L’Editoriale – Chi siamo quando non lavoriamo più: identità, precarietà e il grande vuoto del lavoro che cambia

L'Editoriale - Chi siamo quando non lavoriamo più: identità, precarietà e il grande vuoto del lavoro che cambiaDal quiet quitting all’intelligenza artificiale: come una civiltà intera sta perdendo il proprio specchio identitario e cosa possiamo costruire al suo posto

C’è una domanda che milioni di persone si portano dentro senza riuscire a formularla con precisione. Non è una domanda sul contratto, sulla retribuzione, sulle ferie o sullo smart working. È una domanda più profonda, più antica, più scomoda: chi sono io quando il mio lavoro non mi definisce più?

Per generazioni, quella domanda non si è nemmeno posta. Non perché la risposta fosse ovvia, ma perché il lavoro la rendeva superflua. Eri il tuo mestiere. Eri la tua professione. Eri il tuo ruolo. Fino a pochi decenni fa, nelle carte d’identità italiane figurava la professione come elemento identificativo della persona: una scelta che non era burocratica, ma culturale. Diceva qualcosa di fondamentale su come una civiltà concepiva l’individuo: attraverso ciò che produceva, non attraverso ciò che era.

Quella dicitura è stata eliminata nel 2015. Un cambiamento apparentemente tecnico, quasi impercettibile. Eppure, in retrospettiva, sembra il segnale premonitore di una trasformazione molto più profonda: il lento, doloroso, inesorabile distacco tra l’identità di una persona e il lavoro che svolge.

L’asse che si spezza: il lavoro come fondamento identitario

Per capire quanto sia radicale questa trasformazione, bisogna capire quanto fosse profondo il fondamento che sta cedendo.

Il lavoro, nella modernità occidentale, non è mai stato solo un mezzo di sostentamento. Era, come sottolineava Freud, che lo poneva accanto all’amore come pilastro della salute mentale, una delle due grandi fonti di significato dell’esistenza umana. Era il luogo in cui si manifestava la competenza, si costruiva il riconoscimento sociale, si trovava risposta alla domanda più antica: servo a qualcosa?

Erik Erikson, nella sua teoria delle fasi psicosociali, collocava il conflitto tra operosità e inferiorità al cuore dello sviluppo identitario: lavorare bene, essere capaci, essere riconosciuti come produttivi, erano dimensioni costitutive del senso di sé, non accessorie. Max Weber, all’alba della sociologia come disciplina, aveva visto nel lavoro il veicolo attraverso cui le società moderne costruivano non solo la ricchezza, ma il significato collettivo dell’esistenza.

Su questo fondamento si erano stratificati, nei decenni, diversi strati di senso: il lavoro come dovere sociale, come contributo al bene comune, come luogo di autorealizzazione, come fonte di dignità e riconoscimento. Una grammatica identitaria complessa, a volte contraddittoria, ma potente. Una grammatica che dava alle persone un posto nel mondo: non solo economico, ma simbolico, relazionale, esistenziale.

Quella grammatica si sta dissolvendo. E la velocità con cui si dissolve supera di gran lunga la capacità delle persone (e delle istituzioni) di costruirne una nuova.

Le tre fratture che hanno spezzato il patto

La crisi dell’identità lavorativa non è un fenomeno improvviso. È il prodotto di almeno tre fratture profonde che si sono accumulate nel tempo, amplificandosi reciprocamente.

La prima frattura: la precarietà come condizione strutturale

Il concetto di “posto fisso”, quella certezza che per generazioni ha rappresentato non solo stabilità economica ma fondamento identitario, è diventato quasi inverosimile. Non è una questione di scelte individuali: è una trasformazione strutturale del mercato del lavoro che ha reso impossibile costruire quelle narrazioni di carriera lineari su cui si fondava l’identità lavorativa tradizionale.

Chi inizia a lavorare oggi non può più pensare di costruire la propria identità attorno a un ruolo stabile, a un’organizzazione, a una progressione prevedibile. La precarietà non è un incidente di percorso: è l’architettura del sistema. E un’identità costruita su fondamenta precarie è, per definizione, un’identità precaria.

La seconda frattura: il quiet quitting e il grande abbandono

Nell’estate del 2022, un giovane ingegnere newyorkese pubblica su TikTok un video in cui racconta la sua scelta di “non andare oltre” nelle richieste del lavoro. In poche settimane, il termine quiet quitting diventa virale, rilanciato da milioni di utenti in tutto il mondo.

Non è una coincidenza. Quel video ha toccato qualcosa di profondamente condiviso: la stanchezza di chi ha investito nel lavoro aspettative identitarie che il lavoro non è più in grado di soddisfare. Il quiet quitting non è pigrizia: è la presa di coscienza che l’identificazione totale con il lavoro non è più sostenibile. Che il lavoro non è più il luogo dove si costruisce l’identità, ma una delle tante sfere della vita, da bilanciare e, quando necessario, da contenere.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, nel 2024 il 12% dei lavoratori si identifica come Quiet Quitter  e il dato è stabile, a conferma che non si tratta di un trend passeggero ma di una realtà consolidata. Parallelamente, il 42% dei lavoratori italiani dichiara di voler lasciare il proprio posto di lavoro. Non sono numeri di malcontento occasionale: sono i sintomi di una rottura sistemica tra le persone e il significato che attribuiscono al proprio lavoro.

