Recensione: Valeria Magli, Danza Ballo Performance. Manuali senza pubblico: quando la teoria danza da sola

Recensione: Valeria Magli, Danza Ballo Performance. Manuali senza pubblico: quando la teoria danza da solaFenomenologia del manuale

MANUALE: Libro che espone, in modo ampio ed esauriente, le notizie fondamentali intorno a un determinato argomento.

La fortuna del termine risale all’Encheiridion o Manuale di Epitteto, compendio di massime e insegnamenti morali di Epitteto steso dal suo scolaro Arriano di Nicodemia. […] L’Oráculo manual di B. Gracián (1659), che dava precetti per gente di corte, fu opera molto diffusa nel 17° secolo. Ma il significato moderno e più corrente del termine si è diffuso nel 19° e nel 20° sec., con il moltiplicarsi dei volumi monografici, propedeutici, di volgarizzazione, che in piccola mole racchiudono la trattazione sistematica di una determinata disciplina. 

Qualche giorno fa mi sono recato – come faccio, da qualche mese a questa parte, tutti i venerdì alle 19.00 – alla rassegna di danza contemporanea Respiri di Bellezza, che si tiene ogni due settimane nella splendida cornice della chiesa dei Bigi, nel complesso del Polo Culturale Le Clarisse di Grosseto.

Presenziando da almeno due anni alla rassegna, mi sono accorto dell’aumento progressivo del numero degli spettatori, del crescente interesse della cittadinanza di un centro molto provinciale come Grosseto e dell’attaccamento che gli operatori sono riusciti a creare nell’utenza. Ogni due settimane c’è un gruppo di persone che si ritrova con piacere per assistere a pezzi danzati della durata massima di mezz’ora, al termine dei quali è possibile interloquire con l’artista, con gli organizzatori, visitando un polo museale di tutto rispetto, pieno di opere di notevole valore.

Ora: ho raccontato questa cosa perché credo che, come diceva Qualcuno, sia importante sapere; ma ancora di più capire.

Fedeli al detto, molte case editrici si sono prodigate a pubblicare una lunghissima serie di manuali, saggi, trattati, sui più disparati motivi.

Ecco, dunque, che ci capita fra le mani questo volumetto dal titolo Danza Ballo Performance di Valeria Magli (ed. Mimesis, 87 pagg, € 12,00) in cui l’autrice, distintasi per la sua capacità di coniugare la cultura letteraria all’arte (non l’ho capita) – e che ha collaborato con nomi del calibro di Pierre Klossowski, Nanni Balestrini, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti e Alfredo Giuliani – si appresta, per mezzo di un saggio, a farci entrare nel mondo della danza.

Anzi, no: si appresta a spiegarci la differenza tra ballo e danza.

Anzi, no: si appresta a esplicare ai lettori la differenza tra arte e performance.

No.

Non lo so. In realtà, scorrendo le 87 pagine del saggio, non si capisce bene di fronte a cosa ci troviamo.

Andiamo per gradi: quel che mi stupisce, generalmente, è il linguaggio di certi prodotti. Sì, perché molti autori di saggi, trattati, etc. pare non veda l’ora di farsi pubblicare per rendere un’intervista che, altrimenti, nessuno gli/le chiederebbe.

Va detto che la Magli non appartiene al novero di cui sopra: tuttavia, pur apprezzando i contenuti della sua opera (si capisce benissimo che, chi scrive, non solo si pone il problema di spiegare nella maniera più chiara possibile, delle cose veramente difficili da spiegare, ma anche di farlo in una maniera raffinata, come si faceva una volta) devo far osservare alcune cose, pormi e porre all’autrice delle domande.

In un momento come questo, dove sia nel mondo della danza che in quello delle arti dal vivo si fa una gran fatica a farsi capire, siamo sicuri che la soluzione sia quella di pubblicare opinioni (lecite e circostanziate, per carità) o raccolte di definizioni?

Siamo sicuri che non sia necessario ripartire da una vera e propria alfabetizzazione dei rapporti, ma attraverso le arti, e non per mezzo dei saggi?

 Chiedo questo perché, ultimamente, anche alla luce della mia esperienza di formatore nelle scuole, mi sono accorto che tutta la mia cultura enciclopedica, da scrivania è stata fondamentale per tante ragioni; ma molto spesso è stata anche un fardello, una cravatta che impiccia quando devi tirarti su le maniche e lavorare davvero.

Pur essendo condivisibile, ad esempio, il discorso che la Magli fa circa il vero, effettivo significato della parola performance (che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa! io lo saprei, ma mi taccio, che è meglio) esso significa poco o niente se buona parte delle persone, della vera e propria utenza (che non legge saggi, che non sa chi sia Valeria Magli) ha perduto i codici della comprensione e soprattutto dell’ascolto.

Meno la società ascolta, più aumentano i prodotti per intellettuali, per addetti ai lavori, fateci caso.

Ha senso, mi chiedo?

Sono certo di sì, almeno per qualcuno (l’editore, lo scrittore, pochi altri); ma poi esco, vado dove alligna il nostro futuro e, non so, dico: «Andate a destra» e un ragazzino di undici anni alza la mano sinistra dicendo: «Eh, prof! Io ho fatto quello che faceva lei».

Mi chiedo: ha senso?

Eppure il sottotitolo delle edizioni per le quali il libro è stato pubblicato è Filosofie del teatro (che sarebbe come dire: filosofie di una filosofia).

Una volta uscivano libri (e per grande case editrici, le medesime che oggi pubblicano i best seller) come L’Erba voglio o Lettera a una professoressa dove si tiravano le righe di tentativi concreti che venivano fatti. Fatto un tentativo, si pubblicavano i risultati.

Oggi leggo molta teoria, scritta benissimo, ma tentativi pochi, citazioni molte.

Forse perché oggi, per dirla con Stendhal: i costumi sono molto liberi, ma passione poca.

 Se dunque occorre recensire questo tentativo, mi preme anzitutto dire che è lodevole e ben scritto, che spiega con semplicità molte cose (tra le quali la differenza importante tra muoversi e danzare, cioè tra sopravvivere e lavorare), e traccia un ampio ed esaustivo arco dell’arte di Tersicore e dei suoi/sue protagonisti/e.

La questione che risolverebbe, aprirebbe, spalancherebbe questo grande cul de sac in cui noi artisti (e non solo) ci troviamo a vivere oggi, è che certe consapevolezze giungono a essere tali, in noi, solo dopo esser passate attraverso le forche caudine dei RAPPORTI. Spiegare, dare ricette, non mi sembra la miglior ricetta, anche se ben redatte ed esplicate come nel caso del nostro volume.

Perché oggi, domandare non è più solo lecito, bensì risulta essere il gesto più sollecito da fare.

Però prima si domanda, e dopo si scrive.

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