Dalla crisi dell’autorevolezza alla dissoluzione della realtà condivisa: un viaggio nel cuore del paradosso epistemico del nostro tempo
C’è una scena che si ripete ogni giorno, in milioni di varianti, in ogni angolo del mondo occidentale. Un medico spiega a un paziente la diagnosi, le opzioni terapeutiche, i rischi e i benefici di un trattamento. Il paziente annuisce, esce dallo studio, apre il telefono e passa la mezz’ora successiva a cercare su Google conferme che il medico abbia torto. Trova un blog, un video YouTube, un thread su X. Trova qualcuno che dice esattamente quello che voleva sentirsi dire. E torna a casa convinto che il medico, quello con vent’anni di specializzazione alle spalle, stesse sbagliando, o peggio, mentendo.
Non è una storia di stupidità. Non è una storia di malafede. È una storia molto più complessa e molto più inquietante: è la storia di come una civiltà che ha costruito il proprio progresso sulla conoscenza verificabile stia progressivamente smettendo di fidarsi di chi quella conoscenza produce.
È la storia del nostro tempo. Ed è una storia che dovrebbe preoccuparci tutti, indipendentemente da dove ci collochiamo politicamente, culturalmente, generazionalmente.
Il paradosso dell’epoca più informata della storia
Partiamo da un dato che dovrebbe essere rassicurante, e invece è il cuore del problema.
Non siamo mai stati così informati. La biblioteca di Alessandria conteneva, nelle stime più generose, circa 700.000 rotoli. Google indicizza oggi oltre 130 trilioni di pagine web. Un adolescente con uno smartphone ha accesso a più informazioni di quanto un intellettuale del XVIII secolo avrebbe potuto consultare in dieci vite. Le università più prestigiose del mondo offrono corsi gratuiti online. Gli articoli scientifici peer-reviewed sono accessibili a chiunque sappia cercarli. Il sapere, per la prima volta nella storia umana, non è più un privilegio di casta.
Eppure (ed è qui che il paradosso diventa vertiginoso) non abbiamo mai avuto così poca fiducia in chi quel sapere produce.
Secondo il Edelman Trust Barometer 2024, la fiducia nelle istituzioni scientifiche è in calo in 17 dei 28 paesi monitorati. In Italia, solo il 43% dei cittadini dichiara di fidarsi degli scienziati come fonte di informazione affidabile su questioni di salute pubblica: un dato che sarebbe sembrato fantascienza ai ricercatori che svilupparono il vaccino antipolio negli anni Cinquanta, accolto come una liberazione collettiva. La fiducia nei giornalisti è ancora più bassa: secondo il Reuters Institute Digital News Report 2024, l’Italia si colloca tra i paesi europei con il minor livello di fiducia nei media, con solo il 32% degli intervistati che dichiara di fidarsi delle notizie in generale.
Non stiamo parlando di una nicchia di complottisti. Stiamo parlando di una maggioranza silenziosa che ha smesso di credere che esistano fonti più affidabili di altre. Che ha adottato, spesso inconsapevolmente, un relativismo epistemico radicale: tutte le opinioni valgono uguale, tutti i punti di vista sono legittimi, la verità è una costruzione del potere.
Le radici profonde: una crisi che viene da lontano
Per capire dove siamo arrivati, bisogna capire da dove veniamo. La crisi della fiducia negli esperti non è nata con i social media, anche se i social media l’hanno accelerata in modo esponenziale. Ha radici più profonde, che affondano in decenni di tradimenti reali e percepiti.
Il tradimento degli esperti
La prima radice è scomoda da ammettere, perché richiede di riconoscere che chi critica gli esperti ha, almeno in parte, delle ragioni.
Gli esperti hanno sbagliato. Spesso. E spesso in modo che ha avuto conseguenze devastanti per milioni di persone.
Gli economisti mainstream non hanno previsto la crisi finanziaria del 2008. Non solo non l’hanno prevista: molti di loro avevano attivamente contribuito a costruire il sistema di deregolamentazione che l’ha prodotta. Quando la crisi è arrivata, sono stati gli stessi esperti che avevano fallito a spiegare ai cittadini comuni perché dovevano pagarne il conto con anni di austerità, perdita del lavoro, tagli ai servizi sociali.
