Recensione: Beati coloro che vedranno. L’utopia scissa di Disclosure Day

Recensione: Beati coloro che vedranno. L’utopia scissa di Disclosure DayDue ore e mezzo volano via senza un attimo di stanca o cadute di ritmo. La tensione è costante e gli interpreti – una straordinaria Emily Blunt, qui nella sua prova migliore dopo La ragazza del treno e Oppenheimer – dimostrano di essersi divertiti un mondo e persino commossi, scoprendo sul set una parte di sé e spunti di riflessione tanto insospettabili quanto perturbanti.

Quando le luci in sala si riaccendono, l’ultimo lavoro di Steven Spielberg, Disclosure Day, lascia un’impressione scissa, quasi paradossale: quella di trovarsi di fronte a uno dei suoi capolavori e, al tempo stesso, al punto più basso di oltre cinquant’anni di carriera. E non è un’esagerazione. Tutto dipende dalle premesse di lettura che si sceglie di adottare.

Cominciamo da quelle che conducono al giudizio più sconsolato. È evidente l’ambizioso intento del regista: riproporre al pubblico di fine anni Venti – fragile, smaliziato e spesso feroce – la vicenda e le suggestioni, sonore prima ancora che visive, che resero Incontri ravvicinati del terzo tipo un’opera a suo modo immensa. Un film affatto rassicurante, a dispetto delle apparenze raggianti, eppure ancora oggi capace di toccare corde profonde; almeno in chi accetta, all’ingresso dei cinema, di lasciare fuori l’adulto per far accomodare in poltrona il bambino segreto e ostinato che custodisce dentro di sé.

La pellicola del 1977 arrivò in Italia nel marzo del 1978. Guardare all’arco di tempo che ci separa da allora significa ripercorrere una vera e propria transizione antropologica. Oltre all’11 settembre 2001, che ha ridefinito i concetti di sicurezza e vulnerabilità globale sdoganando la sorveglianza di massa, una serie di traumi collettivi ha ridisegnato per sempre il nostro modo di vivere e le nostre aspettative sul futuro: la profonda diffidenza verso il nucleare dopo il disastro di Chernobyl; il crollo del Muro di Berlino e l’implosione del blocco sovietico (che generò l’illusione ideologica della fine della storia teorizzata da Fukuyama); il fallimento di Lehman Brothers, che ridusse in polvere il mito della crescita infinita e la fiducia nei mercati; infine, la pandemia di Covid-19, che ha sbattuto in primo piano la fragilità della civiltà globalizzata di fronte alla Natura, lasciando un’eredità pesante in termini di ansia sociale e salute mentale. Di pari passo, e quasi in reazione a queste ferite, negli ultimi anni è emersa una spinta generale verso la sostenibilità e la consapevolezza della nostra interdipendenza. L’idea, in breve, che nessuno si salvi da solo, che si parli di virus, di clima o di pace.

Considerato questo precario panorama culturale e politico, cosa accadrebbe se creature di altri mondi annunciassero il proprio avvento a un gruppo di eletti particolarmente sensibili? E se lo facessero sotto forma di voci (non diverse da quelle udite da Giovanna d’Arco a Domrémy), presentimenti, improvvise facoltà plurilingue o provvidenziali apparizioni domestiche di Cardinali Rossi? Nelle cosmologie dei nativi americani, come i Cherokee e i Choctaw, la visita di questi volatili era un segno celeste di rinascita, l’alba di una nuova stagione dell’essere.

Oggi uno scenario simile rischia di apparire bambinesco e poco credibile, eppure è esattamente ciò che accade in Disclosure Day. La trama sembra procedere guidata dal Vangelo secondo Matteo (10, 26), nel passo in cui Gesù rassicura i discepoli promettendo che l’ordine finale delle cose porterà alla luce della Verità ogni mistero insoluto, trionfando sulle menzogne del presente: Non vi sono dunque segreti che non debbano essere svelati, né cose nascoste che non debbano essere conosciute.

