“I figli non li ha scelti, sia chiaro,
ma quando se li è trovati e ha dovuto adattarcisi,
un poco li ha amati…”
Analizzare lo stile di un’opera d’esordio così intensa come Il mestiere di mia madre di Costanza Ghezzi (Piemme, 2025) è stato per me un esercizio affascinante, soprattutto per il cortocircuito geografico e culturale che muove la narrazione: un’autrice toscana (o meglio, maremmana) che si misura prima con la durezza della Sicilia rurale del dopoguerra e, successivamente, con il caotico e stratificato tessuto sociale della periferia romana – in particolare la borgata di San Basilio dei primi anni Sessanta. L’autrice racconta una storia vera, che le era stata a sua volta confidata da un’amica, attraversando ottant’anni di storia italiana, dal 1941 ai giorni nostri.
Il romanzo mette in scena un rapporto decisamente atipico e non convenzionale tra una madre e una figlia, ponendo un inquietante interrogativo: il vincolo parentale deve per forza durare a vita o è necessario, a volte, che i cordoni ombelicali si spezzino? Esiste, insomma, una necessità vitale di staccarsi e di liberarsi da un legame che rischia di tenerti prigioniero. Colpisce come nel racconto la parola amore compaia raramente. Alla madre, Lucetta, questa parola non è mai stata insegnata: nel suo immaginario ci sono cose ben più pratiche a cui pensare, specialmente nel complicato perimetro di un rapporto madre-figlia.
Nella storia emerge anche la presenza di molti padri che, di fatto, si rivelano figure drammaticamente assenti. E un padre assente è quasi un ossimoro, sebbene il racconto si svolga in ambienti ed epoche in cui la cura è tipicamente ed esclusivamente delegata alle donne.
Ma, prima di ogni altra cosa, a colpire è il titolo. Mi piace interpretarlo non tanto come la parafrasi di un antico mestiere, quanto come la constatazione di come la genitorialità sappia essere complicata: un vero e proprio mestiere difficile.
L’impianto stilistico del romanzo si regge su un delicato ma netto bilanciamento tra crudezza e lirismo. I cardini della scrittura di Costanza Ghezzi sono complessi ma incredibilmente efficaci. La critica ha giustamente accostato la sua voce ad alcuni filoni storici della nostra letteratura, in particolare alla Elsa Morante de La Storia o alle voci lucide e aspre della narrativa abruzzese contemporanea, come Donatella Di Pietrantonio. Lo stile è marcatamente neorealista; la scrittura si focalizza sugli ultimi, sui bisogni insoddisfatti, sugli alloggi popolari, sulla prostituzione – vissuta da Lucetta con un cinismo freddo e quasi imprenditoriale. L’autrice fotografa una realtà cruda, rifiutando ogni forma di pietismo o di sterile moralismo.
La prosa procede per immagini nitide e sequenze rapide, con un ritmo quasi strattonato (come evidenziato da diverse letture critiche) che costringe chi legge a seguire il passo affannato delle due protagoniste, Lucetta e la figlia Flaminia. L’autrice adotta una precisione chirurgica nel descrivere i fatti: non indulge in fronzoli retorici o esercizi di stile fini a se stessi, preferendo l’evidenza quasi visiva della miseria, della violenza e degli spazi urbani.
A mio modo di vedere, il vero punto di forza di questa scrittura risiede nel contrasto tra l’animo delle due protagoniste, che si riflette specularmente nella lingua.
La parte legata a Lucetta adotta un registro più ruvido e spietato, una cattiveria ferina, necessaria a sopravvivere nella giungla della periferia romana (Acilia, Tivoli, San Basilio). Lucetta conserva i retaggi del dialetto siciliano (ad esempio la tipica costruzione con il verbo a fondo frase), che colora in modo netto il suo eloquio.
La parte legata alla figlia Flaminia restituisce, al contrario, una scrittura più delicata, dolente, introspettiva e capace di rara grazia linguistica. La Ghezzi riesce a far coesistere la violenza del contesto con la purezza e il tentativo di riscatto della ragazza.
