Il Civettone – Numero 15

Il Civettone - Numero 15

 

Sugli incidenti che si susseguono senza tregua non appena comincia l’estate, qua da noi, in Maremma, oramai la gente si divide in due partiti: quelli che sono assuefatti e non si scandalizzano più; e quelli che invece danno la colpa ai morti.

È il risultato di anni e anni di chiacchiere inutili circa l’opportunità o meno di guardare alla nostra terra come un punto in movimento, piuttosto che un punto e basta – punto perso, ovviamente, tra un nulla settentrionale e uno meridionale, e quindi buco tra due buchi, in tutti i sensi.

Il Civettone - Numero 15Dal mio punto di vista i problemi sono molteplici ma si racchiudono tutti in un concetto solo, in un’urgenza sola.

Parto coi molteplici problemi: la gente non sa guidare, cioè: buona parte degli incidenti è causata dal fatto che non c’è percezione reale del pericolo che si corre e si fa correre quando si ha un’automobile sotto il sedere; per cui si guarda il cellulare ogni tre secondi (o per controllare il navigatore, o per messaggiare con i nostri figli/mariti/amanti così da informarli su cose inutili tipo: “Tardo cinque minuti” o “Arrivo”), guardiamo ovunque tranne davanti a noi; ci arrabbiamo con l’onnipresente vecchio col cappello, tentando sorpassi (al limite dell’arresto) inviperiti e avvelenati.

Peccato, dico io, che siamo su una strada di pubblica percorrenza, non a casa nostra. C’è chi va piano, c’è chi ha fretta; ma ci sono le regole. Ecco, noi di quelle ce ne freghiamo altamente. Tanto la patente l’abbiamo presa così, tanto per, non perché chi si avvia a guidare DEVE sapere certe cose.

Sull’Aurelia, la strada peggiore d’Italia (lo dico senza tema di smentita), siamo arrivati già al terzo incidente. E non siamo nemmeno a fine giugno. L’anno scorso, qualcuno se lo ricorderà, un tir uscì fuori strada distruggendo un locale dove, fino a un’ora prima, banchettavano persone, a una decina di metri dal manto stradale.

Poco tempo fa un altro camion è entrato in casa di una famiglia, distruggendola.

Farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Ora: di chi è la colpa? La colpa è nostra. E anche qua non temo smentite.

La colpa è nostra, perché le regole ci sono. Ed è inutile dare la colpa alla strada, perché se sei in vacanza ma hai fretta; se sei in ritardo e ti fa innervosire chi, davanti a te, va a 40, sono affari tuoi.

La strada è una cosa che non ha cervello. Allora delle due l’una: o stai facendo a gara con la strada a chi ha meno materia grigia all’interno del cranio (la strada è grigia, peraltro, ma non ha cranio); oppure molta gente non vede l’ora di morire.

In tragedie di questo calibro siamo tutti colpevoli. Con che coraggio diciamo: «La strada va rifatta, la strada va cambiata», quando a essere cambiati siamo noi? Se guardi un cavolo di cellulare andando a 90 km/h mi spieghi perché, dopo aver tamponato, dici che: La colpa è della strada?

Ma dove guardi? Che fai? Che cavolo pensi?

L’altro giorno una macchina non mi ha dato la precedenza: ero in bicicletta, ho fatto una frenata pazzesca, tanto che mi sono intraversato manco fossi uno di quei motociclisti da enduro.

«Ma… Scusi: mi dice dove va?» ho chiesto.

Il tizio guidava una macchina con su scritto Croce Rossa. Almeno ha chiesto scusa.

«Pensavo di farcela» mi ha risposto.

Ditemi voi.  Forse il problema è proprio questo: pensiamo di farcela.

Tutti pensiamo di farcela.

Non è così, ragazzi.

Non è così. Diamoci una svegliata.

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