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Recensione: “Dante. Una vita in esilio.” Un poeta e il dolore del ritorno.

Recensione: "Dante. Una vita in esilio." Un poeta e il dolore del ritorno.Dante. Una vita in esilio.
Chiara Mercuri,
Economica Laterza.

Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale..

(Dante, Paradiso, XVII, 58-60).

Cè una fonica dolcezza nella parola nostalgia, ma essa racchiude uno spettro ben più che malinconico. Nella consuetudine del parlare si tende a banalizzare e a far sì che ci si dimentichi di queso spettro.

Nostalgia letteralmente dal greco è il “dolore del ritorno”, unendo in sè i due termini νόστος (ritorno) e ἄλγος (dolore). Con più precisione, è il dolore del mancato ritorno. Il termine nostalgia si riflette e completa nel latino desiderium: il rimpianto di chi, persa la propria stella-guida, non riesce a recuperare la giusta via, la direzione che a casa lo riaccompagni.

Chiara Mercuri per provare ad afferrare il senso del mancato ritorno e definire la percezione di un impedimento esterno, ma anche intimo, si volge a Dante, poeta e personaggio del suo stesso “poema sacro”.

Il Sommo, il Vate, che si trova a incarnare nella sua Commedia, una molteplice condizione di esilio. Alla stessa stregua di tanti compatrioti, sebbene ben presto scelga di isolarsi, orgoglioso della propria onesta solitudine e sdegnato per la stoltezza dei compagni, l’Alighieri, intrappolato nella ferrigna spietatezza dello scontro politico, patisce l’esilio dalla natia Firenze.

Il cuore della letteratura occidentale, vibra di nostalgia sin dalle origini: i suoi primi battiti, cupi e profondi, sono battiti di nostalgia.
Ma se l’omerico Odisseo, infine approda alla sua Itaca, innumerevoli altri sono i personaggi o gli autori, o gli autori-personaggi, cui il destino nega il compiersi del ritorno.
Quello che resta, quindi, è solamente ἄλγος, dolore.

Dante in esilio ha vissuto per vent’anni. Bandito dalla sua città per attività politica tra i Guelfi Bianchi, quando presero il potere i Neri, nell’autunno del 1301, egli fu condannato al pagamento di una multa e alla requisizione dei beni. Non adempiendo a tali imposizioni, la condanna divenne a morte. Non potè più tornare a Firenze e morì in esilio a Ravenna nel 1321: lì le sue spoglie sono ancora sepolte.

Ma questa è la storia, dell’esilio tutto umano, che non intacca il senso ultimo di un’esistenza, non appanna la gloria o preclude la salvezza, eppure traccia senza rimedio un graffio, una ferita che mai si rimargina, in un cuore ardito, ma pur sempre d’un poeta.

Contemporaneamente, Dante è in esilio rispetto alla vera dimora dell’uomo: l’Empireo, cioè la mente di Dio. Come le anime purgatoriali, assorte nel compimento di un’espiazione che, per attraverso la pena, la meditazione, la preghiera sorretta da fede e speranza diventerà, infine, beatitudine, Dante percorre con passi da pellegrino la montagna sacra.

Il tema del ritorno, declinato con ogni intensità di gradazioni, sostanzia di fatto la Commedia dantesca tutta, poiché sostanzia la sua vita umana. Ogni uomo dotato del giusto intelletto e che goda del libero arbitrio, avverte la nostalgia del “ritornare”, a una città, a un affetto o a uno status. Ed è una nostalgia che trova, per il tramite della rettitudine, appagamento: Dante, nel momento in cui, avvolto dall’indicibile splendore dell’Empireo, contempla i beati riuniti nella Candida Rosa, afferma di vedere «quanto di noi là sù fatto ha ritorno».

Eppure nella Commedia, la parola essilio appare soltanto sei volte, una tra queste è riservata alla descrizione di Boezio. Egli si trova tra i sapienti del cielo del Sole ed è presentato come un santo e un martire: “l’anima santa che ‘l mondo fallace / fa manifesto a chi lei ben ode: // Lo corpo ond’ella fu cacciata giace / giuso in Cieldauro; ed essa da martiro / e da essilio venne a questa pace” ( Paradiso , X 124-129).

