Recensione: Dalla pagina al palcoscenico: riflessioni di un lettore a margine de La Riffa di Chiara Lico

Recensione: Dalla pagina al palcoscenico: riflessioni di un lettore a margine de La Riffa di Chiara LicoUna coppia, giunta ormai ai titoli di coda del rapporto, si dà appuntamento nella ex casa coniugale per dividersi i beni materiali e liberare l’immobile. «Che si tenga tutto lui», dice Maresca, la moglie. «Per me può tenere tutto lei», controbatte Alvaro, il marito. Entrambi confidano nella mediazione di due amici, Susita e Samuello. Ma nulla va come previsto, e moglie e marito si ritrovano a combattere una vera e propria guerra privata. Quella che doveva essere una pacifica e disinteressata spartizione si trasforma in un duello all’ultima accusa, dove l’unica soluzione possibile, per attribuire i beni contesi, diventa una riffa. Travolti dalla rabbia vicendevole, i due non si accorgono che, nel frattempo, proprio le persone che ritenevano a loro più vicine stanno approfittando della loro disgregazione.

Volto noto del Tg3, giornalista e scrittrice a tutto tondo – già autrice di inchieste, racconti e romanzi –, Chiara Lico si cimenta qui, per la prima volta, nella scrittura di un libretto teatrale: La Riffa, Rogas edizioni, 2026. Un esperimento che mi ha molto incuriosito. L’autrice, con sarcasmo e vena dissacrante, alza il velo sul filo (a volte neppure troppo nascosto) che intesse i rapporti umani convenzionali: l’interesse. Ma al di là di ogni considerazione sul libretto – che scorre piacevolmente e può essere gustato in appena un’ora di lettura (e che pertanto non va svelato oltre!) –, mi è piaciuto cogliere questa occasione per riflettere sulla distanza, e sulla vicinanza, tra la scrittura di un romanzo e quella di un lavoro teatrale.

Spesso li pensiamo come due mondi separati: il romanzo, dopotutto, si legge in solitudine, mentre il teatro si guarda in comunità. Eppure, le storie si intrecciano continuamente, rubandosi segreti a vicenda. Nel suo saggio Poetica, Aristotele identificava già questa distinzione cruciale, che rimane il cardine del loro rapporto.

Il Romanzo (ovvero la Narrazione) vive di mediazione. C’è quasi sempre una voce – il narratore – che prende per mano il lettore e gli dice cosa succede, cosa pensano i personaggi e come appare il mondo. Il tempo del romanzo è flessibile: può rallentare per perdersi in una descrizione psicologica o fare un salto di vent’anni in una singola riga.

Il Teatro (ovvero la Rappresentazione) vive invece di immediatezza. Non c’è mediazione: l’azione accade qui e ora, davanti agli occhi dello spettatore. Tutto ciò che sappiamo dei personaggi deriva da ciò che dicono (il dialogo) e da ciò che fanno (l’azione). Il tempo del teatro è, per sua natura, il presente. Nel romanzo, il lettore ascolta una storia passata; a teatro, lo spettatore assiste a una storia che si compie in quel preciso istante.

È tuttavia possibile apprezzare i testi teatrali in chiave squisitamente letteraria (come ha scritto eloquentemente Carlo Goldoni), così come nulla vieta di immaginare la teatralizzazione di un libro o di un racconto. E poi c’è il cinema…

Qualsiasi lettura è legittima, purché restituisca un senso profondo a chi legge.

Autore

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*