Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 13

Il Civettone di Francesco Tozzi-Numero 13

Il Civettone di Francesco Tozzi - Numero 13 Nuvola, il mio cane, sta invecchiando.

Non cammina più bene. «Ha i dolori della vecchiaia» dice mio padre (guardandosi le mani afflitte dall’artrite).

Me la ricordo, quand’era giovane, Nuvola: non c’era gatto dei vicini che sfuggisse alle sue grinfie; dalla terrazza di cucina mi sono goduto certi inseguimenti che non avete idea, sembrava di vedere Villeneuve e Arnoux nel 1979 agli ultimi giri del GP di Digione.

Oggi il giardino è diventato semi-proprietà di due gatti: Nuvola se ne sta accucciata sotto il porticato e nemmeno li vede (probabilmente le si sono abbassati anche la vista e l’olfatto).

I gatti salgono sulla mia macchina, ne graffiano il vetro anteriore e il cofano; e Nuvola continua a starsene accoccolata, al sole, con gli occhi mogi. Si alza solo se pensa che stiamo per darle qualcosa da mangiare.

Qualche giorno fa, però, è successo qualcosa di straordinario: rientrando a casa da una passeggiata, da lontano, vedo uno dei due gatti – quello nero, per la precisione – camminare come al solito nel giardino. Nuvola, seduta sotto il portico, lo vede. Alza il collo come ai tempi d’oro… e comincia a corrergli incontro, abbaiando come una forsennata, facendo forza sulle zampe bianche, enormi, che hanno i beagle come lei.

Questa faccenda mi ha colpito non poco, ci ho ragionato per settimane.

Ci sono degli angoli reconditi di noi nei quali alligna un qualcosa, una specie di riserva aura di orgoglio, forza e determinazione. Perché non siamo stati capaci di tirarle fuori prima non sappiamo; però è un fatto che, d’improvviso, qualcosa che reputavamo morto e sepolto – l’abbiamo sentito – era ancora vivo e vegeto.

Non so se possiamo decidere cosa poter celare; non so cosa sia successo a Nuvola, per farla scattare così. Purtuttavia mi viene da pensare che, al netto delle età e delle esperienze, non possiamo dirci MAI sicuri di conoscerci davvero.

La verità sta negli altri, signore/i mie/i, e non è una verità soggettiva, bensì più che oggettiva.

Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, d’accordo: non basta essere un altro/a per pretendere di conoscere uno/a; ma ci sono persone capaci di far uscire da noi energie, reazioni, considerazioni di vario genere che, spesso, riusciamo a tenerci dentro.

Ecco perché, molte volte, soprattutto riferendoci alle nostre storie d’amore, diciamo: «Da quando ho incontrato/conosciuto lei/lui non sono più lo stesso» o «Ci siamo lasciati ma c’è sempre un rapporto molto stretto tra noi» oppure «Non posso più rivedere quella persona senza provare un senso di…».

Perché succede questo?

La civetta che ho scelto questa settimana, lo confesso, è una sorta di pretesto. Nel senso che, quando parliamo di fatti gravi come la violenza sessuale e/o la pedofilia dovremmo avere il coraggio di fare un esercizio creativo di immedesimazione. Vivere, diceva Ibsen, è lottare contro i troll, la vita è uno psicodramma. Perché i ricordi sono composti di immagini, le quali sono molto più importanti della realtà di fatto.

Ora, ogni violenza che un essere umano subisce, a qualunque età e in qualunque contesto, è una specie di pietra che viene messa nello zaino della propria esistenza. E ciò non vale unicamente per coloro che subiscono direttamente quell’azione; ma anche e soprattutto per coloro che si trovano all’interno del contesto ove quella violenza si attua.

Ma c’è di più: il problema più grande è che non sappiamo da che parte arriverà il turbine – Lombroso è stato messo in un canto secondo me in modo un po’ troppo sbrigativo – e questo perché la nostra società tende a giustificare, a essere garantista, a dirsi: «Possibile che cose del genere capitino proprio qui/a noi?» e a rispondersi: “Andiamoci piano”.

No, ragazzi. Oggi come oggi può capitarci di tutto. Può capitare a noi, ai nostri parenti, ai nostri amici più stretti; perché oggi il male più grave è la solitudine, anzi: è il modo di trovare un’alternativa alla solitudine.

Stando soli ci si polarizza, i difetti si ingigantiscono e i problemi anche.

Ma a chi spetta la psicanalisi? Ai professionisti o ai giornali?

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