C’è un grande malinteso che spesso circonda la letteratura di genere: l’idea che chi scrive gialli sia semplicemente un artigiano della trama, un giallista abile a incastrare indizi. Il romanzo di Alessandra Salvoldi, Confessioni di un’assassina dilettante, scardina questo pregiudizio dimostrando che prima di essere una storia di delitti e segreti, questa è l’opera di una scrittrice vera. La Salvoldi non si limita a seguire le regole del poliziesco, ma le piega al proprio stile, usando l’enigma come un potente reagente chimico per far emergere la verità psicologica e sociale dei suoi personaggi.
Confessioni di un’assassina dilettante (edito da Newton Compton) è un giallo ironico e decisamente originale, guidato dalla voce graffiante e disincantata della protagonista, Cassandra T.
La trama gioca molto sul contrasto tra il tono brillante e il passato cupo dei personaggi. Cassandra è una trentenne Millennial cinica e solitaria, appassionata di tarocchi e delle Spice Girls, che vive nella periferia milanese nascondendo un segreto: dodici anni prima, insieme ai compagni di un gruppo teatrale, ha ucciso un uomo. Quando una di loro viene trovata morta, il passato bussa di nuovo alla porta e il cerchio si stringe, costringendola a capire se sarà la prossima vittima o se dovrà tornare a colpire.
L’ironia di Cassandra e il ritratto generazionale sono indubbiamente il cuore pulsante del romanzo. Funzionano così bene perché non sono semplici elementi di contorno: lo stile cinico e disincantato della protagonista è la diretta conseguenza del disorientamento della sua generazione.
Cassandra T. non è la classica eroina del giallo, né una creatrice di giustizia. È una trentenne di periferia, che guarda al mondo con un disincanto tagliente. La sua ironia non serve solo a far sorridere il lettore, ma è una vera e propria lente d’ingrandimento sulla sua interiorità: un modo, forse, per tenere a distanza il dolore, la noia e, non ultimo, lo spettro di un omicidio commesso dodici anni prima.
La Salvoldi tratteggia magistralmente la nostalgia dei nati tra gli anni ’80 e ’90. I riferimenti pop – lo scioglimento delle Spice Girls, i vecchi miti dell’adolescenza – non sono semplici strizzate d’occhio nostalgiche, ma i frammenti di un’epoca in cui tutto sembrava ancora possibile. Il contrasto tra quelle promesse d’infanzia e la realtà presente (fatta di solitudine e precarietà emotiva) definisce perfettamente lo statuto del Millennial secondo l’autrice: una generazione cresciuta con grandi aspettative e ritrovatasi a gestire le macerie del presente, a volte persino quelle di un vecchio dramma teatrale finito in tragedia. Ritratto di un gruppo di giovani cresciuti con la promessa di un futuro brillante e ritrovatisi a fare i conti con la precarietà emotiva ed esistenziale del presente.
La forza dello stile di scrittura sta nel ritmo. La Salvoldi gioca con i cliché del thriller, ma li smonta continuamente attraverso il filtro della commedia nera. Il crimine non viene trattato con solennità, ma con la goffaggine e l’approssimazione tipiche di chi si definisce, appunto, un’assassina dilettante. Questa leggerezza apparente rende la lettura fluida, senza però sminuire la tensione del mistero che si infittisce quando il passato torna a chiedere il conto.
La Salvoldi sposa la commedia nera, smonta la solennità del crimine con la goffaggine di un manipolo di assassini dilettanti, ma non perde mai la tensione drammatica. Il risultato è un romanzo che diverte e inquieta, capace di superare i confini del genere per offrirci una riflessione amara, acuta e splendidamente scritta sulla colpa, sulla nostalgia e sulla fatica di diventare adulti.
Spero di non aver rivelato troppo e vi invito alla lettura.
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