Recensione: “Desiderio postcapitalista” – L’eredità di Fisher

Recensione: "Desiderio postcapitalista" - L'eredità di FisherDesiderio postcapitalista
Le ultime lezioni
di
Mark Fisher
Traduzione di Vincenzo Perna
Edizioni Minimum Fax

Desiderio postcapitalista è il lascito, la testimonianza, l’ultimo regalo di Mark Fisher, noto anche con come k-punk, e che è stato un filosofo, sociologo, critico musicale, blogger, saggista e accademico britannico, morto suicida nel 2017. Nel libro sono, infatti, raccolte le sue ultime cinque lezioni.

Nella sua lunga prefazione, Matt Colquhoum cerca di spiegare il “cosa”, il “perché” e il “come” dell’opera di Fisher e del presente libro che raccoglie cinque delle dieci lezioni originariamente previste, prima della perdita prematura dello stesso Fisher.

Le lezioni sono state lasciate come erano: in dialogo.

Assistiamo tutte e tutti alle dinamicità e vivacità di quelle lezioni che prendono vita tra le pagine che sfogliamo.

Andiamo indietro nel tempo, in quella prima lezione del 7 novembre 2016, in cui Fisher cerca di chiarire cosa sia il post-capitalismo e mostra anche lo spot lanciato dalla Apple in occasione del Super Bowl 1984 e assistiamo in diretta a ogni commento di ogni studente in relazione con Fisher.

Siamo lì con loro, siamo noi loro.

Quelle interazioni, quell’interesse, quelle domande ci appartengono, fanno parte del nostro stesso sentire.

Per questo corriamo fino alla seconda lezione di quel 14 novembre 2016 inaugurata da uno studente con il concetto di dialettica in Marcuse e sull’utilizzo, da parte di Freud, di quell’orda primigenia descritta per la prima volta da Darwin.

Sappiamo che non possiamo aspettarci niente di meno da una lezione che si intitola “Una rivoluzione sociale e psichica di dimensioni quasi inimmaginabili”. La Bohème controculturale come prefigurazione.

Ne siamo membri attivi e ne siamo convinti e felici.

Ed è così che voliamo alla terza lezione del 21 novembre 2016 e che ci porta per mano dalla coscienza di classe alla coscienza di gruppo.

Anche qui si parte con uno studente e si cerca di dipanare il non semplice pensiero di Lukács.

Si arrivare a comprendere la concezione di noi stessi come pratica, non una cosa; è una pratica che richiede un lungo e duro lavoro; per questo motivo sviluppare una coscienza non significa necessariamente sapere qualcosa.

Tra arte maieutica e risate, Fisher e i suoi studenti, e noi tra loro, sono/siamo già a quella quarta e penultima lezione del 28 novembre 2016, Union Power e Soul Power.

Comprendiamo subito che l’espressione, da cui il titolo della lezione, negli States indica una strategia delle organizzazioni dei lavoratori che unisce lotta sindacale (union power) e coinvolgimento della comunità (soul power); ed è così che ci rendiamo conto che ci stiamo addentrando sempre più nel pensiero di Fisher e possiamo persino provare a ipotizzare dove potremmo arrivare in questo percorso assieme a lui.

Ed ecco che arriva quella quinta lezione con cliffhanger, quella del 5 dicembre 2016, l’ultima prima della dipartita di Fisher e che ci inizia al marxismo libidinale.

Ed è qui, che ben si sposano le parole di Matt Colquhoum sull’eredità di Fisher:

Ma è chiaro che le questioni sollevate da Fisher su Lyotard e sugli Sleaford Mods restano pertinenti al suo progetto quanto quelle ispirate dalla sua eredità. Chi stabilirà un contatto con la rabbia e la frustrazione analizzata da Mark? Chi invece con la gioia e l’energia da lui espresse? La risposta a tali domande non sta in un individuo, ma in un soggetto collettivo. Non nella persona di Fisher, ma in una collettività ancora a venire.”

Saremo noi quella collettività? Non lo so ancora ma me lo auguro per l’avvenire.

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