Circa la polemica suscitata dal mio pezzo della settimana scorsa ho veramente poco da dire: la democrazia è una cosa difficile, perché obbliga chiunque ad ascoltare le opinioni di tutti, anche quelle che minano alcune certezze.
Non sono nuovo a questo genere di situazioni, va detto: è una vita che dico quello che penso, pensando quello che dico, e basando quello che dico su numerose documentazioni (scontrandomi, però, con le opinioni altrui).
Documentazioni che ho acquisito, va precisato, non all’interno di librerie o biblioteche discutibili, ma totalmente al di sopra di ogni sospetto.
Gli uomini possono nascondere la verità o piegarla alle loro convinzioni; i libri no. Gli archivi nemmeno. Due persone possono leggere lo stesso libro e trarne conclusioni differenti, ma di fronte alla notizia documentata, chiunque la neghi o la demonizzi, o la ridicolizzi, opera senza dubbio una scelta.
Dettata da cosa? Da un sacco di motivi diversi: dall’abitudine, da ciò che gli entra nelle orecchie a ogni piè sospinto, e che assimila senza riflettere. Non c’è niente di male.
Ognuno è libero di pensare di questa Nazione ciò che vuole: che sia il paese dei campanelli, che sia nata dalla resistenza, sotto un cavolo o che invece sia stata portata dalla cicogna; ma la Storia è composta di fatti: perciò, o parliamo di quelli, oppure chiacchieriamo.
Io non sono iscritto a nessun partito politico; non milito in nessuna associazione eversiva.
Peraltro, sono vaccinatissimo, per cui sentirmi dare del no-vax (indirettamente, s’intende) mi fa persino sorridere.
Soprattutto non sono un revisionista. Ciò che dico nasce da un lungo periodo di studio. Quel che scrivo non sovverte nulla, semplicemente guarda un fatto da un punto di vista diverso da quello generale. Ma non c’è una riga del mio pezzo che non sia storicamente approvata da libri, che magari non piaceranno ad alcuni, ma che sono stati pubblicati e dunque vagliati.
Le conclusioni che traggo da quel che leggo possono essere discutibili, certo. Soggettive. Ma chiunque non sia d’accordo col sottoscritto non è migliore o più intelligente. Ha semplicemente un’altra opinione o un altro punto di vista.
Il mio pezzo parlava del concetto di eroismo. Una persona è eroica non perché fa qualcosa di genericamente audace, ma perché lo fa quando tutti nicchiano. Punto e basta.
Tuttavia, quando si parla del periodo della cosiddetta guerra civile, in questo Paese, si deve convergere per forza di cose su un’unica visione. Io non sono d’accordo. E non perché sia un simpatizzante di certe dottrine nostalgiche, piuttosto perché ho la mente sgombra, e mi faccio domande.
Certi attacchi li hanno subiti professionisti molto più importanti di me, storici come Giordano Bruno Guerri, Gigi Di Fiore, Angelo Del Boca e Renzo De Felice.
Tra la fine dell’’800 e l’inizio del ’900 si parlava della questione del brigantaggio meridionale e scrittori del calibro di Molfese, a differenza di altri che si attenevano ai diktat culturali, ne hanno tratto spunto per la composizione di opere a tutt’oggi di grande validità.
Di grande validità, è ovvio, per chi ha la mente sgombra. Per chi è curioso.
Non per tutti gli altri, che non si fanno domande, che credono a quello che la maggioranza reputa leggibile e/o interessante, per chi non conosce nemmeno uno degli autori o dei titoli che ho citato. Ma non è un male. Solo che, io credo, prima di parlare, dovrebbero riflettere.
Perché rischiano di dire inesattezze, cose che – in realtà – non pensano; soprattutto si rischia di confondere il contenuto del pezzo con l’autore. E certe confusioni, il sottoscritto, NON PUÒ accettarle.
Non mi paga nessuno per pensare e scrivere i miei articoli. Essi nascono dalla pervicace convinzione che tutti noi, nel lungo cammino della Storia, ci siamo persi dei pezzi.
Rifiutare a priori questa tesi è libera scelta di chiunque, ma ha, direi deve avere, delle conseguenze. Invita a una replica ferma e decisa.
Non cambierò idea. Continuerò a resistere come gente migliore di me ha fatto in passato. Gli altri la prendano come vogliono.
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