Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 12

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 12

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 12Di L., per prima cosa, conobbi la voce. Abitava a Neviano degli Arduini, una specie di località dimenticata da Dio, appesa sulle nuvole, dove avevo avuto la ventura di capitare due volte in due anni, per recitarvi.

Ma quando sentii per la prima volta la voce di L. erano anni che non ci tornavo.

La voce di L. raccontava una storia strana, una storia che, se l’avesse sentita un me stesso quindicenne, si sarebbe messo a ridere.

La voce di L. raccontava che un giorno, dopo aver ricevuto una proposta di lavoro a Parma, dopo aver preso il pullman che da Neviano portava in città quando ancora il paese era celato dalla foschia, dopo essere arrivata alla stazione, dopo aver percorso tutto il lungo Parma ed essere arrivata a cinquanta metri dall’ufficio, niente. Non ce l’aveva fatta. Era entrata in un locale, una specie di kebabbaro, aveva ordinato da mangiare, si era presa anche una birretta, ed era rimasta lì fino più o meno all’ora in cui sapeva di dover tornare in stazione per prendere il pullman che l’avrebbe riportata al paese.

«Non ce l’ho fatta. Non ci volevo andare. Sapevo, ero certa che non mi avrebbero mai presa» dice la voce di L., mentre esce dal registratore. «Sì, sapevo anche che sarei tornata a fare quello che facevo tutti i giorni: starmene alla finestra a guardare il paesaggio, ciondolare per casa, andare a fare le pulizie in quell’alberghetto due volte a settimana; ma io non ce l’ho fatta. Non so perché.»

A me non è mai capitato, devo dire. Io il concetto di lavoro così come lo intende la maggioranza delle persone l’ho rifiutato per principio quando ancora potevo permettermi di non andarci e, quando ci sono andato, mi sono trovato così male (pur avendo imparato tantissimo) che l’ho detto a tutti: ai datori di lavoro, ai colleghi.

Anche perché c’è questa credenza, dovuta non so a quale strana convinzione, secondo cui uno va a lavoro per i soldi; e siccome se non lavori non guadagni soldi e guadagnare soldi vuol dire che devi lavorare e cioè sopportare qualunque cosa ti venga scagliata contro (fisicamente e moralmente) allora quando li mandi a fanculo fanno tutti una faccia strana.

“Ma come? Io sono quello con i soldi, tu sei quello che me li viene a togliere” pensano.

Il sottoscritto, invece – purtroppo o per fortuna non lo so – in mezzo ai soldi c’è nato e cresciuto. Per cui se mi fai schifo te lo dico. Se sei una merda umana (nonché molto frustrata) te lo dico.

Perché c’è una linea discriminante che separa la cultura del lavoro da quella del denaro, ed è il momento che qualcuno (ovvero la maggioranza) lo capisca, perché la situazione è allo stremo.

Buona parte dei giovani cui allude la civetta di questa settimana infatti, non sono per niente dei debosciati. Semplicemente sanno fare i conti meglio di noi. Essi si dividono solamente, come dalla notte dei tempi, in maliziosi e troppo idealisti: gli uni pensano: “Col fischio che vado a lavorare, ci sono i miei che mi mantengono”, gli altri dicono: “Capisco che devo andare a lavorare, ma questo non è lavorare” (pur non potendo sapere un bel nulla di cosa significhi lavorare).

Allora conviene accordarsi su vari concetti: posto che ciascuno dà alla parola lavoro un significato diverso, o ci mettiamo d’accordo, oppure lasciamo (democraticamente) che ciascuno gliene possa dare uno suo.

Però poi non lamentiamoci che nessuno voglia più alzarsi la mattina per fare alcunché.

Vero è che buona parte dei media non mostrano assolutamente nessuno che lavori davvero. Le personalità che raccolgono maggiori consensi, come gli influencer, per esempio, pare (e ripeto PARE) non facciano niente di speciale; in realtà il loro è un lavoro pazzesco.

Ecco, dunque, cosa rifiutano i nostri giovani: la terza dimensione del lavoro. Quella del contatto VERO, del confronto VERO, dove si sentono tutti gli odori possibili e immaginabili, dove si suda (per la tensione) e quindi ci si potrebbe mostrare deboli (peccato mortale per le nuove generazioni!).

Allora, tutti (o giù di lì) a casa o attaccati a un computer, a fare lavori da remoto (che se rendono bene, sennò amen), giusto per far vedere ai genitori che qualcosa mio/a figlio/a la fa.

Tutti attaccati ai soldi. “Eh ma me ne dai pochi”, “Eh ma non vale la pena”. I soliti alibi per ritardare il più possibile QUEL PRECISO MOMENTO: il momento, cioè, in cui non si potrà più mettersi di spalle alla vita.

In cui non si potrà più fuggire, da nessun punto di vista. Dove qualunque alibi crollerà. E dunque resteremo nudi, esposti alle intemperie della verità.

Il lavoro con i soldi non ha nulla a che fare, sappiatelo. Il lavoro ha solamente a che fare con noi stessi, con ciò che siamo e con quello che riusciamo a dare alla società, al Paese che abitiamo.

Poi ci sono i soldi, o meglio: non ce ne sono molti, ma di certo tra i due litiganti (maliziosi, idealisti) gode solo un terzo gruppo: quello dei furbi.

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