Body positivity, filtri social, fitness estremo e chirurgia estetica: che idea di corpo stiamo costruendo (e a quale costo)?
C’è un’immagine che mi torna spesso in mente quando penso al rapporto che la nostra società ha sviluppato con il corpo umano: una ragazza di sedici anni che si fotografa allo specchio, applica un filtro al viso, corregge il naso, assottiglia i fianchi, schiarisce la pelle, e poi pubblica il risultato come se fosse lei. Non è finzione, non è gioco: è la sua identità digitale quotidiana. È il corpo che vorrebbe avere. È il corpo che il mondo le ha insegnato a desiderare.
Quella ragazza non è un caso isolato. È il simbolo di un’epoca in cui il corpo umano è diventato il principale campo di battaglia culturale del nostro tempo, un territorio conteso tra movimenti di liberazione e macchine di oppressione estetica, tra autenticità rivendicata e conformismo imposto, tra chirurgia estetica accessibile e filtri di intelligenza artificiale che riscrivono i volti in tempo reale.
Il corpo nell’era dei social: quando lo specchio mente (e noi lo preferiamo così)
Partiamo dai dati, perché sono senza appello.
Uno studio condotto dall’Austrian Safer Internet Centre su 400 giovani tra i 12 e i 17 anni ha rivelato che più della metà dei ragazzi intervistati vorrebbe cambiare qualcosa del proprio corpo, con la percentuale che sale al 60% tra le ragazze. Il 28% ha già preso in considerazione la chirurgia estetica. Il 65% degli intervistati concorda sul fatto che i social network influenzino la percezione di sé stessi e determinino se ci si sente belli o meno.
Non sono numeri astratti. Sono ragazzi in carne e ossa, con le loro insicurezze, i loro specchi, i loro smartphone, che crescono in un ambiente digitale saturo di immagini costruite, filtrate, ottimizzate. Un ambiente in cui i beauty filter consentono di manipolare tratti facciali e caratteristiche fisiche con una facilità e una naturalezza che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata fantascienza.
La ricerca scientifica ha iniziato a documentare con crescente preoccupazione questo fenomeno. Uno studio pubblicato sulla rivista Sistemi Intelligenti, condotto da Anna Re e Francesca Bruno del CNR, ha evidenziato come l’uso frequente di filtri di bellezza sulle piattaforme digitali possa influenzare il self-concept degli individui, potenzialmente contribuendo all’emergere di disturbi mentali. Distorcendo e alterando la propria apparenza fisica per conformarsi agli standard di bellezza online, questi filtri non modificano solo l’immagine: modificano il modo in cui ci vediamo. E, col tempo, il modo in cui crediamo di dover essere.
La body positivity: da movimento politico a strategia di marketing
In questo scenario, la body positivity è apparsa come una risposta culturale potente e necessaria. Nata alla fine degli anni Sessanta con il Fat Rights Movement e affermatasi negli anni Novanta come movimento sociale che promuove l’accettazione del corpo indipendentemente dagli standard estetici dominanti, la body positivity ha rappresentato per decenni una voce di resistenza autentica contro la tirannia dell’immagine.
Ma qualcosa, nel tempo, si è inceppato.
«La body positivity ha perso le sue radici politiche e sociali, i messaggi e i progressi che rappresentava, ed è diventata interamente mercificata dai brand», spiega Dalila Bagnuli, attivista e femminista intersezionale. «Non si tratta più di accettazione del corpo: si tratta di vendere prodotti, con slogan come “sei bella così com’è”, ma sarai ancora più bella se compri la mia crema».
È un’osservazione che colpisce per la sua precisione chirurgica. La body positivity mainstream ha subito quella che potremmo definire una colonizzazione commerciale: da movimento di liberazione dei corpi non conformi (corpi grassi, corpi disabili, corpi anziani, corpi razzializzati) si è trasformata in un’estetica dell’imperfezione accettabile, in un marketing dell’autenticità curata. Le marche hanno scoperto che “l’amore per se stesse” vende quanto, e forse più, dell’insicurezza esplicita.
