Dal discorso di Saragat alla Maturità 2026, passando per i social e l’astensionismo: cosa resta della promessa del 1946
C’è una data che gli italiani conoscono, ma che pochi sentono davvero propria. Il 2 giugno 1946. Ottant’anni fa, in un paese devastato dalla guerra, umiliato dal fascismo, diviso tra Nord e Sud, tra vincitori e vinti, tra chi aveva combattuto per la libertà e chi aveva obbedito alla dittatura. In quel paese fragile e stremato, milioni di cittadini si alzarono e andarono a votare. Per la prima volta, anche le donne. Per la prima volta, davvero tutti.
Scelsero la Repubblica. Con uno scarto non larghissimo (54% contro 46%) ma sufficiente. Sufficiente a cambiare tutto.
Quella mattina del 2 giugno non fu solo un atto amministrativo. Fu un atto di fede collettiva. La scommessa che un popolo, dopo vent’anni di dittatura e cinque anni di guerra, fosse capace di governare se stesso. Che la libertà non fosse un dono dall’alto, ma una conquista dal basso. Che la democrazia non fosse un sistema di governo astratto, ma, come avrebbe detto Giuseppe Saragat poche settimane dopo, all’insediamento dell’Assemblea Costituente, «soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo».
Ottant’anni dopo, quella frase risuona con una forza che nessun algoritmo riesce a attutire. E il fatto che sia stata scelta come traccia della Maturità 2026, l’esame che ogni anno chiede ai diciottenni italiani di misurarsi con il proprio tempo, non è una coincidenza. È un messaggio. Forse una domanda. Forse un appello.
Saragat e il cuore della democrazia
Giuseppe Saragat era un uomo che aveva conosciuto il prezzo della libertà. Aveva vissuto l’esilio, il carcere, la clandestinità. Quando il 25 giugno 1946 prese la parola davanti all’Assemblea Costituente appena insediata, non parlò di procedure, di regolamenti, di architetture istituzionali. Parlò di qualcosa di più profondo e più urgente.
Disse che la democrazia non si esaurisce nel voto, nelle leggi, nelle istituzioni. Che la sua sostanza più vera è relazionale: riguarda il modo in cui gli esseri umani si trattano reciprocamente, il rispetto che si riconoscono, la dignità che si accordano. Una democrazia può avere tutte le forme corrette (elezioni libere, parlamento funzionante, magistratura indipendente) e tuttavia essere morta nell’anima, se i rapporti tra le persone sono dominati dalla sopraffazione, dal disprezzo, dall’indifferenza.
Era una visione alta, esigente, quasi spirituale della politica. Una visione che chiedeva ai cittadini non solo di esercitare un diritto, ma di incarnare un costume. Di fare della democrazia non un sistema a cui affidarsi, ma un modo di stare al mondo.
La domanda che il 2026 ci pone, con tutta la sua brutalità, è semplice: quella visione è ancora viva?
Il paradosso democratico: più diritti, meno partecipazione
I numeri raccontano una storia che dovrebbe tenerci svegli la notte.
Alle elezioni politiche del 2022, la più bassa affluenza nella storia della Repubblica italiana: il 63,9% degli aventi diritto si è recato alle urne. Meno di due italiani su tre. Un dato che avrebbe fatto inorridire i Costituenti, quelli che avevano scritto la Carta fondamentale in un paese in cui la libertà di voto era ancora fresca di sangue.
Alle elezioni europee del 2024, l’affluenza è scesa al 48,3%. Meno della metà degli italiani ha scelto chi li rappresentasse nel Parlamento europeo. In alcune regioni del Sud, si è scesi sotto il 40%.
E tra i giovani, il quadro è ancora più preoccupante. Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo, nelle fasce under 35 l’astensionismo supera stabilmente il 45%. Una generazione intera che ha smesso (o non ha mai iniziato) a credere che il voto cambi qualcosa.
Come si è arrivati qui? Come si passa dalla coda al seggio del 2 giugno 1946, quella coda in cui c’erano anche donne che votavano per la prima volta nella loro vita, con gli occhi lucidi, all’indifferenza sistematica del 2026?
La risposta non è semplice, e chiunque vi offra una spiegazione monocausale mente o semplifica. Ma ci sono alcuni fili che vale la pena tirare.
