Di Andrea Bocconi conoscevo In viaggio con l’asino, un delizioso libro edito nel 2009 e scritto a quattro mani con l’amico Claudio Visentin, giornalista esperto di viaggi, nel quale i due autori raccontano – o meglio: tengono un diario – di un viaggio di una settimana lungo gli antichi sentieri dell’entroterra abruzzese con i propri figli bambini, affidandosi a due mezzi di locomozione: i propri piedi e… due asini, incaricati di portare i pochi bagagli dei viaggiatori e i due bambini quando questi non se la sentono di proseguire a piedi.
Un viaggio pieno di incontri, di imprevisti e di deviazioni, per un chilometraggio complessivo che, in automobile e su un percorso autostradale, ci si impiegherebbe una mezz’ora scarsa.
Un inno alla lentezza delle tartarughe. L’affermazione di una vera e propria primazia del viaggiare in sé rispetto alla meta. Primazia affermata da non pochi saggisti e romanzieri contemporanei. Ma ci torneremo.
Con L’incanto del labirinto, Ediciclo edizioni, maggio 2026, Andrea Bocconi, psicoterapeuta e docente di scrittura de La Scuola del Viaggio, resta nel tema del viaggiare e lo amplia, lo scava nel profondo e lo spreme per trarne il succo concentrato di una filosofia esistenziale sicuramente accattivante. E, per quanto riguarda il sottoscritto, condivisa al mille per cento.
Il piccolo libro – piccolo come formato e piccolo di pagine scritte: 85 – ha il pregio (come l’antecedente di stampo asinino) di una facile e felice assimilazione: io l’ho letto tutto durante l’attesa, in una stazione ferroviaria, del Freccia Rossa che in vergognoso ritardo mi portava mia figlia. Devo dire che il ritardo di ben cinquantaquattro minuti non mi è minimamente pesato. Al contrario: è stato ben speso.
Aprendo questo libretto, ci avverte l’autore nell’incipit, siete entrati nel labirinto. E da qui inizia un breve e intenso viaggio, un viaggio ondivago e a tratti strampalato perché volutamente privo di riferimenti logici, di connessioni razionali.
Il viaggio – il vagare – di Andrea Bocconi parte ovviamente dalla mitologia. E più esattamente da quello che considero uno dei racconti più ricchi e affascinanti della mitologia greca: il mito del Minotauro. Scagli la prima pietra chi di noi non è stato scosso, turbato, stregato da quella diabolica invenzione di Dedalo e da tutto quel che vi è successo dentro e sopra. Sì, anche sopra, perché il labirinto di Cnosso non vede consumarsi soltanto l’uccisione del Minotauro per mano del prode Teseo e con l’aiuto di quella ingegnosa fanciulla che ha inventato il filo di Arianna, ma anche la tragedia, umanamente più straziante, del misero fallimento del sogno di Icaro: quello di poter imitare gli uccelli e svolazzarsene per il cielo aperto.
Icaro fallisce, perché non dà retta all’avvertimento di papà: non volare troppo vicino al sole, guarda che le tue ali sono fatte di cera…
Un analogo errore di disobbedienza, ci ricorda Bocconi, lo aveva commesso Fetonte, figlio di Apollo, che aveva convinto papà suo a prestargli il carro del sole: volando troppo vicino alla terra e combinando un sacco di disastri, aveva costretto Zeus ad abbatterlo. Un po’ come quei diciottenni, spiega il nostro autore, che convincono il padre a prestar loro la Porsche e poi vanno a sbattere.
Dal labirinto cretese della mitologia ai quotidiani labirinti dei nostri giorni. Che spesso sono banali impedimenti, inciampi che ci costringono a vagare, a rallentare, come quello costituito dai lunghi nastri zigzaganti che costringono i nostri passi e ci incanalano in file a spirale negli aeroporti o nelle stazioni sciistiche. Non li comprendiamo e contro di essi lanciamo sordi improperi.
C’è il labirinto che si crea quando in casa perdiamo un oggetto e per ritrovarlo compiamo mille volte il tragitto che abbiamo compiuto negli ultimi cinque minuti.