E la moda ha seguito la stessa traiettoria. Alla Milano Fashion Week primavera-estate 2025, sulle passerelle dei principali brand non si sono viste modelle curvy, con la sola eccezione di Paloma Elsesser, né modelle over, se non in rarissimi casi. Un passo indietro clamoroso rispetto al 2022, quando modelle curvy di fama internazionale come Ashley Graham, Precious Lee e Jill Kortleve sfilavano per i brand più prestigiosi. La traiettoria è chiara: tre fasi, documentate e inequivocabili. Prima, una rappresentazione crescente e capillare dell’inclusività, fenomeno sociale e politico che rispondeva alle richieste delle persone. Poi, il posizionamento strategico di qualche modella curvy celebre per non essere percepiti come brand fuori dal tempo. Infine, l’eliminazione quasi totale dei corpi diversi dallo standard.
Il mercato del corpo: quando la chirurgia estetica diventa accessibile (e i giovani la scelgono)
Ma il campo di battaglia culturale del corpo non si combatte solo sulle passerelle o sui feed di Instagram. Si combatte nei corridoi delle cliniche di medicina estetica, nelle sale operatorie, negli studi dei dermatologi.
I dati italiani sono eloquenti e, per certi versi, sorprendenti. Secondo una ricerca commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Bilendi, su circa 7,3 milioni di italiani che negli ultimi due anni si sono avvalsi di procedure di medicina estetica o chirurgia plastica, il 30% è under 25. Gli uomini, dato forse ancora più inatteso, hanno sostenuto una spesa del 28% superiore rispetto al campione femminile. Tra di loro, il 12,5% ha fatto ricorso a un prestito per finanziare i trattamenti.
Il trend riguarda anche e soprattutto le procedure meno invasive: tossina botulinica e filler registrano tra i giovani della Generazione Z incrementi rispettivamente del 71% e del 70% rispetto al 2019, secondo il report dell’American Academy of Facial Plastic and Reconstructive Surgery.
Come interpretare questi numeri? La lettura psicologica offerta da Giuseppe Femia, psicologo e psicoterapeuta della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, è articolata e sfumata. Da un lato, riconosce che il ricorso alla medicina estetica da parte dei giovani non è automaticamente un dato preoccupante: «È un comportamento legittimo che ha a che fare con la libertà». Dall’altro, lancia un avvertimento preciso: quando questo comportamento diventa attitudine, quando “giocare con la propria immagine” si trasforma in un’esigenza compulsiva e ripetuta di modificarsi, «va considerato un comportamento allarmante». Corrisponde a una tendenza a volersi perfetti, e porta a sviluppare una intolleranza all’imperfezione.
«Dobbiamo ricordare che l’identità è psichica, è dentro di noi, e non è fisica», aggiunge Femia. Una frase semplice, quasi ovvia, eppure radicalmente controcorrente in un’epoca che ha fatto del corpo il principale strumento di costruzione e comunicazione dell’identità.
Il fitness estremo e la tirannia della performance
C’è una terza dimensione di questo campo di battaglia che merita attenzione, spesso trascurata nei dibattiti sulla body positivity: il fitness estremo e la cultura della performance corporea.
Negli ultimi anni, parallelamente all’ascesa della body positivity, si è sviluppato un fenomeno culturale apparentemente opposto ma in realtà complementare: la glorificazione del corpo come progetto da ottimizzare, macchina da potenziare, risultato da esibire. I social media (e in particolare TikTok e Instagram) hanno trasformato l’allenamento fisico in uno spettacolo, la dieta in un contenuto, la trasformazione del corpo in una narrativa di successo personale.
Il problema non è il movimento fisico in sé, naturalmente. La ricerca scientifica è unanime nel documentarne i benefici fisici, psicologici, relazionali. Uno studio su 2.378 preadolescenti italiani ha dimostrato che l’educazione fisica può avere un impatto positivo sulla percezione del corpo, in particolare per i ragazzi che utilizzano principalmente TikTok e Instagram. Il corpo che si muove, che danza, cammina, nuota, gioca, è un corpo che si riappropria di sé stesso.