La democrazia nell’era della disintermediazione
Il primo filo riguarda la crisi della rappresentanza. Per decenni, i partiti politici hanno svolto una funzione che andava ben oltre la competizione elettorale: erano luoghi di formazione civica, di socializzazione politica, di costruzione dell’identità collettiva. Avevano sezioni nei quartieri, circoli nelle fabbriche, associazioni giovanili. Erano, nel bene e nel male, scuole di democrazia.
Quella struttura è crollata. I partiti di massa sono scomparsi, sostituiti da macchine elettorali personaliste, da movimenti liquidi, da piattaforme digitali che aggregano consenso senza costruire cultura. Il risultato è una democrazia tecnicamente funzionante ma organicamente svuotata: le elezioni ci sono, ma mancano i corpi intermedi che le rendevano significative.
Il secondo filo riguarda i social media e la trasformazione del discorso pubblico. La democrazia richiede un prerequisito fondamentale: la capacità di confrontarsi con chi la pensa diversamente, di riconoscere la complessità, di accettare che la verità non sia mai completamente da una parte sola. I social media fanno esattamente il contrario: costruiscono bolle, amplificano le certezze, puniscono la sfumatura, premiano l’indignazione. In questo ecosistema, il dialogo democratico, quello di cui parlava Saragat, fatto di rispetto reciproco e ascolto autentico, diventa quasi impossibile.
Non è un caso che l’odio online sia cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. Che i politici ricevano minacce di morte sui social con una frequenza che sarebbe sembrata fantascientifica vent’anni fa. Che il dibattito pubblico sia sempre più dominato da chi urla più forte, non da chi argomenta meglio. Saragat parlava di democrazia come problema di rapporti fra uomo e uomo. I social media hanno trasformato quei rapporti in un campo di battaglia permanente.
Il terzo filo, forse il più sottile e il più importante, riguarda la fiducia. La democrazia funziona solo se i cittadini credono che le istituzioni siano al loro servizio, che le regole valgano per tutti, che la partecipazione produca effetti reali. Quando quella fiducia si erode (per corruzione, per inefficienza, per distanza percepita tra governanti e governati) la risposta razionale è il ritiro. L’astensionismo non è sempre apatia: spesso è una forma di protesta silenziosa di persone che hanno smesso di credere che la propria voce conti.
I giovani e la democrazia: un rapporto da reinventare
Eppure (ed è qui che la storia si complica, e si fa più interessante) sarebbe sbagliato concludere che le nuove generazioni siano semplicemente disinteressate alla politica. I dati sull’astensionismo raccontano solo una parte della storia.
Quella stessa generazione che non va a votare riempie le piazze per il clima. Organizza campagne sui social per i diritti civili. Boicotta marchi che non rispettano i lavoratori. Partecipa a movimenti globali come Fridays for Future, a iniziative locali di rigenerazione urbana, a forme di attivismo digitale che non hanno precedenti nella storia.
Non è indifferenza alla cosa pubblica: è diffidenza verso le forme tradizionali della cosa pubblica. È la sensazione, spesso fondata, che il voto sia necessario ma non sufficiente, che le istituzioni siano lente e distanti, che il cambiamento reale passi attraverso canali diversi da quelli che i padri e i nonni hanno conosciuto.
Il problema è che questa intuizione, per quanto comprensibile, contiene un errore strategico pericoloso. Perché la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi limiti e le sue lentezze, rimane l’unico sistema che garantisce la reversibilità delle decisioni collettive. L’unico in cui chi governa può essere rimosso senza violenza. L’unico in cui la minoranza di oggi può diventare la maggioranza di domani.
Chi si astiene non neutralizza il sistema: lo lascia nelle mani di chi vota. E chi vota, quando l’affluenza crolla, diventa statisticamente più anziano, più conservatore, più ostile al cambiamento. L’astensionismo giovanile non è una ribellione al sistema: è, paradossalmente, uno dei suoi più potenti meccanismi di conservazione.
La Costituzione come testo vivo
C’è un altro aspetto di questo ottantesimo anniversario che merita attenzione, e che la traccia della Maturità 2026 tocca implicitamente: il rapporto delle nuove generazioni con la Costituzione italiana.
La nostra Carta fondamentale è un documento straordinario. Non solo per la sua architettura giuridica, ma per la sua densità umana. Fu scritta da uomini e donne che avevano attraversato il fascismo, la guerra, la Resistenza. Che sapevano cosa significa perdere la libertà perché l’avevano perso. Che conoscevano il valore di ogni singola parola perché avevano visto cosa succede quando le parole vengono svuotate di significato.
