Pistola, Settebello. In Maremma, bastano tre dita mozzate alla radice da un incidente sul lavoro, per meritarti un paio di nomignoli alternativi che ti marchiano per tutto il resto della vita e ti condannano a un subdolo, sotterraneo dileggio ogni volta che metti piede nel baretto delle Due Porte, o ti azzardi lungo la quasi sempre obbligata via principale di un paesucolo piccino picciò come Le Case.
E René, il ciabattino di quel paese arroccato sul culo foruncoloso della Maremma grossetana, non fa eccezione. Riservato, chiuso quasi a riccio in se stesso, parco di abitudini, fuori del lavoro si concede al massimo un cinquino di rosso al bar delle Due Porte, scambiando a fatica due parole di convenienza e offrendosi vittima sacrificale ai motteggi sussurrati a labbra serrate dai compaesani.
Ha un unico legame, il nostro René (a cui ci affezioniamo sin dalle prime pagine, perché già dalle prime pagine cogliamo le badilate di sfiga che lo accompagnano dalla nascita e che gli toccherà ancora sopportare ad libitum). Ed è un tenue ma tenace legame affettivo con la sua vicina di casa; un legame che viene da lontano, da un lontano molto doloroso e che, vista l’età avanzata del protagonista, ha ormai messo radici nel rimpianto più che nella speranza. Possiamo tifare quanto vogliamo per il coronamento dell’amore con una bella e risolutiva stoccata di Cupido, ma sappiamo– anche questo già dalle prime pagine – che Anna non sarà mai di René. Non fino in fondo e nel senso cui siamo soliti dare all’espressione, per intenderci.
Ho, sopra, chiamato René protagonista de Villa del Seminario di Sacha Naspini, pubblicato da e/o nel 2023. Non è corretto, anzi: scordatevi la parola. L’intelligenza letteraria di Naspini (prolifico e bravo romanziere di casa nostra, che pertanto non necessita di presentazione) attribuisce al nostro quasi invisibile ciabattino non il ruolo di protagonista, bensì di spettatore, di testimone. René è l’occhio, l’obiettivo della cinepresa con cui Naspini ha girato le duecento spesse pagine del romanzo.
Muto e ingombrante protagonista è, piuttosto, proprio quell’imponente edificio a tre piani che dà il titolo al romanzo, nascosto da un bosco (e prudenzialmente anche da un alto muro) ai confini della frazione di Roccatederighi (Le Case, che abbiamo imparato a conoscere nel primo romanzo di Naspini, il corale affresco paesano di Le Case del malcontento), costruito per essere residenza estiva del seminario vescovile e che, con un regolare contratto scritto e dietro pagamento di un canone di locazione, dal vescovo Galeazzi viene sciaguratamente concesso in uso al regime nazifascista per essere adibito a campo di concentramento di transito di prigionieri politici ed ebrei destinati ai campi di sterminio nazisti.
Ci prova, il nostro René, a diventare protagonista della nefanda, vergognosa e per fortuna breve vicenda di quel campo di concentramento nostrano, legalizzato dall’allora capo della Diocesi di Grosseto con la sottoscrizione di un regolare e oneroso contratto di locazione.
Ci prova quando la lotta partigiana si porta via (nei boschi? in quale altro nascondiglio?) la sua Anna, della quale non saprà più nulla se non che ha acquisito il nome partigiano di battaglia Ombra. Ci prova, innanzitutto, coprendo a modo suo la sparizione di Anna dal paese, fingendo cioè di farle visita, di portarle a casa viveri e roba da lavare, e riferendo, a chiunque gli ponga domande indagatrici o da ficcanaso, che, sì, Anna sta bene ma non se la sente di uscire di casa.
E, quando viene contattato dai compagni di lotta di Ombra (i quali, proprio su indicazione di Anna, concedono anche a lui l’onore di un nome di battaglia: Maciste), si inventa un modo tutto suo per portare avanti la lotta partigiana: boicottare gli scarponi dei soldati che dalla Villa del Seminario gli portano a riparare o addirittura a rigenerare, effettuando riparazioni farlocche, con chiodi nascosti che dopo una o al massimo due settimane di marce faranno sentire il loro morso sui calcagni e le piante dei piedi degli aguzzini nazifascisti.
