Recensione: La terra dell’abbastanza. L’opera prima dei fratelli D’Innocenzo tra periferia romana, crimine e amicizia

Recensione: La terra dell'abbastanza. L'opera prima dei fratelli D'Innocenzo tra periferia romana, crimine e amiciziaMirco sguardo-occhi-di-lama, con la ridarella acuta e il friccico ner còre e Manolo con tanto di divisa d’ordinanza, la tuta adidas nera, figlio di uno di quei padri che quando ci sono sarebbe meglio non fossero: sono loro i protagonisti della prima opera dei Fratelli d’Innocenzo. Amici uniti nella circostanza della vita periferica la quale, ce lo raccontano (soprattutto nel cinema romano) in diecimila modi, è fatta di formiche che si sognano leoni.

Vanno all’alberghiero perché all’alberghiero c’è poco da impegnarsi. Poi si ritrovano in parcheggi deserti in lande che appaiano come scenari di un’apocalisse in corso, specchi del dopobomba, a divorare kebab e cicoria. Sognano la svolta improvvisa, il tiro di dadi risolutore, il colpo di spugna che lava via miseria e destino. Vivono sperando in quei disastri che paiono la fine del mondo e sono solo periferia.

Ma il colpo fortunato arriva – e neanche lo vedono arrivare – nella forma di un pentito d’una banda. Lo schiaffano sotto con la macchina ed entrano nelle grazie del clan criminale capeggiato da uno Zingaretti dall’altra parte della barricata della legge rispetto al suo solito Commissario.

I due affronteranno in modi diversi l’immediato potere. Così Mirco si trova a dover contenere il contagio di una vita normale con il morbo del crimine, mentre lo sguardo di Manolo si annacqua a poco a poco, talmente soffice è la sua disperazione che neanche l’amico-fratello se ne accorge. Quel mondo ti si attacca addosso e te lo porti dietro, nei tuoi gesti quotidiani, a casa tua, nelle cose che mangi, nei corpi che sfiori.

I fratelli D’Innocenzo si attaccano invece ai primi piani, contrappongono caldi e freddi in una fotografia che sembra oscillare tra i poli cromatici della miseria lenta e sicura e quello di una fine improvvisa e violenta.

 Ci consegnano così un film inserito in quell’idea di cinema periferico/criminale forse giunto a saturazione, in cui il microcosmo collassa senza sorprese: la vitalità frustata dei giovani e la loro voglia di emergere tagliate alla radice.

La violenza richiede il suo tributo che, come ormai anche questo tutti sappiamo, è sempre un tributo di sangue e lacrime.

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