Recensione: Grazia Deledda, naufraghi in porto. Un contributo di spessore sulla condizione femminile del primo ‘900

Recensione: Grazia Deledda, naufraghi in porto. Un contributo di spessore sulla condizione femminile del primo '900Naufraghi in porto, pubblicato per la prima volta nel 1920, non è certo tra i lavori più celebri della Deledda, ed era stato preceduto da una prima stesura nel 1902 con il titolo Dopo il divorzio. Ianieri Edizioni lo ripropone oggi in una veste curata e sobria, inserendolo nella collana Ismaele dedicata ai classici della narrativa, con una prefazione di Maristella Lippolis che offre al lettore contemporaneo gli strumenti essenziali per collocare il romanzo nel suo contesto storico e letterario.

Due sono i nuclei narrativi sui quali fa perno il romanzo: la condanna di un innocente, Costantino Ledda, accusato di aver ucciso lo zio Basilio e la successiva complicazione che deriva dalla decisione della moglie Giovanna Era di contrarre un nuovo matrimonio con Brontu Dejas, suo antico corteggiatore, in attesa che venga approvata la legge sul divorzio.

In entrambe le stesure, la vicenda si dipana intorno a un fatto sociopolitico preciso: la discussione aperta in Italia sulla possibilità di introdurre nell’ordinamento giuridico una normativa sul divorzio. Le date di pubblicazione dei due romanzi coincidono con le proposte legislative che, in entrambi i casi, non vennero approvate.

La prefazione di Lippolis è un contributo prezioso e tutt’altro che accessorio. Come si legge nella sinossi dell’editore, poche scrittrici si spesero per sostenere le proposte di una legge scivolosa e ambigua nei confronti della condizione femminile; Grazia Deledda è l’unica che, pur non prendendo apertamente posizione, costruisce un romanzo in cui confluiscono molte e significative implicazioni di questa nuova possibilità di mettere fine al matrimonio. Lippolis illumina con precisione la scelta narrativa della Deledda: raccontare storie invece di propugnare teorie, da vera narratrice qual era e affidare le proprie idee alla forza delle storie.

L’aspetto che più sorprende nella narrativa di Grazia Deledda è che riesce a essere sempre nuova, mai uguale a se stessa. Naufraghi in porto, rielaborazione del suo antico Dopo il divorzio, è un intreccio non banale, seppur parzialmente prevedibile nella sua evoluzione, in cui echeggiano tonalità che vanno dal cinismo all’ironia, inavvertite in opere precedenti.

È interessante notare che, nonostante in apparenza sia rappresentato un conflitto tra due ideologie, tra il passato e il presente, tra la tradizione e la modernità, a determinare l’agire dei personaggi sono per lo più ragioni meschine e prettamente materiali. Brontu è arrogante e mosso da un cieco desiderio, mentre Giovanna è ritratta con una certa durezza morale dalla stessa autrice. La Deledda non assolve nessuno: la sua scrittura è densa di quella passione etica che percorre tutta la sua opera.

Punto di forza del romanzo sono le piacevoli descrizioni paesaggistiche, che accompagnano e si integrano con notevole intensità agli stati d’animo dei personaggi. Il paesaggio sardo, come accade negli altri suoi romanzi, non è mai sfondo passivo, ma partecipa al dramma con una propria voce, quasi corale.

La scelta di Ianieri Edizioni di riproporre questo romanzo è a mio parere molto significativa. Naufraghi in porto è un’opera di transizione, in bilico tra il realismo verista e una modernità morale che anticipa sensibilità novecentesche. Riscoprirlo oggi, significa anche restituire alla Deledda una dimensione civile e non soltanto folklorica, alla quale spesso la critica l’ha ridotta.

Sicuramente Naufraghi in porto non è il capolavoro dell’autrice sarda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 – prima e unica scrittrice italiana a vincerlo –, ma è un romanzo che merita lettura e attenzione. È la dimostrazione di come la grande letteratura sappia attraversare il tempo senza perdere risonanza: le sue domande sulla colpa, il destino, la libertà e le convenzioni sociali restano aperte. Questa edizione Ianieri, curata nella forma e arricchita dalla prefazione di Lippolis, è un modo degno per avvicinarsi – o riavvicinarsi – a una delle voci più originali della letteratura italiana del Novecento.

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