C’è il labirinto angosciante costituito dal bosco nel quale un cercatore di funghi perde l’orientamento e dispera di ritrovarne l’uscita (io l’ho fatta, questa incresciosa esperienza; e non ve la auguro).
C’è il perdersi nel souk di Marrakech (altra esperienza da me vissuta; con l’onta dell’essere circondato dai sorrisi maliziosamente sfottenti dei venditori e di vedere il tassista che ti accoglienello sgangherato taxi come il medico di bordo che ti apre il portellone dell’autoambulanza del 118). Ci sono i labirinti anatomici: l’intestino, innanzitutto; ma soprattutto quello nell’orecchio, che non per niente si chiama proprio labirinto osseo. Non parliamo poi del cervello, con tutte quelle inquietanti circonvoluzioni. Labirintiche, per l’appunto.
Ma torniamo al bosco. Per alcuni studiosi, ci ricorda Bocconi, il bosco è stato modello per i labirinti. E ci ricorda anche che la Commedia di Dante – piena zeppa di metafore e di figure retoriche in genere – prende lo spunto da un tizio che proprio nel bel mezzo della sua vita si ritrova per una selva oscura, avendo perduto la diritta via. Senza dubbio un labirinto. Soprattutto il primo, quello infernale, con tutti quei gironi concentrici. C’è da perdersi, non c’è scampo. E Dante ha bisogno di soccorrevoli guide per uscirne. Proprio come Teseo, che se non ci fosse stata Arianna con il suo geniale filo, nel labirinto ci sarebbe rimasto sino a consunzione.
Quanti romanzieri hanno scritto del labirinto, o dal labirinto! Borges, Dürrenmatt, Eco, Calvino
… E proprio citando Calvino, Bocconi ci fa riflettere sul fatto che il complesso di labirinti in cui noi viviamo e vaghiamo non deve terrorizzarci, che c’è il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi nel labirinto, del rappresentare quest’assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo.
Dal labirinto – come condizione di smarrimento, di prigionia – all’errare il passo è breve. Errare è un bellissimo verbo, dice Bocconi. Un verbo polivalente. Porta con sé l’idea dello sbaglio, ma anche del vagare, senza darsi troppa pena se si perde la strada, che sia per errore o per scelta.
Ed ecco la vera svolta del prezioso volumetto dello psicoterapeuta Andrea Bocconi da Lucca, classe 1950 e saggio come un antico profeta biblico. Imparate a vagare, a vagabondare, ci raccomanda. Perdetevi pure nella kasbah di Marrakech o nel dedalo delle calli di Venezia. Lasciate che sia la strada stessa a decidere il vostro percorso.
Così, grazie allo psicoterapeuta Andrea Bocconi, mi è chiaro il motivo della mia riluttanza verso una performance da molti agognata: il Cammino di Santiago. Non per snobismo. Non me ne vogliano i tifosi di quella gara di resistenza pedestre. Ma gli è che mi sembra una cosa del tutto antitetica al salutare (mentalmente, prima che fisicamente) vagare senza meta. Eccome se c’è la meta! E ti guadagni pure il diploma, il certificato che ufficializza la tua impresa, l’importante è raccogliere sul libretto di viaggio sufficienti timbri di tappa (i sellos) che attestano il chilometraggio totale della tua fatica.
Li ho visti, i pellegrini emuli di Santiago, assiepati e grondanti sudore nell’omonima cattedrale: degli assatanati!
Preferisco andare – Andrea Bocconi mi ci porta in carrozza – a Bruce Chatwin e a tutti i suoi bellissimi emozionanti libri nei quali ha teorizzato che l’istinto vocazionale dell’essere umano, che ha cercato di dimenticare e sopprimere, è quello del nomadismo; che l’uomo, come animale, ha decretato l’inizio del suo declino e del suo deleterio rapporto con l’ambiente quando ha forzato la propria natura e ha deciso di diventare stanziale, passando da cacciatore ad agricoltore. Con tutto quel che è seguito.
D’altra parte, conclude un po’ amaramente Andrea Bocconi, il progresso, che sia nel cammino interiore o di qualsiasi altro tipo, è opera di persone insoddisfatte.
Sottoscrivo il suo manifesto, caro professor Bocconi. E vado a rileggere In viaggio con l’asino.
Così, tanto per ribadire.
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