
Preferisco un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizioni altrui.
(Tom Waits)
Questo aforisma del polistrumentista di Pomona rende l’idea della sua dirittura morale, della precisione del suo progetto musicale nella sua evoluzione, e della libertà artistica concessagli dalle case discografiche.
Un artista pronto a tutto, da pianista Tin Pan Alley fuori tempo massimo, con le sue canzoni romantiche che potrebbero essere degli standard dell’età d’oro della musica popolare americana. Pensiamo a Ol’55 che diventò una celebre cover degli Eagles o Jersey Girl regalata a Springsteen – ma siamo in un altro campionato – I Hope I Don’t fall in Love With You, Martha, Ice Cream Man, Virginia Avenue, sono vere poesie musicate dal suo piano, che non aveva ancora bevuto troppo gin, e chitarre, tromba, batterie educate e appena spazzolate.
L’esplorazione della vita notturna, dei reietti, è appena iniziata e accennata, ma è nell’anno successivo il 1974 con The Heart of Saturday Night che Tom mette a fuoco la sua poetica.
Diamo una nuova mano di vernice
a questa vecchia città solitaria
preparati, preparati che li colpiremo
tu indossi il vestito
baby, io metterò la cravatta
rideremo di quella vecchia luna iniettata di sangue
in quel cielo rosso borgogna.
Le canzoni romantiche non mancano, San Diego Serenade, dove la sua voce e il suo piano si appoggiano a una delicata orchestra, è una canzone densa di amore e colma di rimpianto, aumentano gli animali notturni e le fughe in macchina in cerca di un altrove.
Nel 1976 esce Small Change (spiccioli) dove compare lo scat di Step Right Up, la voce si fa più fuligginosa ed espressiva, roca e profonda e il suo piano beve decisamente di più, The Piano Has been Drinking (not me), canta in uno dei pezzi chiave. Echi Chandleriani e Bukowskiani nei testi, la musica è ispirata, se non presa di peso da Louis Armstrong, Howlin Wolf e l’immenso Dr. John.
Un grande album, ma facciamo un passo indietro.
Da sempre appassionato di Rock, quella meravigliosa musica che per mia personale opinione opera una brusca frenata il 21 settembre 2011, quando si sciolgono i REM – ma questa è un’altra storia –, sentivo il bisogno di nuovi stimoli.
Ovviamente mi buttai su Kind of Blue di Miles Davis, un disco che dovrebbe essere spedito nello spazio per fare conoscere l’umana creatività e su A Love Supreme di John Coltrane, dove il jazz apre nuove strade, scava nelle anime e diventa quasi altro: ok il sax di Trane, ma la batteria di McCoy Tyner? Monumentale e soave.
E un pomeriggio estivo trascorso nel negozio di dischi di Orbetello, mi imbatto in Nighthawks at The Diner, anno di grazia 1975 dove Tom Waits si esibisce live in un locale notturno, accompagnato da un quartetto jazz.
Canta, racconta storie buffe, dialoga col pubblico, emoziona e si emoziona, un doppio album imprescindibile che vende purtroppo pochissimo ma spezza il cuore di molti.
Questo è il periodo della semina, i capolavori stanno arrivando, Foreign Affairs del 1977 contiene I never Talk with Strangers, strepitoso duetto con Bette Midler, dove i due cuori solitari sciolgono il loro cinismo tra battute e confessioni fino a innamorarsi (?), Jack and Neal, praticamente On the Road di Kerouac musicato e cantato meravigliosamente. O in Burma Shave, luogo immaginario dove emendare peccati, leccarsi le ferite da gattaccio randagio e ricominciare.
Il 1978 è l’anno di Blue Valentine
, il diamante, il disco che ogni musicista vorrebbe scrivere e musicare, toccato dalla grazia dell’ispirazione.
Tutto è in perfetto equilibrio, la sua voce sempre più scura, gli arrangiamenti, i testi, i protagonisti delle canzoni, la prostituta in carcere che scrive biglietti natalizi, l’amico poliomielitico con cui vorrebbe fuggire in treno come gli hobos di un tempo. Romeo, piccolo gangster che troverà la morte alla Cagney nel buio di un cinema e diventerà un eroe sanguinante.
Gli anni successivi lo vedono attore con Jarmush, Coppola e altri maestri, ma ci interessa la musica e il 1983 accadde qualcosa.
La musica diventa colluttazione, una lotta coerente ma a tratti respingente, rumori sovraincisi, percussioni strane raccolte nelle discariche; la voce è cambiata, oscura, una vociaccia che strilla, si lamenta ed è capace ancora di incredibili dolcezze. Pensiamo a Downtown Train dove fa capolino la chitarra del signor Keith Richards in vacanza dai Rolling Stones, o a Time, vero spezzacuori del disco.
Signori acquistate Rain Dogs (1995), al pari di Swordfishtrombone (1983) un bell’attacco alla musica tradizionale, due gioielli di avanguardia dove Brecht e Weil vanno a braccetto con il jazz dei locali fumosi ed echi di musica klezmer.
Nuovi dischi mi sono entrati nel cuore negli anni, ma nel 1992 incontrai Bone Machine.
I testi hanno una vena apocalittica, le sue urla sono spesso filtrate da un megafono, le percussioni sembrano una danza di tibie e femori, la morte è protagonista attraverso i suoi lamenti angoscianti: la morte dell’individuo e quella premonitrice del pianeta su cui viviamo – non si parlava ancora di Global Warming. Un disco oscuro e profondo che ha segnato il suo ritorno sulle scene negli anni’90.
La sua carriera è proseguita ancora con alti e bassi ma questo è il mio Tom Waits, quello romantico, notturno, dolce come un gatto che miagola su un tetto qualunque alla luna con qualche gin in corpo. Quello respingente dal rumorismo estremista ma ancora affascinante.
P.S.
Ho scritto questo pezzo di getto, come un’improvvisazione jazz o uno dei monologhi di Mr. Waits al Troubadour.
Chiedo venia per eventuali imperfezioni: ho scritto col cuore in mano, infatti sto sgocciolando ovunque.
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