La terza frattura: l’intelligenza artificiale e la dissoluzione delle professioni

Se la precarietà ha eroso la stabilità del lavoro e il quiet quitting ne ha segnalato il distacco emotivo, l’intelligenza artificiale sta ora ridisegnando le fondamenta stesse su cui le professioni (e con esse le identità professionali) erano costruite.

Il World Economic Forum, nel Future of Jobs Report 2025, segnala che le trasformazioni tecnologiche stanno ridefinendo in profondità il lavoro in tutto il mondo. L’ILO ha rilevato che un lavoratore su quattro svolge un’occupazione con qualche grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa  e che, nella maggior parte dei casi, i lavori non verranno semplicemente eliminati, ma trasformati.

Questo significa qualcosa che va oltre l’economia: significa che molte persone si troveranno a perdere non solo mansioni e strumenti, ma il modo in cui hanno imparato a riconoscersi. Un medico che ha costruito la sua identità attorno alla capacità diagnostica, un giurista che si è definito attraverso la padronanza dei precedenti, un giornalista che si è raccontato come narratore della realtà: tutti questi profili professionali sono in trasformazione. E con loro, le identità che li abitano.

Il costo psicologico di un’identità che crolla

C’è una dimensione di questa crisi che raramente viene discussa con la franchezza che merita: il costo psicologico del distacco tra identità e lavoro.

La letteratura scientifica è inequivocabile: il lavoro non coincide mai soltanto con la produzione di reddito. Diversi studi descrivono l’occupazione come una fonte di identità, autoconcezione, relazioni sociali e status. Il lavoro entra progressivamente nella costruzione autobiografica del sé, nel modo in cui una persona pensa a se stessa nel tempo. Non è sempre solo “quello che faccio”: finisce per diventare “una parte essenziale di come mi penso”.

Quando quella parte vacilla (per una perdita del lavoro, per un demansionamento, per la consapevolezza che ciò che si fa potrebbe presto non servire più) ciò che si incrina non è solo l’organizzazione della vita quotidiana, ma il modo in cui la persona si è raccontata a se stessa per anni.

Il titolo professionale, per molti, funziona come un’armatura. Dice agli altri come leggerci. Ma soprattutto dice a noi come sentirci: “Se produco, allora merito. Se sono utile, allora non sono sostituibile. Se ho una posizione, allora ho valore.” Convinzioni raramente esplicite, ma potentissime. Che restano invisibili finché il meccanismo funziona. Che emergono con forza devastante quando il meccanismo si inceppa.

L’87,3% degli occupati italiani, secondo il Rapporto Censis 2023, ritiene che sia un errore «fare del lavoro il centro della propria vita». Una percentuale che avrebbe fatto scalpore vent’anni fa, e che oggi suona come la voce di una generazione che ha capito, forse dolorosamente, che quell’investimento identitario era rischioso. Che il lavoro come colonna portante dell’identità è una costruzione fragile in un’epoca di trasformazione accelerata.

Il singolarismo e la fine del lavoro come destino

C’è una chiave di lettura sociologica che illumina questa trasformazione con una profondità che i soli dati economici non riescono a restituire. Il sociologo Dimitri D’Andrea la chiama singolarismo: una nuova forma radicale di individualismo, centrata sull’immediatezza del rapporto con sé stessi, sulla fede nella propria unicità irripetibile, sull’espressione del sé come ragione ultima della propria condotta.

In questa soggettività singolarista, il lavoro perde la sua capacità di essere fonte esclusiva di definizione del sé. L’identità non è più uno spazio organizzato attorno a una vocazione o a una professione: è un assemblaggio eterogeneo di componenti: stili di vita, valori, preferenze, appartenenze, che non richiedono coerenza e non si dispongono in una gerarchia stabile.

L’autorealizzazione singolarista cerca nel lavoro non la manifestazione di capacità universali, ma l’espressione della propria unicità individuale. E dove questa espressione non è possibile, dove il lavoro è precario, alienante, minacciato dall’automazione, l’esigenza di autorealizzazione prende altre strade, si riversa fuori dal lavoro, riducendone il senso e la rilevanza.

Il risultato è quello che D’Andrea chiama un pulviscolo irrappresentabile: una pluralità di atteggiamenti soggettivi nei confronti del lavoro, così variegate e atomizzate da rendere difficile qualsiasi rappresentazione collettiva: politica, sindacale, culturale. Non è semplicemente che le persone lavorano meno volentieri: è che il lavoro ha perso la capacità di essere il fondamento di un progetto comune.