Dante parla spesso dell’esilio attraverso l’identificazione figurale. Ci presenta cioè alcuni personaggi/controfigure del Dante esule. Oppure parla a se stesso attraverso le profezie dei suoi personaggi, Cacciaguida, ad esempio, l’avo di Dante morto da martire come crociato in Terrasanta, gli annuncia le sofferenze e le umiliazioni dell’esilio, ma anche i benefici che Dante avrà da parte di ospiti cortesi e generosi.

Dopo aver abbandonato le cose più amate, per l’esiliato, privo di casa e di beni, viene la ricerca di ospitalità e protezione: “Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo essilio pria saetta. // Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (vv. 55-60). Anche il cibo ha un sapore amaro e ostico per l’uomo privato della patria e della libertà, costretto a vivere da ospite e da mendicante. Il pane dell’esilio “sa di sale” perché è bagnato dalle lacrime.

La prosa della Mercuri, non è una prosa distaccata o neutra. C’è un sottile filo innamorato che ricama ogni pagina. Una comprensione profonda per lo stato d’animo e le pieghe del cuore di Dante, indagato con lo sguardo contemporaneo di chi è allenato alla continua, moderna,  introspezione. Quasi un romanzo, non proprio rigoroso dal punto di vista storico, ma intriso di poesia e di sottile rimpianto.

Tutte le forme dell’insicurezza del poeta vengono scandagliate, per affinità e analogia, nelle piccole cose che quasi sempre si ignorano dei grandi personaggi.
Attraverso l’autrice si entra in un reale che permette a una parte sottile di noi di riconoscersi, di fare viaggi nel pensiero di Dante che altrimenti non avrebbe fatto mai.

Quante intuizioni sono appassite e quante non sono neppure sbocciate a causa della troppa prudenza, troppa circospezione, nell’avvicinarsi ad alcune figure storiche, si crea un’innaturale barriera alla comprensione umana dei loro bi-sogni

La memoria intima di un poeta è sempre difficile da rendere, tanto che si perdona all’autrice ogni fallo storico, perché irrilevante, è l’intuizione che conta qualche volta. E l’intuizione dell’essenza nostalgica di Dante brilla in tutte le pagine.

E per quale ragione si scrive di un poeta se non per nostalgia e di nostalgia?

Il mondo che li circonda, a loro non basta. Si volgono indietro verso un altrove indistinto. Cantano di questo altrove che percepiscono e sognano: l’altrove dell’origine, della dimensione in cui fummo puri e perfetti, ignari di colpa e di dolore. Cantano e rimpiangono, ciascuno a suo modo, la felicità primigenia; infinite volte, altro non fanno se non ripercorrere con la parola, resa arte, un cammino ininterrotto, ricordandoci ciò che siamo e ciò che saremmo potuti essere. Creano così l’incanto.

Non sono mai davvero felici, su questa terra, i poeti. Ma si adoperano affinchè gli altri lo siano, li salvano, con la bellezza di cui si fanno interpreti.
Ed è, forse, un altro sentiero, l’unico, attraverso cui tornare. Non si scrive, se non si compie un ritorno…

“forse era stato uno sbaglio abbandonare la poesia, ma riprendere in mano la poesia avrebbe anche voluto dire tornare alla sua vita di un tempo. E come fare questo senza quello, come sperare di ricominciare a rimare senza ricordare, ad esempio, i compagni con cui aveva rimato?”

E, in fondo, Dante non poteva far altro che, alla poesia, tornare.

 

Chiara Mercuri si è specializzata in Storia medievale in Francia. È autrice di molti studi scientifici, tra cui un libro sulla reliquia della corona di spine (Edizioni di Storia e Letteratura), tradotto in francese col titolo Saint Louis et la couronne d’épines (Riveneuve 2011), che ha ottenuto il prestigioso premio dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres. Attualmente scrive per la rivista “Medioevo”. Per Laterza ha pubblicato anche La Vera Croce. Storia e leggenda dal Golgota a Roma (2014).

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