I medici e le istituzioni sanitarie hanno gestito la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti con un mix di negligenza e complicità con l’industria farmaceutica che ha prodotto centinaia di migliaia di morti. Hanno prescritto farmaci la cui dipendenza era nota ai produttori e taciuta ai prescrittori. Hanno trattato il dolore cronico come un problema da eliminare chimicamente, senza chiedersi le cause.
Durante la pandemia di COVID-19, le indicazioni degli esperti sono cambiate rapidamente (come è normale in una situazione di emergenza con un patogeno sconosciuto) ma la comunicazione di questi cambiamenti è stata spesso disastrosa. Le mascherine prima non servivano, poi erano obbligatorie. Le scuole prima erano sicure, poi andavano chiuse. Ogni cambiamento di indicazione, per quanto scientificamente giustificato, veniva percepito da milioni di persone non come evoluzione della conoscenza ma come conferma che gli esperti non sapevano quello che dicevano.
Chi critica gli esperti ha visto queste cose. Le ha vissute. E sarebbe disonesto liquidare la sua diffidenza come pura irrazionalità.
La crisi della mediazione
La seconda radice riguarda la fine della mediazione culturale.
Per decenni, tra il sapere specialistico e il pubblico generale c’erano figure di mediazione: il giornalista scientifico, il divulgatore, l’intellettuale pubblico, il medico di famiglia. Persone capaci di tradurre la complessità in linguaggio accessibile senza tradirla, di contestualizzare le informazioni, di aiutare il pubblico a distinguere il dato consolidato dall’ipotesi preliminare.
Quella figura di mediazione è entrata in crisi per ragioni molteplici. Il giornalismo scientifico è stato decimato dai tagli alle redazioni. L’intellettuale pubblico è stato sostituito dall’opinionista televisivo. Il medico di famiglia ha perso il tempo per la relazione terapeutica, ridotto a dieci minuti per paziente in un sistema sanitario sotto pressione. E nel vuoto lasciato da questa crisi della mediazione, si sono inseriti altri attori: i blogger, gli influencer, i guru dei social, i profeti della disinformazione.
Non è che il pubblico abbia scelto consapevolmente di affidarsi a fonti meno affidabili. È che le fonti affidabili hanno smesso di essere accessibili, comprensibili, vicine. E la natura, culturale come fisica, aborrisce il vuoto.
L’architettura della sfiducia
La terza radice, forse la più potente nel breve periodo, è strutturale: riguarda il modo in cui le piattaforme digitali sono state progettate.
Facebook, YouTube, TikTok, X non sono strumenti neutri di comunicazione. Sono macchine ottimizzate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, e hanno scoperto empiricamente, attraverso miliardi di ore di dati comportamentali, che ciò che trattiene le persone sullo schermo non è la verità, ma l’indignazione. Non è la complessità, ma la certezza. Non è il dubbio, ma la conferma.
Gli algoritmi di raccomandazione non mostrano alle persone ciò che è vero o verificato: mostrano ciò che è coinvolgente. E il contenuto più coinvolgente è quasi sempre quello che conferma le credenze preesistenti, che identifica un nemico, che offre una spiegazione semplice a problemi complessi. La cospirazione batte la peer review. Il video del medico no-vax batte il comunicato dell’OMS. Il blogger indignato batte il giornalista che contestualizza.
Non è una questione di intelligenza del pubblico: è una questione di design. Siamo stati messi in un sistema ottimizzato per erodere la nostra capacità di distinguere il vero dal falso, e poi siamo stati accusati di non saper distinguere il vero dal falso.
Il punto di rottura: quando la critica diventa dissoluzione
Fin qui, potremmo essere in presenza di una sana evoluzione culturale. Una società che non accetta acriticamente le parole degli esperti, che chiede trasparenza, che pretende di capire il ragionamento dietro le conclusioni, è una società più matura e più libera di una che obbedisce per deferenza.
