Recensione: Arjuna Cecchetti, Questa è una storia ribelle: quando il terremoto sconvolge la terra.

Recensione: Arjuna Cecchetti, Questa è una storia ribelle: quando il terremoto sconvolge la terra.Terremoto, (dal latino: terrae motus, che vuol dire movimento della terra), detto anche sisma o scossa tellurica (dal latino Tellus, dea romana della Terra), è una vibrazione della crosta terrestre, provocato dallo spostamento improvviso di una massa rocciosa nel sottosuolo.

Questa definizione fredda e scientifica non rende l’idea della rovina e del disastro che provoca in un territorio, portando con sé distruzione: dei paesi, delle opere d’arte, delle vie di comunicazione e dei centri di produzione e di aggregazione ma soprattutto non rende giustizia alle ferite inferte alle piccole comunità che il sisma colpisce nella carne viva, nei suoi legami più intimi. E proprio su questi importanti temi si sviluppa il romanzo di Arjuna Cecchetti, Questa è una storia ribelle, Dalia edizioni, 2025.

Le protagoniste di questo breve e intenso romanzo sono Selvaggia e Penny, la prima ribelle e impossibile da inquadrare prima della politica del compound, che dietro un’organizzazione socializzante – punti di ritrovo, negozi, scuola – dà un deciso colpo di spugna alla vita del paese, così come era ritualizzata e organizzata nel periodo precedente al sisma, con tutti i suoi legami e dinamiche… la vita insomma. E speculazione e profitto sono i nuovi dettami, rappresentati da quella triste bottiglia di prosecco che i cittadini abitanti delle nuove abitazioni trovano nel frigorifero della nuova residenza.

Quasi fiabesco il racconto della sua vita precedente all’inserimento nel compound, ovvero il gruppo di edifici costruiti in fretta e messi a disposizione dei terremotati, quando sopravviveva con la sua cagna Neve pur di non farsi inquadrare dagli uomini e cercare un rapporto ancora vivo con il territorio nella casa rimasta in piedi ma pericolante.

Penny è la figlia sovversiva di Abubakar, che cerca nella ricostruzione una nuova ragione di vita, ma presto scoprirà le vere finalità politiche legate al profitto e finalizzate a seppellire il territorio sotto una colata di cemento. Sarà lui, dunque, a trasmettere alla figlia una coscienza politica senza compromesso, quasi radicale. Abubakar è una delle figure di contorno meglio delineate assieme alla dottoressa Margherita che cerca di capire la ribellione delle due adolescenti ma non ne ha gli strumenti, ignorando, infatti, tutto ciò che ha un significato profondo per le ragazze, che sia la protesta contro questa ricostruzione progettata ignorando la vita sociale precedente o che sia semplicemente arrampicarsi sul fico della vecchia casa.

Le due ragazzine contestatrici si troveranno protagoniste di una ribellione violenta, l’esplosione di una gru e di un ripetitore, che porterà a tragiche conseguenze.

Nel capitolo conclusivo si arriva a comprendere meglio le motivazioni e i caratteri dei protagonisti e, come in una narrazione à rebours, scopriremo come la famiglia di Selvaggia sia arrivata nelle campagne priva di qualsiasi cognizione elementare di come gestire un podere. Anche il motivo della scelta della fattoria è decritto in maniera commovente: la madre che si affeziona alle foglie enormi del fico, mentre il padre ai fori dei proiettili ben visibili sui muri dalla Seconda guerra mondiale, come se cercasse un modo di tramandare una memoria destinata a svanire.

 Ma il progetto un po’ folle di trasferirsi in campagna ha avuto la meglio e il vecchio fattore da cui hanno comprato la proprietà, affezionatosi alla famiglia, ha donato loro le conoscenze e gli attrezzi snobbati dai figli, permettendo così alla famiglia venuta dalla città di realizzare il suo sogno: produrre il vino e l’olio e integrarsi perfettamente in un sistema di possibile autosufficienza e di armonia con la natura. E tutto questo verrà spazzato via dalla violenza del sisma e dall’avidità degli uomini.

Un romanzo che richiama i tragici terremoti di Amatrice, L’Aquila e delle Marche, rimanendo agli ultimi esempi, ed è da monito per una perduta relazione dell’uomo con la natura, che sa essere violenta e distruttiva in alcuni casi, ma i legami sociali tra le comunità potrebbero essere un’occasione di rinascita per le generazioni future.

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