C’è un momento preciso in cui si può datare l’inizio dell’influenza del western in Italia. Si tratta del 21 febbraio 1890, quando la grande carovana del Wild West Show si attenda ai Prati di Castello a Roma. William Cody, in arte Buffalo Bill, a capo del grande circo, sbarca in Europa portandosi dietro uno spettacolo di cavalcate, duelli, assalti alla diligenza, sparatorie mirabolanti, residuali indiani, fenomenali pistoleri, ricordi incerti di avventure passate e, soprattutto, l’esibizione del suo stesso mito, incarnazione della Frontiera più d’ogni altra cosa.
Convinto della superiorità dei cowboys americani, grandi domatori di cavalli, Buffalo Bill sfida i butteri di Cisterna Latina a un rodeo e perde la scommessa contro il giovane Augusto Imperiali, fenomenale cavaliere dell’Agro Pontino.
Più di cent’anni dopo, Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis recuperano lo straordinario evento e ne fanno materia viva da rimpastare in un’opera filmica capace di riflettere con un certo gusto sul confine tra verità e narrazione e, come per lo scarto d’un puledro, proiettarsi improvvisamente verso direzioni impreviste mutando persino di genere.
Ci mostrano dunque la tournée di Buffalo Bill che fa tappa alla corte dei signori Rupé. Qui un buttero, Santino (Borghi) sfida l’americano e vince. La moglie del padrone, Rosa (Nadia Tereszkiewicz), vive male il ruolo che la società le ha imposto, sottoponendola alla scelta obbligata: o moglie o puttana. La donna coglie l’occasione per sparare al marito e fuggire con Santino. Il suocero (Gianni Garko) le scatena di tutta risposta la forza armata alle calcagna: persino lo scout per eccellenza, William Cody, è ingaggiato all’inseguimento.
Proprio Buffalo Bill (interpretato da John C. Reilly, pronto a rispondere con bonarietà all’altamaniano e tormentato Bill di Paul Newman) è chiamato a incarnare il gioco di specchi che regge l’impalcatura segreta del film. Figlio prediletto d’America, portatore di civiltà affermata con il sangue, maestro della sua stessa messa in scena, uomo di circo e di storie, William Cody ha fondato un’epica sull’esagerazione, sull’affabulazione e sullo spettacolo, avanguardia di quell’era dell’intrattenimento mondiale che consoliderà pochi anni dopo il Cinema come macchina narrante e colonizzatrice d’immaginari per antonomasia.
E del cinema Buffalo Bill anticipa e incarna la capacità di reinventare quello che è stato a uso e consumo di una buona novella. I registi eludono così ben presto i legami della ricostruzione storica e si dirigono verso i territori dell’avventura picaresca che vede i due nuovi amanti alla macchia in un paesaggio trasfigurato che pare uscito dalle tele del Fattori e che offre il terreno per le numerose stazioni della loro fuga, cambiando di scenari e d’atmosfera veleggiando verso il grottesco, l’assurdo, l’allucinato.
A partire dalla suggestione iniziale, Rigo de Righi e Zoppis lavorano sulla decostruzione del genere. Del western mantengono i dispositivi simbolici, i topoi caratteristici come la costruzione della ferrovia e l’arrivo della modernità, l’assoggettamento di uno Stato nascente, la preponderanza di una natura selvaggia e la retorica incontrovertibile di una pistola puntata che fa vincere ogni dibattito.
Guardano prima a Leone, a Corbucci, a Lisandro Alonso, al nordestern dei cangaceiros brasiliani e a Herzog, ma dirigono poi lo sguardo verso nuovi territori inesplorati, cercando la purezza di un fotogramma capace di far vedere allo spettatore vecchie cose con occhi nuovi.
Come rabdomanti di quelle storie che stanno nell’aria in attesa d’essere fiutate, riescono a sintonizzarsi sui canali dell’oralità e affondano le mani in una nebulosa di narrazioni folk, etnologia e azione, svelando un universo locale fatto di ottave e di stornelli, di reminiscenze narrative che sembrano prese in prestito dalla fiabistica italiana e dalla tradizione popolare. E proprio a una dimensione favolistica giungono al culmine di un racconto in continua trasformazione, con una testa staccata dal corpo che continua a parlare.
In questi ambienti si muovono Santino e Rosa verso la libertà, verso l’America, ma se Santino rimane un personaggio volutamente sfuggente, come le nuvole che tanto ama, è Rosa la vera protagonista, che si assumerà sempre di più il peso del proprio destino e la responsabilità della propria emancipazione. I due protagonisti maschili invece, Santino e Buffalo Bill, si configurano come due esseri in balia degli eventi. Saranno gli unici due personaggi che alla moneta lanciata in aria affidano il corso della loro esistenza, la loro fortuna o la loro condanna.
Testa o Croce? sembra dirci che la verità non può interferire con una bella storia e nell’immagine straordinaria di Santino che doma il cavallo sullo sfondo delle montagne americane dipinte sulla scenografia del Wild West Show, nella carrellata che segue la fuga dei ricercati al tramonto, nella straordinaria scena della caccia alle rane con gli specchi o in quella della grotta dei banditi che riecheggia il pescatore verde di Pinocchio, si instaura un continuo dialogo tra gli archetipi americani, la storia locale italiana e la fiaba che non è solo un superficiale gioco di giustapposizioni e di assonanze, ma lo svelamento di un fiammeggiante immaginario antico e moderno che i due registi sanno ben maneggiare e far coesistere.
Così il genere e la storia diventano solo il terreno buono per offrire lo slancio a un salto verso l’immaginazione, verso la bellezza di un racconto ben raccontato, che attraversa rivoluzioni e paesaggi tremendi, si imbosca tra cespugli e macchie, calpesta terre arse e paludi malariche, che si riflette negli occhi incoscienti dei cavalli e delle bufale, dei barbagianni, dei cani che inseguono, dei corvi parlanti.
Opera meno rigida di Re Granchio (ndr: uscito nel 2021 e presentato al Festival di Cannes) anche perché più aperta al grande pubblico, in questo senso forse meno consapevole di quello che vuole essere, indecisa tra l’opera d’autore e il fenomeno popolare, Testa o Croce? rimane una conferma del talento di un duo registico – i francesi lo sanno bene visto che ormai i due sono di casa a Cannes – che vede nel recupero della tradizione folk non un rifugio nostalgico, ma uno strumento utile per tornare a raccontare l’umanità attraverso le storie ben raccontate. Vere o false che siano non importa, anche perché la realtà non dovrebbe mai poter rovinare una bella storia.
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