Il problema sorge quando si attraversa una soglia. Quando la critica legittima al potere degli esperti si trasforma in qualcosa di qualitativamente diverso: la negazione della possibilità stessa della conoscenza verificabile. Quando non si dice più «questo esperto potrebbe sbagliarsi» (il che è sempre vero) ma «nessun esperto sa nulla di più di chiunque altro». Quando non si dice «questa istituzione ha interessi che potrebbero distorcere le sue conclusioni» (il che è spesso vero) ma «tutte le conclusioni sono ugualmente distorte, quindi posso credere a quello che voglio».
Quella soglia è stata attraversata. E le conseguenze sono visibili e misurabili.
Il 15% degli italiani, secondo un sondaggio Ipsos del 2023, crede che i vaccini causino l’autismo: una tesi smentita da decine di migliaia di studi su milioni di soggetti, basata su una ricerca fraudolenta pubblicata e poi ritirata nel 1998. Il 23% crede che il cambiamento climatico non sia causato dall’attività umana, nonostante il 97% degli scienziati climatologi sia in accordo sul contrario. Il 31% non si fida delle previsioni meteo a lungo termine, il che potrebbe sembrare innocuo, ma è il sintomo di qualcosa di più profondo: la difficoltà a distinguere tra incertezza intrinseca di un fenomeno e inaffidabilità di chi lo studia.
Non sono numeri di una minoranza marginale. Sono numeri di un paese che ha perso (o sta perdendo) la realtà condivisa. Quella base comune di fatti verificabili su cui si costruisce qualsiasi conversazione civile, qualsiasi decisione collettiva, qualsiasi progetto comune.
Il prezzo della realtà a pezzi
Una società senza realtà condivisa non è semplicemente una società in cui le persone hanno opinioni diverse. È una società in cui diventa impossibile affrontare i problemi reali, perché non c’è accordo su quali siano i problemi, né su quali strumenti usare per risolverli.
Il cambiamento climatico richiede politiche coordinate su scala globale. Quelle politiche richiedono consenso sociale. Quel consenso richiede che la maggioranza dei cittadini accetti la realtà del problema. Se il 23% nega le basi scientifiche del fenomeno, e un altro 30% è incerto, costruire quel consenso diventa enormemente più difficile. Nel frattempo, le emissioni continuano.
Le pandemie richiedono risposte collettive rapide. Quelle risposte richiedono fiducia nelle istituzioni sanitarie. Se quella fiducia è crollata, le misure di contenimento non funzionano. Nel frattempo, il virus continua a circolare.
Le democrazie richiedono un’informazione condivisa. Se metà della popolazione si informa su fonti che l’altra metà considera inaffidabili (e viceversa) il dialogo democratico diventa impossibile. Non c’è più un terreno comune su cui discutere: ci sono bolle separate, impermeabili, sempre più ostili.
La crisi della fiducia negli esperti non è solo un problema epistemico: è un problema politico, sanitario, climatico, democratico. È trasversale a tutto ciò che conta.
Distinguere: la critica sana dall’abisso relativista
A questo punto, il rischio è quello opposto: difendere acriticamente gli esperti, trattare ogni critica come complottismo, chiedere obbedienza in nome della scienza. Sarebbe un errore altrettanto grave, e storicamente pericoloso.
La scienza non è un’autorità: è un metodo. Un metodo che include il dubbio sistematico, la revisione continua, la falsificabilità delle ipotesi. Uno scienziato onesto non dice «fidatevi di me»: dice «ecco i dati, ecco il metodo, ecco i margini di errore, ecco come potete verificare». La differenza tra la scienza e la superstizione non è che la scienza ha sempre ragione: è che la scienza ha un meccanismo per riconoscere i propri errori e correggerli.
Questa distinzione è cruciale, e raramente viene comunicata con la chiarezza che merita. Quando un esperto cambia posizione alla luce di nuovi dati, non sta ammettendo di aver mentito: sta dimostrando che il metodo funziona. Quando una ricerca viene ritirata perché non replicabile, non è uno scandalo: è il sistema di controllo della qualità scientifica che opera correttamente.
Il problema è che questa cultura del dubbio metodico, che è la forza della scienza, viene spesso percepita come debolezza o incoerenza da un pubblico abituato a ricevere certezze. E chi vuole offrire certezze semplici, il guru, il cospirazionista, il politico populista, ha un vantaggio strutturale in questa partita.