La vocazione tradita: quando il lavoro diventa sopravvivenza

C’è una distinzione che la lingua italiana non ci consente di fare con precisione, ma che altre lingue preservano. In inglese, job indica il lavoro alienante, necessario per sopravvivere. Work si riferisce all’attività svolta con passione, alla manifestazione della propria vocazione. In tedesco, Arbeit è la fatica; Werk è l’opera. In latino, labor è il peso; opus è la creazione.

Quella distinzione non è solo lessicale: è esistenziale. Racconta la differenza tra chi taglia pietre e chi costruisce cattedrali — anche quando le mani compiono lo stesso gesto.

La crisi identitaria del lavoro contemporaneo è, in fondo, la crisi di questa distinzione. Sempre più persone svolgono un job quando vorrebbero fare work. Sempre più persone riducono il lavoro a mezzo di sopravvivenza non per scelta, ma per mancanza di alternative — strutturali, economiche, culturali. E quando il lavoro diventa solo sopravvivenza, quella parte dell’identità che vi era investita non sparisce: rimane lì, sospesa, in cerca di un nuovo ancoraggio.

Il rischio (e qui sta forse la più insidiosa delle conseguenze di questa trasformazione) è che quella parte rimanga per sempre senza ancoraggio. Che la crisi del lavoro come asse identitario non produca una nuova grammatica del sé più ricca e più libera, ma un vuoto che si riempie di fragilità, di cinismo, di disimpegno.

È possibile un’identità più robusta?

La domanda che rimane aperta (e che sarebbe disonesto fingere di risolvere con una lista di consigli pratici) è se sia possibile costruire un senso di sé più robusto e meno dipendente dal lavoro. Una risposta affermativa richiede onestà su cosa si sta davvero chiedendo: non la negazione del lavoro come dimensione importante della vita, ma la sua ridimensionamento come unica dimensione.

Alcune indicazioni vengono dalla ricerca. L’autorealizzazione, l’unico tipo di senso lavorativo che resiste al di là della semplice strumentalità, rimane tra le motivazioni prevalenti di chi cerca un nuovo lavoro (36,1%), seconda solo al desiderio di guadagnare di più. Le persone non hanno smesso di cercare significato nel lavoro: hanno smesso di trovarlo lì dove lo cercavano. Il problema non è l’assenza di bisogno, ma l’inadeguatezza dell’offerta.

Le nuove generazioni sembrano meno disposte a sacrificare la propria salute mentale sull’altare dell’ambizione professionale. Non è cinismo: è saggezza, faticosamente acquisita attraverso l’osservazione di generazioni che hanno bruciato se stesse in nome di un’equazione: lavoro uguale valore, che si è rivelata falsa o almeno insufficiente.

Ma costruire un’identità più robusta richiede qualcosa che le istituzioni — educative, politiche, organizzative — faticano ancora a riconoscere come priorità: aiutare le persone a sviluppare attitudini, non solo competenze. A capire chi sono, non solo cosa sanno fare. A trovare senso in una pluralità di sfere — relazioni, comunità, creatività, cura, impegno civile — senza che nessuna di esse diventi la prigione in cui rinchiudere l’intero sé.

La cattedrale invisibile

C’è una storia antica, di origine medievale, che racconta di tre scalpellini intenti a lavorare sulla stessa pietra. Al primo viene chiesto cosa stia facendo: «Sto tagliando questa pietra». Al secondo: «Sto lavorando per mantenere la mia famiglia». Al terzo: «Sto costruendo una cattedrale».

Per generazioni, la cultura occidentale ha promesso a tutti la possibilità di essere il terzo scalpellino. Ha costruito attorno a quella promessa sistemi educativi, narrazioni del successo, gerarchie di status. E per molti (non tutti, mai tutti) quella promessa si è avverata abbastanza da rendere il lavoro qualcosa di più della sopravvivenza.

Oggi quella promessa è incrinata. Non perché le cattedrali non esistano più, ma perché le condizioni per costruirle (stabilità, continuità, riconoscimento, senso) si sono fatte più rare e più difficili. E milioni di persone si trovano a tagliare pietre senza sapere a quale edificio appartengano.

La risposta non è smettere di cercare la cattedrale. È smettere di credere che il lavoro sia l’unico cantiere in cui possa essere costruita.

Perché le cattedrali più importanti — quelle che danno senso a una vita, che costruiscono un’identità capace di resistere alle trasformazioni del mercato e agli algoritmi dell’intelligenza artificiale — si costruiscono anche altrove. Nelle relazioni che coltiviamo. Nelle comunità a cui apparteniamo. Nelle passioni che pratichiamo senza che nessuno ci paghi per farlo. Nella cura che dedichiamo a chi amiamo.

Il lavoro che cambia non è la fine dell’identità. È l’invito, doloroso, urgente, necessario, a costruirne una più grande.

E forse è il momento di raccoglierlo.

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