Ci sono momenti nella storia del dibattito pubblico in cui una vicenda apparentemente marginale diventa simbolo di un problema più grande. Il caso del video in cui Alessandro Barbero esprimeva il proprio “no” al referendum sulla giustizia – un intervento civile, argomentato, pienamente riconducibile alla sua attività di studioso e divulgatore – rappresenta uno di quei casi. Il fatto che tale contenuto sia stato limitato o etichettato dai sistemi di Meta, anche con l’intervento della testata Open nell’ambito del programma di fact checking, non è semplicemente un incidente di percorso: è il segnale di una stortura che ormai riguarda l’intera architettura della comunicazione digitale.
La questione, sia chiaro, non ha nulla a che vedere con il merito del referendum. PuntoZip non prende posizione sulla consultazione, non lo ha mai fatto e non intende farlo. Il tema qui è un altro: la possibilità per un intellettuale, per un cittadino, per chiunque di esprimere pubblicamente un’opinione politica senza che un algoritmo, o una procedura di verifica inadatta, la classifichi come contenuto problematico. E se è vero, com’è vero, che Open gode di credibilità come testata giornalistica e svolge il proprio lavoro con responsabilità, ciò non toglie che in questo caso il meccanismo stesso del fact checking si sia rivelato inefficace, perché applicato fuori dal suo perimetro naturale.
Difatti, la domanda fondamentale è una: si può davvero “verificare” un’opinione? Ha senso etichettare come “potenzialmente fuorviante” un ragionamento storico-politico? E soprattutto: quali conseguenze produce questa etichettatura quando avviene su piattaforme che controllano la quasi totalità del discorso pubblico?
Il problema non è Barbero. E non è nemmeno Open. Il problema è un sistema in cui le sfumature del dibattito democratico vengono irrimediabilmente schiacciate su logiche binarie: vero o falso, accurato o ingannevole. Una logica che funziona – anzi, è indispensabile – quando si tratta di smentire bufale, manipolazioni, falsità documentabili. Ma che diventa non solo inadeguata, ma persino pericolosa, quando tenta di applicarsi a una dichiarazione politica, a un orientamento personale, a un’analisi che fa parte del libero e fisiologico confronto fra cittadini.
Il “no” di Barbero al referendum non è un fatto da verificare. È un’opinione, come ne circolano ogni giorno migliaia. E che un’opinione venga ostacolata, anche temporaneamente, da un sistema di moderazione automatizzato o da un’applicazione troppo estensiva del fact checking, pone un interrogativo inquietante sulla qualità della nostra sfera pubblica: chi decide cosa può essere detto?
Meta, come le altre grandi piattaforme, si trova da anni a gestire un potere enorme – quello di distribuire, amplificare o limitare la visibilità delle voci che animano il dibattito sociale. E questo potere, che nessuna redazione tradizionale ha mai posseduto in queste proporzioni, comporta responsabilità che evidentemente non sono ancora state comprese fino in fondo. Perché nulla di questo dovrebbe portare a rendere meno visibile o “sospetto” il punto di vista di un intellettuale che interviene su una consultazione pubblica. Un referendum, per sua natura, è un momento in cui ogni voce conta. Ogni argomento conta. Ogni “sì” e ogni “no” devono poter circolare liberamente, purché espressi nel rispetto delle leggi.
Che il fact checking di Open sia intervenuto non è il cuore del problema; il cuore è l’inadeguatezza strutturale degli strumenti che Meta utilizza per governare la complessità del discorso politico. Uno strumento pensato per smontare fake news non può diventare un freno alla legittima manifestazione del pensiero. E se anche un solo video viene limitato perché un algoritmo o una procedura automatizzata lo interpreta in modo errato, allora c’è qualcosa che non va. Non nella singola verifica, ma nell’impianto.
A fronte di un episodio del genere, una redazione come la nostra non può restare indifferente. Non perché abbia interesse a difendere una posizione politica – lo ribadisco: il referendum non è il nostro terreno – ma perché difendere lo spazio dell’espressione pubblica è compito di chiunque lavori con le parole, con l’informazione, con la cultura. Oggi è capitato a Barbero; domani potrebbe capitare a chiunque. E ogni volta che una voce viene rallentata ingiustamente, la democrazia perde un infinitesimo della sua vitalità.
Per questo PuntoZip ha deciso di reagire come ritiene più giusto: pubblicando qui sotto il video di Alessandro Barbero. Non come endorsement politico, ma come gesto di trasparenza, come riaffermazione del principio che le idee – tutte, anche quelle che non condividiamo – hanno diritto di esistere e di circolare senza che un filtro improprio ne ostacoli la diffusione.
Perché la libertà di espressione non è un valore negoziabile. Non lo è mai stata. E non inizierà certo a esserlo oggi, nell’era degli algoritmi.