Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 11

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 11

I tormenti dei giovani Törless

Più vado avanti con questa rubrica, più (credo), mi risulta automatica la risposta alla calviniana domanda Perché leggere i classici?

Uno dei tanti classici che amo leggere e rileggere (e che vorrei sfruttare per commentare la civetta che ho scelto questa settimana) l’ho incrociato per caso, tanti anni fa, su una bancarella a Pontremoli, in un’edizione peraltro abbastanza singolare: I tormenti del giovane Törless di Musil. Un libro del 1906 che racconta una storia moderna, violentemente moderna.

Siamo adusi oramai a delegare certe storie di vessazione, bullismo e umiliazione da parte di un branco alle carceri, alle situazioni al limite, per dirla con le dame della Croce Rossa. Nel romanzo di Musil, invece, ci troviamo in una scuola. Una scuola militare, certo, ma pur sempre un ambiente di giovani, figli di famiglie facoltose che, per toglierseli di torno, li hanno spediti a imparare la disciplina in un’accademia militare.

I fatti sono narrati dal giovane che dà il titolo al libro; ma la cosa straordinaria è il punto di vista che l’Autore sceglie per raccontare i fatti.

Törless infatti, lo scopriamo piano piano, non è il protagonista delle vicende che occorrono nell’istituto.

Eppure, alla fine del romanzo, ci ricordiamo nettamente solo di lui, e del suo atteggiamento.

Perché è pavido?

Perché è simpatico?

Perché è un violento?

No. Perché è un osservatore esterno che non fa niente per cambiare la situazione che gli si sviluppa davanti.

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 11Törless non fa parte del branco, non è neanche amico del ragazzo vessato (Basini); ma, esattamente come la società in cui cresce, non sa fare altro che guardare e dare consigli mentre un suo coetaneo viene torturato prima psicologicamente, poi fisicamente, poi violentato e infine umiliato e costretto a essere ciò che gli altri dicono lui sia: un omosessuale.

Tornando a oggi, una ragazzina tedesca di 15 anni si è presentata in ospedale con delle gravissime ferite che, così è stato dichiarato, si sarebbe autoinferta.

Gli agenti della Polizia postale, fiutato un possibile caso di cyberbullismo, hanno interrogato la ragazza facendo emergere un quadro terrificante: la giovane sarebbe stata adescata online e costretta a sfide estreme – come quella di scrivere il proprio nome con il suo sangue su un muro – da due quindicenni di Grosseto.

Uno dei due è stato ascoltato dalla Polizia postale di Grosseto. È colui il cui nome compare nel video inviato a ’dimostrazione’ dalla ragazzina. Lui avrebbe negato di essere il responsabile di tutto questo, ma ’solo’ il prestanome del compagno – il quale a suo dire sarebbe l’organizzatore di tutto – che non vuole comparire in questo mondo delle tenebre in cui sempre più spesso si trasforma il web. Comunque il quindicenne ascoltato avrebbe ammesso di questa attività organizzata dall’amico.

Così, mi pare di poter osservare che: 1) Nulla è cambiato dal 1906. 2) Più la società si sforza di imporre dall’alto un qualsiasi tipo di disciplina, meno la disciplina viene rispettata. 3) Il problema centrale della nostra società erano, sono e saranno sempre i giovani – insieme con i luoghi ove essi si formano e si incontrano.

Punto di contatto tra la Maremma e la Germania la piattaforma o videogioco Roblox, che può essere anche innocuo, ma che celerebbe – il condizionale è d’obbligo – anfratti molto pericolosi. Soprattutto attraverso il mistero della comunità ’764’ che fa parte nel web della galassia dell’autolesionismo e che è comparsa negli anni in non poche inchieste internazionali su questo fenomeno. In sintesi una rete di gruppi online che si scambiano contenuti estremi e si muove secondo un copione di ricatti emotivi, terrore e convincimento alla sottomissione e dolore. Un mondo ancora troppo poco conosciuto e pericolosissimo per i giovani.

C’è un altro tema, però, che trovo di fondamentale importanza: riportare al centro del dibattito quotidiano con i ragazzi il rispetto per gli altri ma soprattutto quello per sé stessi. Base senza la quale non si può pretendere di costruire regole di convivenza.

Negli ultimi anni sono aumentati i suicidi giovanili dovuti al cyberbullismo (o al bullismo e basta), a una progressiva incapacità, da parte dei ragazzi, di accettare il fallimento, la sconfitta, lo sfottò, i comportamenti escludenti.

E cosa fa la scuola? Prova a imporre a un gruppo di non escludere.

È impossibile. Un gruppo nasce proprio perché esclude qualcuno o qualcosa – siano pure elementi negativi; ma che cos’è negativo per quel gruppo?

Ciò che oggi dovremmo trasmettere ai ragazzi è una cosa molto difficile, perché molti di noi adulti non ha vissuto questo tipo di problema: saper restare soli con responsabilità, in maniera centrata e consapevole (avvalendosi delle consulenze di esperti, di psicologi).

Sapersi costruire una personalità e saper scegliere con criterio è la vera, nuova sfida di questi tempi maledetti nei quali scorrazzano liberamente i nostri giovani.

È una sfida tremenda, dato che anche noi adulti, a volte, soli non ci sappiamo stare; ma non c’è niente che leghi di più un gruppo classe che riuscire ad arrivare alla condivisione delle nostre difficoltà, al rilevamento spassionato delle magagne e dei comportamenti errati non tanto in azione quanto in reazione.

Chiusi nelle loro realtà virtuali, disabituati al confronto, stiamo rendendo incapaci i nostri giovani (e anche noi stessi) di rispondere, reagire, replicare. Conseguentemente, i problemi non solo non vengono risolti, ma ci si affida a coloro i quali, o per dinamiche malate, o per altre ragioni, si impongono sugli altri.

Chi si suicida fisicamente comincia sempre – qualche tempo prima – a farlo moralmente. Sono piccoli, impercettibili segnali che dobbiamo stare molto attenti a captare, perché questa con cui abbiamo a che fare è la prima generazione di giovani a parlare con un linguaggio quasi completamente differente dal nostro: sono aumentate le differenze, le disparità sociali, i casi di studenti e studentesse che necessitano di un insegnante di sostegno.

Un panorama da libro Cuore, in apparenza, che può trasformarsi però nel gruppo di Törless, se non si interviene in tempo.

Rendere una tribù, una comunità, un gruppo, del tutto passivi a ciò che succede, è stato (e resta) l’obiettivo delle belve bionde (per dirla con Martin Eden) che controllano la terra.

Reagire è l’unica cosa che tiene vivo un essere umano. Agire non serve se non conosciamo, prima, i fondamentali di un dialogo vero.

È un’arte che non dobbiamo scordare, a qualunque costo, anche a prezzo di apparire maleducati.

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