Di parere opposto è la Wardex Corporation (astuto ibrido tra l’USIA della Guerra Fredda e la moderna NSA): un ente al di sopra della Legge, capillarmente equipaggiato – anche se i suoi scagnozzi, non brillantissimi nelle perquisizioni e rastrellamenti, strappano più di un risolino – e dai connotati quasi satanici. Non a caso il suo direttore, un misurato Colin Firth, ha la parlantina ammaliatrice del Serpente della Genesi ed è capace, come il Maligno, di possedere menti e corpi senza lasciare memoria nei malcapitati. Se la Wardex non avesse occultato per decenni i rari ma costanti passaggi alieni sulla Terra, i giusti non avrebbero motivo di agire. Ignari del proprio destino fino alla comparsa dei primi segni, questi eletti si mettono in marcia. Fuggono, deludono o abbandonano i propri cari (I nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua, recita ancora l’evangelista Matteo), ma resistono. E se anche contro di loro si schierasse un esercito di autoblindo e SUV color pece, il loro cuore non temerà: sono pronti a trafiggersi il palmo della mano pur di annullare i comandi di un burattinaio oscuro, protetti da uno scudo della fede che, al momento opportuno, li renderà invisibili agli occhi dei loro persecutori.

Se simili riferimenti biblici possono far storcere il naso, non si tratta di un eccesso interpretativo di chi scrive. La sceneggiatura firmata da David Koepp insieme a Spielberg, attraverso un accurato gioco di specchi e rime interne, punta esattamente in quella direzione, riaprendo le perplessità che già Incontri ravvicinati… sollevò all’epoca. Tra i critici che allora svelarono la religiosità profondamente statunitense della pellicola – quella che rigetta l’Autorità precostituita per dare voce all’ispirazione individuale, capace di risvegliare le masse e farle vedere dopo secoli di buio – vi furono studiosi come l’iconologo Antonio Cioffi (si veda il saggio La cinepresa di Arianna). Analisi, le loro, confortate da tesi severe: quella di Jean Robin (Les objets volants non identifiés ou la Grande Parodie), che liquidava le visite aliene come un surrogato tecnologico delle antiche manifestazioni divine, in beffarda contrapposizione alle fedi tradizionali; o quella di Jacques Vallée (Il Collegio invisibile), secondo cui le entità ufologiche condurrebbero una guerra psicologica contro l’umanità per generare confusione dietro la facciata rassicurante del contatto fraterno.

Tuttavia, quelle teorie si infrangevano contro la genuina ispirazione di Incontri ravvicinati…, dove i protagonisti – dall’elettricista Roy al glottologo Lacombe, fino allo stupefatto suonatore di organo digitale – erano in fondo bambini che giocavano, sospendendo le leggi della realtà in favore della pura immaginazione. Lì, il motivetto musicale alieno era il pretesto per ricordare che la massima vetta della sapienza coincide con la riscoperta della meraviglia incontaminata dell’infanzia.

In Disclosure Day il discorso cambia, e rivalutare oggi le tesi di Robin o Vallée non è affatto un esercizio ottuso. Dalla prima all’ultima sequenza il film ci urla che non è più tempo di dubbi (specie con uno spettro bellico globale alle porte) e che adesso è necessario credere. Chi avrebbe dovuto custodire le risposte sul Dolore e sul Riscatto – la politica, le religioni storiche, i saperi terreni – ha fallito. Dobbiamo quindi cercare altrove i nostri mediatori con la Verità. Parole come fede e religione affiorano così dalle labbra dei personaggi – come l’ex novizia interpretata da Eve Hewson – quasi fossero sinonimi. Ma non lo sono. Non c’è tempo, la conversione deve essere immediata. Tutto questo viene messo in scena con una pesantezza retorica e un’enfasi propagandistica che raramente si erano viste sul grande schermo, lasciando non pochi dubbi sullo stato di salute della cultura americana e sul nostro rapporto contemporaneo con la spiritualità.

A meno che gli intenti non siano altri. Se cambiamo premessa, Disclosure Day rivela una veste del tutto diversa: è l’altra faccia di The Fabelmans. Entrambe le pellicole sono dichiarazioni d’amore viscerali di Spielberg verso il Cinema e il suo potere persuasivo. I volti di miliardi di cittadini incollati agli schermi dei cellulari, affamati di Verità, possono meravigliarci e commuoverci (anziché spaventarci) solo se li interpretiamo come gli spettatori del futuro, ipnotizzati da un immenso schermo da proiezione a cielo aperto, privo di bandiere o confini. La fede a cui Spielberg ci invita ad abbandonarci è quella nel linguaggio cinematografico: forse solo attraverso l’Arte è possibile sfiorare l’essenza ultima delle cose. Mettete la vostra mano e i vostri occhi davanti al fascio di luce del proiettore. Beati coloro che crederanno proprio perché hanno visto. Magari il padre di un piangente Pinocchio cibernetico, di un’autobotte assassina, di un gigante gentile e di un indomito destriero baio sta esagerando un po’. Ma la sua fede, dopotutto, è anche la nostra.

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