Questo approccio conferma come lo sguardo esterno dell’autrice – proveniente da una Toscana tradizionalmente legata a una lingua pulita, lineare e baricentrica – riesca a adattarsi plasticamente ai mondi che racconta. Proprio grazie alle sue radici, la Ghezzi evita il rischio del pastiche dialettale forzato o della macchietta folkloristica, pericoli sempre dietro l’angolo quando si scrive di borgate romane o di Sicilia profonda senza esservi nati. La sua è un’operazione di mimesi emotiva e sociale: più che caricare il testo di fonetica locale, l’autrice lavora sulla struttura del pensiero dei personaggi, sul ritmo spezzato dei dialoghi e sull’uso di termini gergali o espressioni mirate che evocano il contesto (le cattiverie bisbigliate dalle suore, il cinismo della strada), senza mai perdere la bussola di una lingua letteraria, elegante ed estremamente accessibile.
Mi sia consentita un’ultima riflessione: l’accostamento tra Pier Paolo Pasolini e Costanza Ghezzi sul terreno di San Basilio è inevitabile e, al tempo stesso, rivela un profondo cambio di prospettiva generazionale e di genere. San Basilio non è un semplice sfondo, ma un archetipo letterario e sociale: la borgata per eccellenza, nata durante il fascismo e cresciuta nel dopoguerra. Sia per Pasolini (in Ragazzi di vita, Una vita violenta, ma anche nelle sue poesie e negli scritti giornalistici) sia per la Ghezzi, San Basilio rappresenta la frontiera estrema della marginalità urbana. È il luogo dei non garantiti, di chi è stato escluso dalle promesse del centro cittadino e dal boom economico. In entrambi gli autori c’è il rifiuto assoluto di edulcorare la povertà. La borgata è descritta come un ambiente ostico, fatto di polvere, fango, alloggi minimi o occupati, dove la sopravvivenza quotidiana richiede una forma di ferocia biologica. I personaggi si muovono spinti da bisogni primari: la fame, il sesso, il denaro, una casa.
Il corpo venduto è un tema centrale per entrambi. Pensiamo a Mamma Roma di Pasolini (interpretata da Anna Magnani), la prostituta di borgata che cerca disperatamente il riscatto sociale per il figlio. In modo analogo, nel romanzo della Ghezzi, il mestiere di Lucetta diventa l’unico strumento privo di ipocrisia per comprare la propria libertà e determinazione, anche a costo di un’agghiacciante aridità affettiva.
Tuttavia, mentre Pasolini tende a estetizzare e quasi a mitizzare il sottoproletariato romano – i suoi ragazzi di vita sono figure tragiche, epiche nella loro inconsapevolezza, guidati da un vitalismo disperato ma quasi religioso –, nello stile della Ghezzi non c’è spazio per il mito o la nostalgia dell’innocenza perduta. Il suo sguardo, fortemente calato al femminile, è dominato dal disincanto. Come l’autrice stessa ha dichiarato, nel legame tra Lucetta e Flaminia non c’è spazio per l’amore. La San Basilio della Ghezzi è priva persino della solidarietà cameratesca: è piuttosto un labirinto claustrofobico di violenza psicologica, isolamento e assenza di modelli protettivi, dove la salvezza di Flaminia avviene nonostante l’ambiente e la madre, in una solitudine totale e lucida. In sintesi, la Ghezzi raccoglie il testimone della topografia pasoliniana e della sua crudezza neorealista, ma la spoglia di ogni lirismo ideologico o nostalgico per consegnarci una radiografia spietata, tutta al femminile, della lotta per non affogare nella periferia della storia.
Un’ultima domanda sorge spontanea: questo libro narra una storia catartica? Non saprei dirlo con certezza, ma posso affermare che, appena ne ho terminato la lettura, mi sono sentito profondamente in pace con me stesso.
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