Davvero due ragazze terribili, Emily M. Bender e Alex Hanna, autrici de L’inganno dell’intelligenza artificiale, tradotto da Roberto Laghi (Fazi Editore, 2026). Una coppia d’attacco formidabile e agguerrita. Linguista Bender, sociologa Hanna, entrambe informatiche. Un cocktail di competenze specialistiche confluenti verso un unico e comune obiettivo: demolire il mito propagandistico e tutta fuffa dell’intelligenza artificiale.
Premetto, con un briciolo di supponenza, che non avevo stretta necessità di questo saggio scritto a quattro mani (a quattro artigli?) per non farmi abbindolare e tanto meno incantare dai pifferai magici dell’AI.
Intanto, quest’acronimo così innocente, così poco aggressivo anche nella sua declinazione italiana (basta invertire: da AI a IA) mi sta antipatico per una subdola usurpazione linguistica che ferisce la sensibilità e l’area della mia infanzia: “A” e “I” erano le prime vocali dell’alfabeto che faticosamente imparavo in prima elementare a leggere e a scrivere (prima in stampatello, poi in corsivo) in lunghe, interminabili file su quel primo strumento di lavoro da cui ero al tempo stesso soggiogato e intimorito: il quaderno a righe. Allora non sapevo ancora che AI significa Intelligenza Artificiale.
Inoltre, mi è stato sufficiente constatare quanto sia cretino il mio smartphone quando nell’elaborare i messaggini whatsapp mi cambia automaticamente le parole e vengono fuori testi da barzelletta o dei quali devo vergognarmi e scusarmi con i miei interlocutori.
Ciò non toglie che il saggio delle due terribili ragazze (perdonatemi, continuano a venirmi alla mente Thelma & Louise) costituisca, anche per chi si senta già immunizzato, una fonte di conoscenza davvero preziosa per la pianificazione di strategie, sia collettive che individuali, di contenimento dei rischi e dei danni causati da quella che le autrici definiscono una colossale mistificazione, una gigantesca bolla d’aria così mefitica che, quando inevitabilmente scoppierà, non sarà sufficiente aprire le finestre dell’intero globo terrestre per smaltirne il fetore.
Giungono presto e senza indugio al dunque, Bender & Hanna. Lo fanno dichiarando fulmineamente in premessa, tanto per non nascondersi dietro schermi ipocriti, di essere in possesso di un umorismo pungente con il quale condiranno l’intero saggio. E ciò segna già un punto a loro favore. Ma lo fanno dopo una altrettanto fulminea introduzione al tema, nella quale spiegano e demoliscono uno, se non il principale, punto di forza delle strategie propagandistiche adottate dai Big Tech della Silicon Valley: l’inganno dell’hype sull’AI. Vale a dire la montatura a neve, meramente pubblicitaria, del prodotto AI, attuata mediante l’induzione nel pubblico dei consumatori di un mix tossico di aspettative e timori fantascientifici. Due ingredienti apparentemente in contrasto tra loro ma in realtà entrambi utili a spacciare per buono, anzi indispensabile, sia il prodotto che l’antidoto: da una parte un’ingannevole esaltazione delle illimitate potenzialità dell’AI, dall’altra (apparentemente opposta) un altrettanto ingannevole catastrofismo che mette in guardia dal rischio che l’AI generativa possa in un futuro non molto lontano prevalere sull’intelligenza umana, tanto da poter farne a meno e pertanto eliminare l’umanità (diventata inutile zavorra) dal consesso planetario degli esseri viventi e pensanti. Entrambe le fake fantasy vengono spudoratamente utilizzate dai costruttori di sistemi informatici di IA per spacciare l’idea che essi possano esprimere e sviluppare vera intelligenza. Di questa capacità – destinata, ripetono in coro i catastrofisti, a soppiantare e sostituire l’intelligenza umana – sarebbero testimonianza e irrefutabile prova i modelli generativi (in primis quelli linguistici: LLM), progettati e costruiti per creare in modo autonomo testi, immagini, suoni (musica) originali e coerenti, e pertanto destinati a coadiuvare (e addirittura a sostituire: ricordiamoci del catastrofismo da sostenere e alimentare!) i ricercatori scientifici, i giornalisti, i romanzieri, gli artisti dell’immagine, i creatori di musica, gli sceneggiatori di spettacoli cinematografici e teatrali e chi più ne ha più ne metta. Non parliamo poi dell’applicazione dei sistemi generativi nelle branche più nevralgiche della Pubblica Amministrazione come la Sanità, la Scuola, la Giustizia, la Difesa: i sistemi generativi e l’AI in generale possono dare un contributo decisivo a una Sanità davvero accessibile a tutti (per tutte: diagnosi più celeri), a un Sistema Educativo in cui i dati di ricerca sono di facile e rapido accesso, una Giustizia più celere e giusta. Eccetera
In realtà, si tratta di promesse da marinaio, di fuffa.