Eppure oggi la Costituzione è spesso percepita come un testo lontano, scolastico, astratto. Qualcosa da studiare per un’interrogazione, non da abitare come cittadini. Il paradosso è che mai come oggi i suoi principi fondamentali (la dignità della persona, l’uguaglianza sostanziale, il diritto al lavoro, la tutela della salute, la libertà di espressione) sono messi alla prova da sfide concrete e urgenti: la precarietà lavorativa, le disuguaglianze crescenti, la crisi climatica, le migrazioni, l’intelligenza artificiale.
La Costituzione non è un museo: è una bussola. Ma una bussola funziona solo se chi la tiene in mano sa leggerla. E imparare a leggerla è un compito che non può essere delegato solo alla scuola, né tanto meno agli algoritmi.
Democrazia come costume: la sfida più difficile
Saragat, nel suo discorso del 1946, usava una parola che oggi suona quasi desueta: costume. La democrazia come costume. Come abitudine quotidiana. Come modo di essere, non solo di votare.
Quella parola contiene una sfida enorme, e forse la più difficile di tutte: perché i costumi non si decretano. Non si insegnano con una circolare ministeriale. Non si installano con un aggiornamento software. Si formano lentamente, attraverso l’esempio, l’esperienza, la trasmissione intergenerazionale.
Un paese è democratico non solo quando tiene elezioni libere, ma quando un insegnante ascolta davvero le domande dei suoi studenti. Quando un datore di lavoro rispetta la dignità dei suoi dipendenti. Quando un cittadino cede il passo a un anziano, aiuta un vicino in difficoltà, si ferma a raccogliere i rifiuti che qualcun altro ha abbandonato. Quando, in una discussione accesa, riesce a dire: forse hai ragione tu.
Sono gesti piccoli, quasi invisibili. Ma sono il tessuto connettivo della democrazia. Sono i rapporti fra uomo e uomo di cui parlava Saragat.
E la domanda che questo ottantesimo anniversario ci pone, con tutta la sua forza e la sua malinconia, è se quel tessuto sia ancora abbastanza robusto. Se stiamo trasmettendo alle nuove generazioni non solo i diritti, ma la cultura dei diritti. Non solo le istituzioni, ma il senso profondo per cui quelle istituzioni esistono.
La Repubblica non è un dato acquisito
C’è una tentazione, negli anniversari, di scivolare nella celebrazione. Di guardare al passato con orgoglio e al presente con compiacenza. Di dire: abbiamo costruito qualcosa di straordinario, e dura da ottant’anni.
È una tentazione a cui bisogna resistere. Non per ingratitudine verso chi ha costruito quella straordinarietà, ma per rispetto verso di loro. Perché i Costituenti (Saragat, Togliatti, De Gasperi, Terracini, Nilde Iotti, Tina Anselmi e tutti gli altri) non stavano costruendo un monumento. Stavano costruendo uno strumento. Uno strumento che funziona solo se qualcuno lo usa, lo cura, lo aggiorna, lo difende.
La Repubblica italiana compie ottant’anni. Non è vecchia: è adulta. E come ogni adulto, ha bisogno non di essere celebrata, ma di essere interrogata. Di essere messa alla prova dalle domande difficili. Di essere costretta a dimostrare, ogni giorno, di meritare la fiducia di chi la abita.
Quella fiducia non è automatica. Non è ereditaria. Non si trasmette per osmosi. Si costruisce, si perde, si riconquista. Si costruisce ogni volta che un cittadino si informa prima di parlare. Ogni volta che un politico dice una verità scomoda invece di una menzogna rassicurante. Ogni volta che una scuola insegna a pensare, non solo a rispondere. Ogni volta che qualcuno, giovane o anziano, del Nord o del Sud, di destra o di sinistra, decide che la cosa pubblica lo riguarda. Che è sua.
Ottant’anni fa, una donna che non aveva mai votato in vita sua si alzò all’alba, si mise il vestito della festa e andò al seggio. Non sapeva esattamente cosa stesse scegliendo. Ma sapeva che stava scegliendo. Che per la prima volta nella sua vita, la sua voce contava quanto quella di chiunque altro.
Quel gesto, semplice, enorme, irripetibile, è la fondazione di tutto ciò che siamo.
Non sprechiamola.
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