Recensione: Smart Working di Svevo Moltrasio. Un’opera sincera che lascia spazio alla speranza

Recensione: Smart Working di Svevo Moltrasio. Un'opera sincera che lascia spazio alla speranzaDopo aver capitalizzato l’esperienza maturata su YouTube (sua è il gioiello internettiano Ritals, web-serie che racconta la tragicomica esistenza di un expat romano a Parigi) approda al cinema Svevo Moltrasio e ci offre la sua prima vera opera d’autore.

A dirla tutta già c’era stato un timido approccio registico nel 2023 con la piacevole e bunueliana commedia Gli Ospiti, realizzata grazie al crowdfunding, ma ora a Moltrasio vengono affidate le redini di una produzione vecchia maniera, con gli agi e le tirate di freno che ne consegue, tanto che anche lui si dice e si considera al suo vero esordio.

Per presentarsi al grande pubblico delle sale, Moltrasio sceglie di gigioneggiare in compagnia di vecchi e nuovi amici, muovendosi bene tra le fila di un cast corale: recupera i ragazzi di Ritals che avevamo lasciato su internet; dunque, scrive e dirige una commedia che ha tutta l’intenzione di sfidare l’impero francese della risata sofisticata, guardando sempre al grande maestro Allen.

Affida per l’occasione a Maccio Capatonda e a Sara Lazzari il ruolo dei protagonisti Giuliano e Laura, ritagliandosi il ruolo del collega cafone Stefano, si circonda poi di attori e li dirige in modo eccellente: paiono tutti in grandissima forma da Tiberi a Bolatti nel ruolo della coppia di amici editori, fino a un formidabile Maurizio Nichetti, ovvero Gianni, stralunato tecnico informatico in pensione.

La vicenda si ambienta a Torino, la più francese delle città italiane, dove un gruppo di colleghi di lavoro si trova costretto al lavoro telematico. Ma il rendimento nel contesto domestico cala per tutti – tranne per Giuliano – e per far fronte collettivamente al disastro si ritrovano tutti a casa dell’unico che quella situazione pare saperla gestire al massimo della produttività. Giuliano e Laura in un momento di fortissima trasformazione esistenziale, pronti ad accogliere la secondogenita in arrivo, a traslocare e ad avviare un’attività culturale insieme, si trovano sballottati dal caos che gli piomba in casa nella forma d’una macchinetta del caffè da ufficio e anche le loro relazioni con gli amici storici prendono pieghe impreviste. Il presidio dei colleghi di lavoro diventa una centrifuga di situazioni divertenti che lascia intuire anche la capacità dell’autore di far leva sulla realtà sociale, lavorativa, esistenziale che i suoi personaggi vivono e soffrono.

Tutto sommato appare evidente che Svevo abbia un vivissimo talento e si perdonano alcuni difetti: certe situazioni narrative poco salde, un finale non troppo audace, ambienti molto televisivi. Si evince la passione di Svevo per un cinema capace di sperimentare e fatto come si deve, non trascura per questo citazioni all’amato Bunuel o alla struggente corsa di Anna Magnani dietro al suo Francesco caricato sul camion tedesco in Roma Città Aperta che qui diventa un’irriverente e divertita rincorsa di Svevo-Stefano dietro al Francesco carrozziere che gli porta via la macchina in doppia fila.

Emerge infatti, soprattutto, la forza inarrestabile di Svevo come carattere, personaggio che potrebbe dare così tanto alla commedia cinematografica che un poco dispiace che debba mandare avanti l’araldo Maccio per richiamare il pubblico non internettiano che non lo conosce (o riconosce). Anche perché, paradossalmente, forse l’unico personaggio fuori fuoco pare proprio il protagonista.

Maccio Capatonda, caratteristico genio comico dalla cifra immediatamente riconoscibile, qui si offre al pubblico in una versione demaccizzata. Scelta comprensibile quella di Moltrasio, che avrebbe altrimenti proposto il film di un altro, tanto è scolpita nell’immaginario comune la comicità di Maccio. Tuttavia  la prova attoriale di Capatonda sembra non reagire bene al crescendo grottesco che intorno a lui va sempre di più agitandosi e finisce per incarnare una maschera inerme, impartecipe come padre, come marito, come collega e, in definitiva, come protagonista, laddove, in un personaggio equilibrato come Giuliano, gli eventi del film avrebbero dovuto innescare una trasformazione, una reazione magari contenuta ma percepibile; qualcosa che invece se succede nel film non arriva mai a compiersi del tutto o non la si vede.

Personaggio dunque riuscito a metà, esattamente l’opposto dello Stefano di Moltrasio, capace di realizzare l’atmosfera divertita anche quando appare di sfondo e sfocato.

In fin dei conti, Smart Working può essere letto come il tentativo di Svevo di abbandonare i panni di cinefilo e vestire quelli d’autore, per provare a salvare il cinema dall’interno, mettendo in gioco il meglio delle proprie qualità. Così mentre nel resto del mondo da YouTube escono i campioni di incassi dell’horror, da noi il campo di battaglia rimane quello della commedia, che molti venuti da internet hanno visto fallire. Quello di Svevo risulta, invece, un tentativo che non fa gridare alla rinascita del cinema, ma è comunque un’opera sincera e riuscita che lascia sicuramente spazio alla speranza.

 

 

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