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Recensione: “Nel girone dei bestemmiatori”, vecchi attrezzi e modi di dire popolari

Recensione: “Nel girone dei bestemmiatori”, vecchi attrezzi e modi di dire popolari.Nel girone dei bestemmiatori, di Alberto Prunetti, edito da Laterza, è un vero e proprio viaggio.

Questa commedia operaia, così come si legge nel titolo, immerge in modo totale il lettore nel contesto della vita in Toscana, che poco ha del noto e stereotipato percorso enogastronomico.

I dialoghi e la prosa in dialetto livornese, i racconti della vita quotidiana di una famiglia di operai, gli accenni alla storia relativa alla zona in cui è ambientato il romanzo, raccontano la verità su chi ha vissuto in prossimità delle acciaierie, di chi ha conosciuto davvero quei luoghi senza presumere di averlo fatto con un giro in barca a vela o un tour da pacchetto turistico.

Il romanzo di Prunetti è sincero e maleducato nel raccontare il vissuto di queste persone e il proprio, al punto da sfiorare a tratti l’invidia sociale, ma allo stesso tempo produrre vergogna nel lettore per tutte le volte in cui si è adagiato a regole borghesi o una visione borghese e spesso semplificata di luoghi e vissuti di persone di una differente provenienza sociale.

Nel corso della lettura il lettore è portato a sposare e rivendicare i diritti degli operai perché impara a conoscerli e ad immergersi nelle loro vite, i loro luoghi e i loro drammi.

L’autore, con l’espediente commovente del racconto alla figlia, guida il lettore come un comico Caronte, nei racconti di vita dei suoi familiari e nel loro inferno, fino ad arrivare a fargli sporcare le mani, esattamente come coloro di cui narra.

L’astuzia involontaria di questo processo sta proprio in questo viaggio nell’Inferno dantesco e nell’ incontro con il mitico operaio Renato.

È qui, tra l’epico, il comico e il grottesco, che le ragioni degli operai diventano ancora più comprensibili.

Non si può rimanere indifferenti in questo inferno immaginario, dove tra il serio e il faceto emerge una verità che fa da specchio ad una realtà agghiacciante.

Del resto solo attraverso l’ironia, si può toccare l’orrore e lo si può trasmettere in tutta la sua ineluttabilità e crudezza.

Se è vero che si giudica sommariamente solo ciò che non si conosce, non può esserci distacco emotivo quando si impara a conoscere una realtà diversa.

Alla fine della lettura mi sono sentita Elettra e Renato è diventato mio nonno.

Probabilmente sarebbe stato così anche se non provenissi da una famiglia di operai, perché Prunetti è riuscito a farmi identificare e a farmi sentire tutto l’amore per il suo babbo e tutto il dolore per la sua vita sfruttata e resa ammalata da un lavoro senza regole e criteri normativi.

Ho la consapevolezza che questa verità arriverà’ a tutti coloro che leggeranno questo libro.

Una verità che restituisce a questi operai la dignità negata dai loro “padroni”.

Se un riscatto può essere solo raccontato in forma epica, perché è stato negato in vita, allora siamo noi e i nostri figli a dover prendere il testimone.

Abbiamo il dovere morale di tramandare questa verità, affinché tutti, come nel finale immaginato del libro, si vada “a veder le stelle”.

Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato tra l’altro Amianto. Una storia operaia. Traduttore e redattore, ha vissuto in Inghilterra lavorando come cleaner, pizza chef e kitchen assistant. Pubblica reportage narrativi su La Repubblica, Il manifesto, Il Reportage, Left. Dal 2018 dirige la collana Working Class per le Edizioni Alegre.

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