Recensione: Marta Palazzesi, L’occhio di Gaudì. Lo sguardo dell’artista barcellonese sul Mondo

ra i cantieri della Sagrada Família e i vicoli del Barrio Gótico, un giovane cerca la verità sul padre e trova lo sguardo di Gaudí sul mondo.Ci sono dei romanzi, ultimamente, che mi piacciono in maniera particolare; e, altrettanto ultimamente, mi pare stia avvenendo un intenso movimento artistico-creativo intorno alle vicende della Spagna (pre) franchista (o giù di lì).

Con L’occhio di Gaudì (Vallecchi, 388 pagg., 19 €), Marta Palazzesi compie un significativo passaggio nella propria produzione narrativa – confermando una maturità stilistica e progettuale che va ben oltre i confini del romanzo storico.

Siamo nella Barcellona del 1925-1926, durante gli ultimi mesi di vita di Gaudí (e negli anni della dittatura di Miguel Primo de Rivera). La Barcellona modernista non costituisce un semplice sfondo scenografico, ma diventa una specie di organismo vivente attraversato da tensioni politiche, fermenti culturali e contraddizioni sociali.

Gabriel Fàbregas, il protagonista, è un giovane ceramista che lascia Valencia per cercare la verità sulla morte del padre. È un percorso di formazione, nel quale il desiderio di conoscere il passato coincide con la costruzione della propria identità: Gabriel non cerca soltanto un padre ma una collocazione nel mondo, una ragione per comprendere il proprio presente e per immaginare il futuro.

Una delle cose che mi ha piacevolmente stupito del romanzo è la capacità di fondere registri narrativi diversi. La struttura è quella del romanzo di formazione, ma si innestano efficacemente elementi del giallo investigativo, della saga familiare e del romanzo storico. La ricerca della verità procede attraverso indizi, testimonianze e silenzi che mantengono viva la tensione narrativa senza mai trasformare il libro in un semplice thriller.

Al centro dell’opera, ovviamente, si staglia inevitabilmente la figura di Gaudí, la cui presenza è utilizzata dall’autrice in modo concreto quanto simbolico. Il grande architetto compare relativamente poco come personaggio, ma domina ogni pagina attraverso la sua eredità artistica e spirituale. L’occhio del titolo richiama così una duplice prospettiva: lo sguardo dell’artista capace di leggere la realtà oltre le apparenze e quello del protagonista, chiamato a imparare una nuova maniera di osservare il mondo.

Altro aspetto più che positivo dell’opera è il fatto che la dimensione storica è costruita con notevole accuratezza documentaria: Palazzesi restituisce una Barcellona percorsa dalle tensioni della dittatura di Primo de Rivera, dove la repressione politica, il controllo economico delle élite industriali e le profonde disuguaglianze sociali convivono con uno straordinario fermento artistico. La ricostruzione storica non è mai didascalica; al contrario, gli eventi politici si riflettono continuamente nelle vicende dei personaggi, mostrando come la Storia influenzi inevitabilmente i destini individuali.

Anche il sistema dei personaggi contribuisce alla ricchezza del testo. Irene rappresenta una figura femminile moderna e anticonformista, costretta a sfidare le convenzioni del proprio tempo pur di coltivare la passione per l’architettura. Attraverso di lei il romanzo affronta con delicatezza il tema dell’emancipazione femminile, inserendolo nella trama senza cedere a forzature ideologiche. Ugualmente riuscita è la figura del professor Camps, che assume quasi il ruolo di maestro, guidando Gabriel non soltanto nella scoperta dell’arte di Gaudí, ma soprattutto nell’educazione dello sguardo e della coscienza.

È una prosa limpida, quella di Palazzesi, scorrevole, fortemente visuale: la formazione dell’autrice e il lungo lavoro di ricerca emergono nella precisione con cui vengono descritti gli spazi urbani, i cantieri della Sagrada Família, i vicoli del Barrio Gótico e le architetture moderniste. Una scrittura anche cinematografica, a tratti: le descrizioni non rallentano l’azione, ma la accompagnano, permettendo al lettore di immergersi completamente nell’atmosfera della Barcellona degli anni ‘20.

Tornando a Gaudí, egli viene celebrato non come un genio isolato, bensì come colui che dimostra come la bellezza possa rappresentare una forma di resistenza contro la violenza della storia. L’architettura diventa quindi una specie di linguaggio morale, capace di opporsi alla brutalità del potere e di restituire dignità all’esperienza umana. In questo senso il romanzo si inserisce in quella tradizione narrativa che utilizza la figura dell’artista per interrogare il rapporto tra creazione, memoria e responsabilità civile. Grande tema.

Se proprio devo trovare un neo al romanzo di Palazzesi, mi viene da osservare che in alcune sezioni centrali il ritmo narrativo tende a rallentare – soprattutto quando la ricostruzione storica prevale sullo sviluppo dell’intreccio; alcuni personaggi secondari risultano inoltre meno approfonditi rispetto ai protagonisti, mentre certe dinamiche sentimentali seguono percorsi relativamente prevedibili. Si tratta, tuttavia, di elementi marginali che non compromettono l’equilibrio complessivo dell’opera, comprensibili quando ci rendiamo conto di essere di fronte a un prodotto dall’obiettivo commerciale.

Ma non vi lasciate fuorviare da questa mia ultima disamina: L’occhio di Gaudì si distingue come un romanzo ambizioso, capace di coniugare intrattenimento e riflessione culturale. Palazzesi dimostra una notevole capacità nel trasformare la ricerca storica in narrazione viva, evitando tanto il documentarismo quanto il facile sentimentalismo. Il risultato è un libro che parla della forza della memoria, della ricerca delle proprie radici e del valore della bellezza come forma di resistenza civile – temi che, se volete, possono risultare, di per loro, già estremamente retorici, ma che, nelle mani dell’autrice, va detto, vengono gestiti con una perizia lodevole.

Più che raccontare la vita di Gaudí, il romanzo invita il lettore a adottarne lo sguardo: imparare a osservare la realtà nella sua complessità, riconoscendo come dietro ogni pietra, ogni edificio e ogni storia personale si nasconda un intreccio di dolore, speranza e possibilità. È proprio questa capacità di far dialogare arte, storia e formazione individuale a rendere L’occhio di Gaudì uno dei romanzi storici italiani più convincenti e riusciti dell’ultimo periodo.

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