Qui mi fermo. Come sempre, non mi interessa indicare o sintetizzare una trama. La trama la scoprirete voi leggendo il libro. Mi interessa, invece, segnalare che, formalmente, il romanzo è stato diviso da Naspini in cinque parti, per cinque corrispondenti sottotitoli che ne individuano ciascuno l’elemento o la traccia preponderanti.
Io, invece, di parti ne ho ricavate sostanzialmente tre: quella dedicata al paese di Le Case contaminato dall’arrivo dei nuovi ospiti della Villa (parte in cui ritroviamo le atmosfere di corale pettegolezzo del primo romanzo di Naspini); quella dove l’occhio di Naspini e di René si spostano all’interno della Villa per raccontarci della sua esplosione nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati; quella (titolata Nel fitto) nella quale Naspini ci porta nell’intrico della macchia per farci vivere scampoli mozzafiato e dolorosissimi di guerriglia partigiana.
Ed è proprio Nel fitto che, a mio modestissimo avviso (o meglio: dando retta alla mia pancia, cioè alle emozioni provate), Naspini offre il meglio di sé come scrittore ribelle a ogni stereotipo e genere letterari. È proprio Nel fitto che il nostro Naspini merita di essere accostato al Beppe Fenoglio del Partigiano Johnny. Quello che Fenoglio ha sicuramente in più è l’invenzione di una vera e propria lingua, che diventa marchio di fabbrica fenogliano; mentre quella di Naspini è gergale, è un buttar là, quasi un vergognarsi dello scrivere pulito. Efficacissima, quella di Naspini, ma condivisa con non pochi altri irriverenti scrittori postmoderni.
Mi piace, in chiusura, segnalare due preziosità del romanzo.
La prima è la grazia, l’intelligenza letteraria con cui Naspini svela chi è quel Boscaglia che viene nominato già nelle prime pagine e rimarrà dietro le quinte per quasi tutto il romanzo.
La seconda: la quinta e ultima parte del romanzo si intitola Vent’anni dopo. Non può non venire alla mente che Vent’anni dopo è il titolo del secondo romanzo del ciclo di Dumas padre sui moschettieri di Francia. Ma il Vent’anni dopo di Naspini nulla ha da spartire con l’omonimo dumasiano. In particolare, la tempistica, il rispetto dell’azione del tempo. Dumas, in omaggio alle leggi di un romanticismo che pone la tensione verso l’infinito e l’assoluto come uno dei principali valori da coltivare, ci fa ritrovare i nostri tre campioni di scherma e di lealtà freschi e pimpanti, senza il benché minimo acciacco della vecchiaia, come se i vent’anni del titolo non fossero mai trascorsi.
Ben diversamente pesano su Le Case i vent’anni trascorsi dai vergognosi fatti della Villa del Seminario. Naspini ci fa riconoscere un paese profondamente e indelebilmente segnato dalla ignobile vicenda, ossessionato dal bisogno di cancellare dalla memoria e dalla storia fatti e protagonisti. Così che nelle strade, nelle case, nel bar delle Due Porte, il silenzio è omertà, è un affronto alla verità. Così che Naspini ci costringe a ricordare che la Diocesi di Grosseto, non solo aveva scientemente concesso in affitto la Villa ai nazifascisti per scopi concentrazionari e dietro un corrispettivo sporco di sangue (i trenta denari di Giuda, ma alla luce del sole), ma che, dopo la caduta del regime fascista e l’avvento dello Stato democratico repubblicano, ha senza batter ciglio bussato alle casse dello Stato per riscuotere l’affitto non pagato dalla Repubblica di Salò.
Ecco. Forse Naspini mi ha spiegato perché della Villa del Seminario oggi si continua a parlare poco o niente nei paesi di Roccatederighi e di Sassofortino. E soprattutto perché la Villa, posta esattamente al confine tra le due frazioni, non sia rivendicata dal campanile di nessuna delle due comunità come appartenente al proprio patrimonio storico culturale. Chi mai vorrebbe rivendicare un monumento all’ignominia?
Grazie, Sacha!
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