito classico del turismo, giace oggi quasi dimenticato. Tutte le sere un piccolo gruppo di vecchiette col capo chino veglia su di lui e mormorando litanie accarezza il bianco marmo martoriato.

Il Cristo Arremeriato, è l’ennesima testimonianza della bellezza e dell’importanza di una città che fu una grande capitale, ricca di opere e di artisti. Una città di struggente e dolente bellezza, nei cui vicoli tracciati da greci e romani, racchiude incastonati nel marmo, nel tufo, nel piperno, le tracce di una antica grandezza.

Tracce malinconiche e suggestive, come le cicatrici sul corpo del Cristo ferito.

L’Arte riaffiorando attraverso le sue fratture comunica un messaggio prezioso. Si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona, come ogni opera, unica, preziosa.

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