Primo. L’AI è tutto fuorché intelligente, nel significato appropriato del termine. Il suo potenziale generativo è frutto di niente altro che la raccolta, la selezione, l’immissione, la codificazione e il controllo (questo spesso inesistente) di bilioni e bilioni di dati. L’AI, dunque, è soltanto in grado di sputare output la cui attendibilità è basata sulle leggi statistiche e su una scala davvero sterminata di dati raccolti (da esseri umani!), ma non è minimamente in grado di comprendere ciò che crea e men che meno di darne un giudizio critico, etico. L’AI non ha una coscienza.
Secondo. Non va sottovalutato che la scelta e la selezione dei dati da immettere nel sistema (input) è appannaggio del Grande Fratello tecnologico, la cui punta dell’iceberg è rappresentata dai Big Tech della Silicon Valley. Va da sé, dunque, che quel che esce dal sistema (output) non può che rispecchiare le impostazioni e le tendenze ideologiche di quella ristretta cerchia di tecno oligarchi che sembra essere in grado di influenzare la politica, sia interna che estera, della più grande potenza atlantica. Le due nostre impavide autrici sospettano apertamente che, dietro la solida facciata del progresso tecnologico, si nasconda una versione moderna di eugenetica, espressa in un mix di politiche conservatrici.
Terzo. Così come facilmente dimentichiamo che le piramidi egizie sono costate la vita a un numero inimmaginabile di schiavi impiegati per la loro edificazione a beneficio dei turisti della posterità, con la stessa facilità dimentichiamo che, per raccogliere i bilioni e bilioni di dati destinati ad alimentare la fornace creativa dell’AI, viene quotidianamente utilizzato un esercito sterminato di paria del lavoro, per lo più dislocati nelle aeree più povere e sfruttate della Terra e abbondantemente sottopagati (la Maggioranza del Mondo: così questi paria vengono giustamente chiamati dalle nostre due autrici).
Quarto. Ovvero: dal danno alla manovalanza schiavizzata dai venditori di AI, ai danni causati ai consumatori e al mondo del lavoro in generale. Sono danni molteplici, evidenti e contro i quali occorre al più presto erigere una diga difensiva. Ne estrapolo sinteticamente alcuni: la sostituzione di lavoratori con macchine capaci di lavori ripetitivi, non necessitanti decisioni strategiche; il furto di dati personali che subiamo quotidianamente; la produzione di servizi sanitari di qualità inversamente proporzionale all’aumento della platea di utenti (e intanto, chi può economicamente, si rivolge alla sanità privata); l’inquinamento e l’influenza negativa sul clima per l’enorme quantità di energia necessaria alla costruzione e all’alimentazione dei sistemi di AI. Non vado oltre.
Il pericolo, avvertono Bender & Hanna, non viene da un evento in grado di causare un’estinzione. Il pericolo emerge dalla speculazione finanziaria incontrollata (…) dalla normalizzazione del furto di dati e dello sfruttamento (…) che puniscono le persone che hanno meno potere, sorvegliandole con sistemi di controllo pervasivi. I catastrofisti/entusiasti vorrebbero farci distogliere lo sguardo da tutti questi danni concreti, perché abbagliati dalle loro visioni distopiche/utopiche.
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