Un borgo morente, Le Case, arroccato su un macigno delle creste di Maremma e scosso continuamente da leggeri sismi: questa è l’ambientazione del romanzo Le case del malcontento di Sacha Naspini (edizioni e/o).
Composto da una serie di racconti, narrati in prima persona da paesani delle più varie estrazioni sociali, si potrebbe definire come l’affresco corale di una comunità rurale chiusa in sé stessa, in inesorabile declino, una specie di Spoon River nostrana, che a un certo punto, a causa di un cataclisma spaventoso, troverà una improvvisa e tragica fine.
Un paese morente, come dicevo all’inizio, una trappola senza futuro, da cui chi ha potuto e voluto se ne è andato o dove, dopo un temporaneo tentativo di fuga, si è costretti a ritornare.
È proprio il ritorno improvviso di Samuele Radi, nato e cresciuto nel paese e poi andato via, sospettato di un atroce atto di violenza, che rompe a un certo punto la monotona routine del borgo. Ma è davvero un mostro? Chi a Le Case, e non solo, può davvero proclamarsi innocente?
Le voci narranti sono quasi una trentina e ognuna di loro fornisce trame che si intrecciano in una atmosfera che richiama il noir, il thriller e il romanzo gotico.
Scritto con un linguaggio che utilizza termini e fraseggi tipici della parlata maremmana, colpisce per l’accurato approfondimento psicologico dei personaggi e la descrizione dei luoghi.
Leggendo il romanzo, viene fuori il quadro spietato di una umanità cinica e disillusa che vive tra segreti inconfessabili, tradimenti, rancori, invidie, pettegolezzi, solitudini, ma anche amori inaspettati.
Frutto di un grande sforzo narrativo, è un romanzo complesso che mostra, in tutte le sue sfaccettature, il disagio profondo di chi vive in una povertà non solo materiale, ma anche e soprattutto, di sentimenti autentici.
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