Recensione: Jamieson Webster, Sul Respirare. Un saggio che confessa, analizza, divaga. E convince lo stesso

Recensione: Jamieson Webster, Sul Respirare. Un saggio che confessa, analizza, divaga. E convince lo stessoFai vibrare il tuo corpo per guarirlo

È probabile che altri recensori converrebbero sul fatto che ci sia molto da dire riguardo al saggio della psicoterapeuta Jamieson Webster Sul Respirare (Ed. Il Saggiatore, 288 pagg., 24 €); il sottoscritto pensa, invece, che gli argomenti siano pochi, forse anche troppo pochi, e che quindi occorra procedere con estrema calma e lentezza.

Dunque, ormai è un fatto che Il Saggiatore dia ospitalità a opere di saggistica (sui più disparati argomenti) che danno l’impressione di raccogliere scritti miscellanei sbrigativamente equalizzati a volume unico. Il libro della Webster non parrebbe costituire un’eccezione: si parte con un’analisi attenta, approfondita e interessante sul respiro inteso come primo atto indipendente dalla madre, si prosegue con una scrupolosa analisi delle casistiche – come l’asma, per esempio – in cui il respiro si blocca per ragioni psicologiche (Se respiro disturbo, per cui mi trattengo, anche il sottoscritto, che da ragazzo era asmatico, ha capito un sacco di cose); e però si prosegue con capitoli che col respirare hanno – a mio modesto parere – poca attinenza, e dove si prediligono analisi di grandi psicologi, filosofi, maitres à penser (come Wilhelm Reich, Winnicot, Lacan, Freud), o grandi autori come Ingeborg Bachmann e Samuel Beckett.

Questo – va detto – inficia non poco la capacità del lettore di seguire con interesse il dipanarsi della struttura del saggio.

In molte opere edite da Il Saggiatore, insomma, mi pare si parta con un titolo e si prosegua (e si termini) con un altro. Non capisco come mai, sinceramente. Anzi, visto che l’abbiamo citato mi ricordo alcune edizioni francesi delle opere di Beckett: 13 pagine effettive di libro, non di più; ma pregne di significato – e soprattutto coerenti con il titolo.

A ogni modo: Webster divide la sua fatica in quattro macroaree: Il primo respiro (interessante, interessantissimo, dicevo), Angoscia, Asfissia e Ultime parole.

Un plauso va fatto alla proprietà di linguaggio dell’autrice unito alla capacità di porgere al lettore argomenti molto ostici con una semplicità quasi infantile.

In più, l’autrice ricorre spesso all’aneddotica personale: una lama a doppio taglio, una modalità che si ripete nelle proposte saggistiche de Il Saggiatore, e che però va saputa dosare con accortezza – per intenderci: se vado fuori tema e per di più comincio a raccontarti di come mi trattava il mio insegnante di yoga perdo il filo e lo faccio perdere anche a chi mi sta ascoltando.

Nonostante questo, la lettura scorre rapida, piacevole, e si arriva all’ultimo capitolo come alla fine di una bella presentazione: cerchiamo con gli occhi l’autrice, le facciamo un paio di domande e ci avviamo al buffet. Il libro lo compriamo, però prima ci beviamo una cosa.

Di solito non lo faccio mai, ma appena terminato il volume, mi è venuta voglia di vedere che viso avesse questa donna; e, sorprendentemente, mi sono ritrovato a stupirmi del fatto che l’avevo immaginata proprio così.

Ciò che rende la proposta di Webster originale, secondo me, è che il libro non sembri tanto un saggio, quanto una vera e propria confessione/chiacchierata. Ciò lo rende molto potabile e, se fosse stato dato un taglio alla sovrabbondanza di citazioni, il flusso di pensiero sarebbe risultato ancora più scorrevole: il racconto dell’autrice è onesto, diretto, è solo che si salta troppo di palo in frasca, un po’ come se qualcuno ci avesse obbligato a scrivere un libro di 288 pagine.

Decidere di scrivere sul respirare equivale un po’ a decidere di scrivere sul mare, va detto. L’argomento è vastissimo. Purtuttavia non si deve nemmeno aver paura di scendere in ambiti specifici. L’ansia da podcast, quella tendenza cioè che spinge i professionisti di qualsiasi ambito a credersi tutti Claudio Cecchetto non appena si trovano un microfono davanti alla bocca e un paio di cuffie in testa, è comprensibile ma sempre più difficilmente scusabile, da parte del sottoscritto.

Una parte molto interessante del volume, pur esulando dall’argomento principale, è quella rivolta alla pandemia di Covid e alle modalità che vennero adottate negli Stati Uniti per curare coloro che si trovavano in terapia intensiva. La Webster sostiene che i pazienti venivano sedati nientepopodimeno col Fentanil, la nuova droga che crea dipendenza e che negli USA ha causato quasi 200 morti al giorno (sempre secondo l’autrice).

Fa impressione pensare che un’epidemia che ha di fatto cambiato il nostro intero sistema di vita, sia stata – in qualche modo – legata a doppio filo col respiro, e sia stata curata con una sostanza che, a oggi, viene considerata la nuova tossina portatrice di morte tra i nostri giovani. La Webster azzarda delle opinioni personali, che tuttavia restano sullo sfondo. Io sono sostanzialmente d’accordo con lei, per quanto questo possa importare.

Comunque: Sul respirare lo consiglio vivamente. Per mio conto preferisco saggi dove la personalità dell’autore o dell’autrice venga fuori con maggiore veemenza: molte volte, durante la lettura, ho riflettuto sul fatto che il linguaggio abbia trovato la maniera di annacquarsi, edulcorarsi, e nel contempo noi ci sentivamo sempre più confusi. Finito di leggere il libro della Webster ho aperto Orientamenti di Evola e Ascolta, piccolo uomo di Reich. Dicono esattamente le stesse cose utilizzando termini diversi. Spero vivamente che da questi punti si riesca a risalire, altrimenti verrà il momento in cui sarà obbligatorio fare esempi concreti e personali, Dio non voglia che arrivi mai quel giorno.

Autore

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*