Sàndor Màrai trascorse la fine della sua esistenza da esule volontario in California, precisamente a San Diego. Una sopravvivenza triste, annusando l’aria del mare sulle spiagge del Pacifico in un quasi completo anonimato. Nel romanzo scritto da Maurizio Pintore, Il penultimo dono. La “terza via” di Sàndor Màrai, Robin edizioni – La Biblioteca del Vascello del XXI secolo, di Jànos, bambino amatissimo, più di un figlio biologico nonostante il ricordo dell’adozione descritta gelidamente come il cambio di proprietà di un’automobile. La morte di Lola sfiancò quasi definitivamente lo scrittore ungherese che si trovava sempre di più come un pesce fuor d’acqua in America, fino all’incontro con Vincenzo su una panchina di un parco.
Lo scrittore magiaro, ascoltando il lunghissimo racconto dell’italiano e del suo sogno americano tradito, sente come una nuova empatia, capisce che ognuno ha le sue ferite. Osservare la gente per strada, l’amicizia con James, allontana la tentazione di aprire il comodino dove aveva riposto una pistola, comprata per porre fine alla sua esistenza e ricongiungersi con l’amata Lola.
Ma soprattutto la rivelazione che Vincenzo, pur ridotto a un’esistenza miserabile, possedeva i suoi libri e conservava la curiosità per la cultura, danno nuova linfa allo scrittore ungherese, un nuovo afflato di vita rivelandoci quanto il romanzo di Maurizio Pintore sia scritto con il cuore, dedicato a un intellettuale che dei sentimenti, dell’amicizia, della sottigliezza della seduzione, dei segreti e dei legami emotivi ne ha fatto la ragione artistica e di vita. Tutto questo mentre la letteratura del regime sovietico-ungherese bollava come frivolezza il capolavoro di Sàndor Màrai, Le braci.
E sarà proprio Vincenzo e la musica del caso, volendo citare un grande scritto di Paul Auster, che cambierà la vita all’intellettuale ungherese scoprendo legami dimenticati e riunendo una famiglia. Sono pagine potenti che catturano l’attenzione del lettore, nella descrizione della vita e delle speranze del sogno americano degli italiani e di quello di Sàndor Màrai, che ritrova la voglia di vivere in una vecchiaia triste e malata. È proprio questa dicotomia tra il disfarsi della famiglia dello scrittore e il ritrovamento di quella di Amalia e Vincenzo che trasforma il romanzo quasi in una detective story sentimentale; è una storia di miracoli e di fede, basta la fede, perché il sangue? come si cita ne Il sangue di San Gennaro, romanzo dello stesso autore; è la fede nell’umanità che ci condurrà alla salvezza.
Il ricongiungimento di una famiglia perduta nel tempo in una sorta di ucronia sentimentale sarà il penultimo dono dello scrittore ungherese che, emozionato, comprende che se non sarà certa la resurrezione delle anime dalla morte, sarà la resurrezione delle emozioni dalla morte dell’anima il dono ancora più grande. L’ultimo dono, ricongiungersi con l’amata moglie dovrà attendere ancora, perché come gli dice il mare di Salerno nella poetica conclusione del libro: la vecchia signora viene comunque, quando decide, ma non vuole essere cercata.
Maurizio Pintore ha scritto un romanzo importante, con passione, che farà venire voglia di riscoprire i romanzi di Sàndor Màrai soprattutto a chi si è fermato a Le Braci.
Vorrei, inoltre, fare una menzione speciale alla descrizione di Salerno e dei suoi personaggi – tra cui svetta Don Alfonso –, forse il detonatore della storia più che uno sfondo pittoresco su cui adagiare la scrittura del romanzo.
Gianluca, grazie per la recensione al mio romanzo.. sono semplicemente lusingato… non aggiungo altro se non la sensazione di incoraggiamento a coltivare la mia passione per la scrittura…