Cosa fare: ricostruire il ponte tra sapere e fiducia
Non esiste una soluzione semplice a un problema così complesso. Ma esistono alcune direzioni che vale la pena indicare con chiarezza.
La prima è la responsabilità degli esperti stessi. Se la fiducia è crollata, anche per ragioni ingiuste e strumentali, la risposta non può essere solo difensiva. Gli scienziati, i medici, i giornalisti devono investire nella comunicazione, nella trasparenza, nell’accessibilità. Devono imparare a dire «non lo sappiamo ancora» senza che questo venga percepito come incompetenza. Devono dichiarare i conflitti di interesse prima che qualcun altro li scopra. Devono scendere dalla cattedra senza perdere il rigore.
La seconda è la riforma dell’educazione. Il pensiero critico non si insegna con una materia: si insegna con un metodo. Una scuola che forma cittadini capaci di valutare le fonti, di distinguere un’affermazione da una prova, di capire cosa significa un margine di errore statistico, è la migliore difesa contro la disinformazione. Non perché produca persone che credono ciecamente agli esperti, ma perché produce persone capaci di valutare autonomamente le evidenze.
La terza è la regolamentazione delle piattaforme. Non la censura, che è uno strumento sbagliato e pericoloso, ma la responsabilizzazione degli algoritmi. Se un algoritmo amplifica sistematicamente la disinformazione perché è più coinvolgente della verità, chi quell’algoritmo ha progettato deve risponderne. Il profitto non può essere l’unico criterio con cui si decide cosa milioni di persone vedono ogni giorno.
La quarta (forse la più difficile) è ricostruire la fiducia attraverso la vicinanza. Le istituzioni di cui ci fidiamo di più non sono quelle più lontane e autorevoli: sono quelle che conosciamo personalmente, che hanno dimostrato nel tempo di avere a cuore i nostri interessi. Il medico di famiglia di cui ci fidiamo non è il portavoce dell’OMS: è quello che ci conosce da anni, che ci ha ascoltato, che ha sbagliato e lo ha ammesso. La fiducia si costruisce nella relazione, non nella gerarchia.
Il coraggio della complessità
C’è una tentazione, di fronte a questa crisi, che bisogna resistere con determinazione: la tentazione della semplificazione. Di dire che il problema sono i complottisti, gli ignoranti, i manipolati. Di costruire una narrativa in cui ci sono i buoni, quelli che credono alla scienza, e i cattivi, quelli che non ci credono.
Quella narrativa è falsa, e soprattutto è controproducente. Perché chi non si fida degli esperti non cambia idea quando viene insultato o condisceso. Cambia idea (se cambia idea) quando incontra qualcuno che lo ascolta, che prende sul serio le sue preoccupazioni, che distingue tra le sue domande legittime e le risposte sbagliate che ha trovato.
La crisi della fiducia negli esperti è, in fondo, una crisi di relazione. Una crisi nata dalla distanza tra chi sa e chi non sa, tra chi decide e chi subisce le decisioni, tra chi parla e chi non viene ascoltato. E come tutte le crisi relazionali, non si risolve con più autorità: si risolve con più ascolto, più umiltà, più onestà.
Saragat, in quel discorso del 1946 che abbiamo citato nell’editoriale precedente, parlava di democrazia come «problema di rapporti fra uomo e uomo». Quella definizione vale anche per la conoscenza. La scienza non è una torre d’avorio: è un’impresa collettiva, che ha senso solo se la società che la finanzia, la usa e ne beneficia riesce a comprenderla, a valutarla, a farla propria.
Ricostruire quel rapporto, tra chi sa e chi vuole capire, tra chi ricerca e chi ha bisogno di risposte, è forse la sfida culturale più urgente del nostro tempo. Più urgente della prossima elezione, più urgente dell’ultimo scandalo, più urgente di quasi tutto ciò di cui parliamo ogni giorno.
Perché senza una realtà condivisa, senza un terreno comune di fatti verificabili su cui costruire il dialogo, non c’è democrazia che tenga. Non c’è politica che funzioni. Non c’è futuro che si possa progettare insieme.
E insieme, nonostante tutto, nonostante la diffidenza e le ferite e i tradimenti reali e percepiti, è l’unico modo in cui possiamo andare avanti.
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