Gente mia che libro!
“Fuga dal silenzio”, scritto da Eduardo Strauch, in collaborazione con Mireya Soriano, Casa editrice Mimesis 2025, tratta del famosissimo incidente aereo del 13 ottobre 1972, avvenuto sulle Ande. Una squadra di Rugby uruguaiana, più il seguito e l’equipaggio – partita alla volta di Santiago del Cile per ivi disputare una partita – mai arrivata perché l’aereo precipitò in mezzo alle montagne andine.
Un’Odissea durata settantadue giorni, che alla fine lasciò superstiti solo sedici uomini.
Avevo vent’anni, allora. E naturalmente seppi di questo disastro e anche un po’ me ne interessai, leggendo i giornali d’epoca. Ma la mia età mi attirava altrove e ben presto persi di vista il tutto, salvo ritornarci con la mente tempo dopo, quando i sedici superstiti furono tratti in salvo. E infine, a intervalli di anni, la notizia rimbalzò nella mia mente, grazie al cinema e ad alcuni libri pubblicati, che raccontavano i fatti, suscitando grande scalpore per via del cannibalismo che si trovarono costretti a praticare i dispersi scampati al primo impatto dell’aereo.
Non ho mai letto questi libri, né visto alcun film. Ma immagino che nessuno abbia mai affrontato quella esperienza, come lo ha fatto invece l’autore di questo romanzo. Eduardo Strauch è uno dei sedici superstiti. E mette in scena una narrazione che non è cronaca né diario di quei giorni, ma qualcosa di molto più profondo e di spessore.
Questo libro è come un mago.
Capitolo dopo capitolo ti porta con sé, costringendoti a continue riflessioni su argomenti che mai avresti pensato di affrontare. La montagna che imprigiona i resti dell’aereo e i suoi occupanti è un’immagine grandiosa, che l’autore scopre in alcune uscite notturne, rischiosissime, ma che lo mettono di fronte a quel silenzio totale e profondo. Un silenzio che invita a riflettere, che porta per mano a percorrere sentieri inesplorati. La vita, la morte, l’amicizia, la speranza, la Fede, i fenomeni strani e le strane coincidenze, come in un film, capitolo dopo capitolo si pongono davanti a te che leggi e ti costringono a riflettere.
Eduardo Strauch ti porta con sé, quando ti spiega come andò che decisero di nutrirsi di carne umana per sopravvivere, appena saputo che i soccorritori avevano cessato ogni ricerca. È una scelta durissima, il cannibalismo. Ognuno l’affronta a modo suo e ognuno trova nell’altro un motivo che la giustifica, liberandola da ogni impedimento legato alla Fede, all’orrore, al disgusto. Alla fine, sono i morti, proprio loro, che si offrono affinché tu, superstite, sopravviva e possa un giorno raccontare. E ti sembra di essere lì con loro, caro lettore o lettrice, chiamato anche tu a scegliere e a non giudicare.
La montagna che sovrasta il tutto, immersa in un bianco splendente e misterioso, ti porta a vivere situazioni che mai avresti immaginato, non dico di vivere, ma che potessero addirittura esistere, verificarsi. L’autore vive, a più riprese, fenomeni di trascendenza, immerso nel bianco e in quel silenzio estremo della montagna, fenomeni che porterà con sé tutta la vita.
L’amicizia che si forgia nel dramma. Una valanga si porta via altre persone scampate al primo urto con le rocce. E il dolore, l’immenso dolore di chi rimane in vita e perde la persona cara, si fa dolore di tutti e grazie a tutti si placa. Una fiducia sconfinata arma il gruppo che rimarrà, superando ogni evento avverso, grazie alla costante e continua sintonia interiore che molti serberanno coi loro cari a casa. Un’empatia che trasvola le Ande, fino a raggiungere le famiglie, che aspettano immerse in un’angoscia senza fine, ma che non cessano un minuto di credere che i loro cari siano ancora vivi, proprio grazie alle continue esortazioni interiori: “Sono vivo… Sono vivo”.
Ti porta con sé, questo libro.
Ti porta lassù, con loro, e ti fa toccare con mano ogni prova cui sono stati sottoposti questi sedici uomini, molti fra i quali ancora ragazzi, ma chiamati a episodi di coraggio e di rara umanità che mai avrebbero immaginato di vivere. Il disastro, questo disastro, mostrerà loro, infine, come l’essere umano sia capace, se messo alla prova, di oltrepassare ogni limite per sopravvivere. L’ultima spedizione oltre la montagna, dopo le molte altre fallite, quella che permetterà a due di loro di raggiungere il Cile e trovare un uomo, un contadino, esterrefatto e pronto ad aiutarli, è una prova che difficilmente un essere umano potrebbe vivere sopravvivendo. Eppure, loro ce la fanno.
Settantadue giorni dopo, il 22 dicembre 1972, i soccorsi arrivano e la vita ritorna finalmente ad abbracciare questo gruppo di sopravvissuti a tutte le intemperie. Il resto è il rientro alla vita di tutti i giorni. I familiari che si abbracciano, il dolore di chi non abbraccerà nessuno, l’ospedale, le visite mediche, le feste. È un ritorno alla vita che prelude a un racconto senza fine, quello che d’ora in poi questi uomini faranno al Mondo intero, fra conferenze, ritrovi, libri e film.
Molti di loro a intervalli di tempo ritorneranno lassù, su quella montagna, dove giacciono ancora i resti dell’aereo, per celebrare una Messa, rivivere il ricordo, rielaborare un lutto.
E tu sarai lì, con loro, a rivangare ricordi, a piangere, a ridere e riflettere sul mistero della vita e le prove che ti mette davanti.
Ti porta con sé, questo libro.
Lettore o lettrice – chiunque tu sia – ti porta con sé.
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