Il problema è la cultura del fitness estremo: quella che trasforma il corpo in un progetto di perfezione mai concluso, che alimenta un’industria multimiliardaria di integratori, programmi di dimagrimento e trasformazioni fisiche spettacolarizzate, che crea nuove gerarchie estetiche non più basate sulla magrezza passiva ma sulla “tonicità” attiva. Una tirannia diversa, ma non meno pervasiva.
Uno studio austriaco ci dice quello che non vogliamo sentire
I dati dello studio condotto dall’Austrian Safer Internet Centre, uno dei più articolati e recenti disponibili sul tema, meritano una lettura approfondita, perché rivelano dinamiche che vanno ben oltre il semplice “i social fanno male”.
Il 71% dei giovani intervistati conferma che le immagini consumate sui social network li portano a confrontarsi con altre persone. Il 27% sottolinea le conseguenze negative di questo confronto, dichiarando di sentirsi peggio dopo lo scrolling dei feed social. Il 74% degli intervistati afferma che gli influencer dei settori beauty e fitness esercitano un’influenza significativa sui giovani. Il 53% ha già modificato qualcosa del proprio aspetto in base a immagini viste online.
Ma c’è un dato che trovo particolarmente significativo, e che raramente viene citato nei dibattiti mainstream: il 61% dei ragazzi (non solo le ragazze, ma anche i ragazzi) attribuisce grande importanza al proprio aspetto sia online che offline. Il corpo non è più esclusivamente una preoccupazione femminile. La pressione estetica si è universalizzata, democratizzata nel senso più amaro del termine: nessuno ne è immune.
Verso una nuova normalità (o verso nuove tirannie)?
C’è però anche un segnale di speranza, e sarebbe disonesto non citarlo.
Qualcosa, nel panorama della moda e del costume, si sta muovendo in direzione autentica. Brand come Marco Rambaldi e Sunnei, in Italia, hanno fatto della diversità corporea una scelta estetica strutturale, non una concessione stagionale. A livello internazionale, alcune grandi realtà del prêt-à-porter come Mango, Zara e Ganni stanno ridefinendo le proprie collezioni per offrire lo stesso design in range completi di taglie, con vestibilità calibrate sulla reale varietà dei corpi.
I consumatori, soprattutto Millennials e Generazione Z, riconoscono e premiano le azioni autentiche. I brand percepiti come realmente inclusivi registrano un aumento del 25% nella customer loyalty. Essere inclusivi non è più solo una scelta etica: è una leva competitiva.
E tuttavia questa trasformazione non è ancora sufficiente, né sufficientemente radicale. Perché la vera questione non è quante modelle curvy sfilano in passerella, né quanti filtri vengono etichettati come “modificati” sui social. La vera questione è più profonda e più scomoda: che idea di corpo stiamo costruendo e trasmettendo alle generazioni più giovani?
Il corpo è politico, e lo sarà ancora di più
Lara Lago, giornalista e attivista, dice qualcosa di importante quando suggerisce di abbandonare il termine “body positivity” in favore di body neutrality: la capacità di non dover amare il proprio corpo ogni singolo giorno, di non essere costretti all’entusiasmo performativo sull’aspetto fisico, di poter semplicemente esistere nel proprio corpo senza che questo richieda uno sforzo emotivo continuo. «In una società grassofobica, è impossibile amarsi ogni giorno. La body positivity in questo senso tossico non aiuta, perché non è sempre realistica, e non affronta i problemi di fondo».
Ha ragione. E il punto di fondo è esattamente questo: nessuna delle soluzioni individuali, né il filtro applicato per sentirsi meglio, né la seduta di filler per correggere un naso che non ci piace, né la sessione di allenamento estremo per scolpire un addome degno di Instagram, affronta il problema strutturale. Il problema non è nei singoli corpi. È nel sistema culturale, economico e mediatico che ha trasformato il corpo umano in un prodotto da ottimizzare, un progetto da completare, un’identità da costruire e ricostruire all’infinito.
Il corpo è il luogo in cui abitiamo. Non il luogo in cui performiamo.
Finché non torneremo a questa verità elementare (e finché non costruiremo attorno ad essa un sistema educativo, mediatico e culturale diverso) continueremo a consegnare alle generazioni più giovani uno specchio che mente. E loro, purtroppo, continueranno a crederci.
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