Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 14

Il Civettone di Francesco Tozzi - Numero 14

 

Il Civettone di Francesco Tozzi - Numero 14È troppo caldo, non riesco a dormire. E poi i pensieri sono tanti, troppi. Provo a cercare un refolo di vento che possa alleviare la mia insonnia, apro tutte le porte, forse ci riesco.

Prendo il cellulare: chissà se qualcuno mi ha chiamato, mi ha scritto?

Apro whatsapp. Ah, i gruppi silenziati! Meno male che ci sono loro.

Silenzio i gruppi perché a volte mi viene il nervoso: la gente comincia a mandarsi cose idiote e hai il cellulare che vibra, vibra, vibra.

Comunque, nel gruppo dei Milanisti futuristi ci sono una decina di audio da uno, due, tre, anche quattro minuti.

«Cos’avranno mai da dirsi? Il Milan (quasi) non esiste più» mi chiedo. Poi metto le cuffiette e ascolto tutto.

Eh, ma al Milan non viene più nessuno/Eh ma ora vanno tutti a giocare in Premier/Ma perché il calcio italiano fa vomitare/No, perché non ci sono progetti, etc.

Mi prende il nervoso, agguanto il computer, e comincio a scrivere.

E scrivo pensando ai ragazzi che ho avuto come allievi quest’inverno alle superiori.

E penso a come mi sono stati utili per capire che, quando si vuole trasmettere qualcosa non lo puoi fare insegnando, bensì tramite la pratica quotidiana di qualunque attività.

Tu vuoi insegnare a un ragazzo come si vive? Cosa si deve fare o a cosa stare attenti? Fagli fare praticamente qualcosa.

Perché l’errore, quando si fa, lo vedi tu e lo vede il ragazzo. Qualunque danno, se c’è, lo vedi tu, il ragazzo, e tutti quelli che lavorano insieme a voi.

Perché facendo le cose, soprattutto, puoi non mollare mai visivamente nessuno.

Perché facendo qualunque cosa si lavora sull’attenzione, che è la prima cosa a cui i ragazzi rinunciano da che mondo è mondo.

Una volta, mi ricordo, ho insegnato anche a rubare. Eravamo in palestra, dovevamo prendere i palloni, ma il cestone era chiuso col lucchetto.

«Dammi una forcina, Fla» ho detto a una ragazza.

«Che ci deve fare, prof?» mi ha risposto.

«Non fare la spiritosa e dammi la forcina. Anzi, dammene due» ho replicato.

Ho aperto il cestone, mi sono voltato: c’era tutta la classe che mi guardava.

«Fate tutti i gangster e non sapete nemmeno come si apre un lucchetto. Ma voi che volete fare nella vita?» ho chiesto.

Non lo sapevano. Oddio, forse a quindici anni non lo sapevo nemmeno io; però c’erano delle cose che, al netto delle scelte, dovevi saper fare comunque.

Avere coraggio era una di queste.

A tutt’oggi mi rimprovero sempre quando non ce l’ho, quando ho timore di interpellare una persona, di entrare in un negozio per chiedere un’informazione – però sentire la mancanza di qualcosa è già un buon segno, significa che di quella cosa senti una necessità.

Durante le poche lezioni che avevamo a disposizione ci siamo soffermati, più che sulla tecnica teatrale, sul coraggio di proporsi. Un tema che serve anche a chi, come la maggior parte dei ragazzi che incontro, non solo non vuole fare teatro, ma soprattutto ha bisogno di capire cosa fare nella vita. E come farlo, ovviamente.

Una mattina mi hanno fatto così arrabbiare, col loro atteggiamento superficiale, che gli ho detto: «Ragazzi, io non so che idea abbiate di me, e non mi interessa. So solo che così vi mettete in una difficoltà pazzesca e state dando un’impressione molto brutta a chi vi guarda. Vi comportereste così se aveste bisogno di lavorare e io fossi l’unico che vi può offrire un posto di lavoro? Ma voi che volete fare nella vita?»

Hanno fatto silenzio subito. Nel frattempo continuavo a guardarli, uno per uno.

«Avete sentito cosa vi ho chiesto? Che volete fare nella vita?» Poi mi sono voltato verso uno di loro e gli ho chiesto: «Dennis, che vuoi fare nella vita?» E lui mi ha risposto: «Il ladro, prof».

C’era chi voleva ridere.

«Il ladro di che?» gli ho chiesto.

«In che senso?» mi ha risposto.

«Il ladro di banche, il ladro di appartamenti, il ladro di polli, dammi qualche coordinata più precisa.»

Dennis allora ha messo su lo sguardo più serio che poteva e mi ha detto: «Prof, ma io stavo scherzando».

«Eh, ma il punto è quello, Den: state sempre a scherzare e non giocate mai. Mai. È sempre tutto uno scherzo. E con me e i prof, qua dentro, vi va anche bene: alla fine siete a scuola, dentro un’aula, cosa può succedervi se fate i minchioni? Niente. Il problema è che scherzando non vi divertite. Ridete e basta. Non rischiate mai niente. Ma fate ridere gli altri in senso negativo.»

«Vabbè, però prof…» ha sbuffato Flaminia.

«Però che, Fla?»

«Cioè, noi non siamo studiati…»

«Mettiamo anche che sia vero o che conti qualcosa: a maggior ragione vi dovreste dare una svegliata. Davvero vi divertite a sentirvi delle merde? Vi piace sentirvi da meno dei vostri coetanei?»

«Dei nostri…?»

«Coetanei, quelli che hanno la vostra stessa età o giù di lì, Paolo. Che cacchio fate? Voi oggi vi comportate così con me e ridete. Domani vi comporterete così con un altro insegnante; così dopodomani, quando avrete su per giù vent’anni, dovrete venire sempre da me a fare un corso promosso dalla Regione dove vi devo insegnare a dire buongiorno quando entrate in una stanza. Volete finire così? Secondo me siete meglio di così.»

Mentre i ragazzi mi guardano senza dire niente vi spiego perché, per questa settimana, ho scelto la civetta che vedete nella foto.

Quando si leggono notizie del genere, oltre a ridere, capiamo (credo) come ci siamo ridotti. Ovviamente rubare è sempre sbagliato e bisogna condannarlo in ogni modo; ma togliete il furto e mettete qualunque altra azione, qualsiasi altro atteggiamento. Facciamo qualunque cosa e poi ci ripensiamo. Ma è possibile?

Permane, oggi come oggi, la convinzione che essere in ascolto voglia dire essere malleabili.

L’altro giorno sono andato a vedere la mostra di Mario Schifano e c’era un documentario dove il giornalista che lo intervistava, a un certo punto, gli fa una domanda normale, che al pittore però non piace. Allora parte un’intemerata che non avete idea: no no, nessun grido né chissà quali parolacce. Semplicemente Schifano dice: «Guarda, se arrivi a fare una considerazione del genere allora vuol dire che tu, scusami eh, del mio lavoro non hai capito niente. Non è una cosa personale, però tu scrivi su un giornale, Cristo. Che idea hai di me? Io sono un pittore ma sto nel mondo come te, come tutti, sai?».

«Ma non ho detto niente, Mario».

«Ma questo lo dici tu, scusa eh. Lo vedi come sei? Io do importanza a quello che dici e tu ci pisci sopra. Poi cosa mi chiami Mario, che mi conosci da dieci minuti?».

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